Tuttavia il contenitore dello spazio regge
da un qualche secolo il decadimento
(nel primo non si potè stampare a piombo
e la stella si accendeva piano, prendeva
dai gas purulenti fili e tramava la festa,
ma coriandoli erano pietre enormi, intratta-
bili, che si aggregano come montagne
incolte quando piove lava e ci va di mezzo
la vetta fino ai piedi).
Ad una certa ora tutto ebbe inizio:
si svegliò l’eternità e decise di esistere
solo nella mutazione, o come energia
o come viene a mente dalla sua epica
futura, ossia inesistente adesso.
Seduto ai comandi, l’essere inseguito,
cuscinetto dei mondi, da puleggia,
o di dura lega o carne di ghiaccio, aleggia
in un vuoto incompreso, credo, assente.
Chiedo, o informe, o tuttoforma, sembiante
del mercurio, procuratore del lampo e delle
candele, e termometro di autentiche febbri
arcobaleno, celebre nel coro delle fiamme
come scintilla e come acqua, se l’astronave
che mi tiene in piedi navighi dal peggio
al peggio, curvando il miraggio di miliardi
di esopianeti, esonavicelle, esosi non finiti
con sensi. O tu:
asciuga gli occhi ai telescopi in tempo.
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