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‘Bla, bla, bla’, (.. in cerca di meccanismi di fuga.)

Argomento: Psicologia

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 27/09/2014 17:05:07

‘Bla, bla, bla’, (.. in cerca di meccanismi di fuga.)

 

I can see the whole room...and there’s nobody in it!, e quando ho provato a cercare me stesso, non ho trovato nessuno. Secondo l’ironia del banale di cui mi accingo a scrivere, preludere a una specifica affermazione può essere un modo, uno dei tanti, per eludere la realtà e dare libero sfogo all’immaginazione che, nel modo più assoluto, non vuol dire annaspare nel vuoto per cercare quello che non c’è. Bensì indagare nello spazio che improvviso s’apre tutt’intorno, in cui il ‘tutto’ si rifrange e si moltiplica come in un caleidoscopio in cui forme e colori aspettano che la luce li sorprenda e li magnifichi per incominciare a scomporsi e ricomporsi tra loro, per accingersi per così dire a ‘vivere’, nella pur vana realtà che li accoglie. Un po’ come le note musicali libere di ‘danzare’ nel cosmico insieme dei suoni che non è ancora consonanza, accordo, sintonia, nell’attesa di un divenire che le fissi sul pentagramma e che le trasformi in ‘melodia’. O forse, come le immagini di un fumetto che il guizzo grafico di un disegnatore fa ‘animare’ nello spazio solo apparentemente vuoto della pagina in bianco e che, per chissà quale magica ragione, prendono a esistere pur nella leggerezza dello spazio che è loro concesso, così come nella dissolvenza dell’immaginario, o come fanno i sogni nella realtà del presente e dell’addivenire.

Non da meno è l’agglomerato delle parole, la diversità degli accenti e delle inflessioni che compongono gli altrettanti fono-simboli imitativi dei nostri gesti casuali, entrati nel nostro comune parlare, per cui sbam! diventa sinonimo di una porta che sbatte, brrr! di un inarrestabile brivido di freddo, gulp! di oh che mi succede, etciù! di uno sternuto, roarrr! d’una sgommata d’auto, bratatata! di una raffica di mitraglia, whaam! d’una esplosione. Per non dire delle pause, delle soste, delle sospensioni, degli intervalli vincolati alle parole, ai pur brevi o lunghi silenzi, anche detti “vuoti” o “bianchi” che, con i “neri”, sono parte compositiva integrante di una qualunque immagine fumettistica. Spazi tuttavia colmi di significati onde i “bianchi” stanno a rappresentare ad esempio ‘pause diurne’, ‘pieno giorno’, oppure ‘mancanza di memoria’, ‘svenimento’; mentre i “neri” sono l’essenza stessa del ‘buio’ e di tutto quanto in esso può accadere e che chiedono di essere interpretati come spazi “in ombra”, quando non addirittura come “tenebra” o anche “morte”, a seconda dei casi. Pochi sono coloro capaci di osservare nell’ombra, quasi nulli quelli che lo sanno fare nel buio totale, soprattutto se per ‘osservare’ s’intende ‘vedere alla luce dei ricordi’, ‘nel buio dei sogni’, o magari ‘nei meandri della psiche’. Allora guardare l’intero spazio della stanza e non trovarvi nessuno risponde più a un’incertezza che alla realtà, una ‘defiance’ piuttosto che un mancamento psichico. Certo, in quel frangente di tempo poteva non esserci nessuno, per così dire ‘in corpo’, ma quanto rimane di una precedente presenza non è facile ponderare.

Pensiamo all’olfatto capace di catturare l’odore, il profumo, l’aria che si consuma al solo respirare, il suo rarefarsi a seconda delle emozioni, dell’acidità del sudore della pelle, del respirare sessualità, animalità, piacevolezza, o anche paura, spavento, sgomento, angoscia. Pensiamo all’ombra, che per un istante ha oscurato la luce di un angolo, il ridosso di una parete, o di un’impronta bagnata di pioggia che ha calpestato una mattonella del pavimento, il marmo del gradino di una scala, la soglia di un vano di un appartamento, di quella stanza dove non abbiamo trovato nessuno. Pensiamo alla polvere che si deposita ovunque e che è sottratta da un qualsiasi oggetto che occupa quel certo spazio, che ne rivela, sebbene indefinitamente, la forma, quella superficie verosimilmente vuota che pure ha la dimensione della sua grandezza, della capienza di un qualcosa che ignoriamo, e che era lì, per un periodo che non siamo in grado di misurare. O forse sì, ma la cui durata non ci dice nulla della sua struttura, delle fattezze estetiche dell’oggetto, quasi che la polvere abbia colmato il vuoto del nostro ‘immaginare’ senza ormai distanza e senza ‘durata’ di tempo, l’intervallo tra il suo essere e il suo divenire.

Tutto è sempre stato qui, presente nel presente, veritiero nell’irrealtà dell’inattendibile, dell’improbabile, dell’incredibile che la mente, profanatrice di labirinti, continua a mettere in relazione coi sogni, coi dubbi, con le fenditure del tempo, per trasferirli in possibili scenari ‘altri’ come nuove situazioni, circostanze, condizioni, e anche come trame, soggetti, fondali, altri paesaggi e nuove visuali. In un certo senso, in quegli interstizi della psiche umana che solo l’immaginario riesce a penetrare, e che trovano posto nell’arcano, nell’occulto, nel paranormale, nell’addivenire soggettivo e trascendentale della natura ‘umana’ dell’individuo. In quanto atto di liberalità all’inizio della ragione, ogni mutamento dell’ordine costituito è una forma di rivoluzione che altera lo status quo dell’armonia naturale propria dell’individuo che, prima ancora di doversi riconoscere dentro il presente, il passato o il futuro della sua natura indifferenziata, stabilisce il proprio legame con l’infinito, egli ‘è’ o io ‘sono’. Quello stesso infinito contenitore del ‘tutto’ cui l’individuo attinge nella sua costante ricerca dell’ordine cosmico, della catarsi rigenerativa, della propria germinazione conoscitiva, all’interno di una natura che pure non comprende appieno.

Dacché lo scaturire incessante delle fantasie, degli squilibri sessuali, degli incubi notturni, del flusso ricorrente dei sogni, delle angosce e delle paure che oscurano la psiche umana. Indi per cui le barriere edificate a sostegno di quella integrità costituita (società, religione, democrazia, affetti) cui la ‘ragione’ pure tiene legata l’individualità cosciente di poter scegliere e che, tuttavia, non sceglie, che di per sé esclude la disobbedienza come atto liberatorio dai meccani(ci)smi temporanei di fuga. Tuttavia, l’armonia costituita dal ‘tutto’ non permette la sua disintegrazione. Per quanto l'individuo faccia per assecondare ‘moto proprio’ la spogliazione del suolo terrestre, le guerre fratricide, le esplosioni nucleari, ecc., mettendo in atto lo svuotamento sistematico degli elementi costitutivi della natura cosmica (acqua, aria, terra, fuoco), la natura fisica (umana, animale e vegetale); quella simbolico - esoterica (visibile e invisibile), e quella spirituale (culto, religione, fede), riproponendo ogni volta le ragioni/scusanti della sua ‘caduta’ ancestrale, quasi egli non abbia mai smesso di cadere.

Acciò imparare a ‘volare’ può essere una forma di sollevamento dalla propria fisicità congiunta al terreno e, al tempo stesso di straniamento dalla materia terrestre. Mentre ‘volare alto’ è significativo della volontà di superare se stessi nella conoscenza dell’ ‘altissimo’ e del ‘profondo’ della psiche; se non addirittura, di entrare nello spazio invisibile della non-materia, e avere accesso alla realtà astratta dello spirito. Il rischio è comunque quello di “..entrare nella stanza e non trovare nessuno” perché l’irrazionalità umana, basata sulla ‘indegnità’ che l’individuo si porta dentro, concede solo una funzione di tipo immaginativo, cioè creativa di ‘immagini’ in quanto simboli, rappresentazioni, metafore, tropi, allegorie, cornici, scenografie che finiscono per essere innumerevoli ‘vuoti’ che vanno riempiti di altrettanti significati, modelli, pensieri, concetti e interrogativi a cui prima o poi bisogna rispondere. Contrariamente invece, certi ‘pieni’ pre-costituiti danno forma oggi a una parte ‘incoercibile’ della natura umana, rappresentata da impulso distruttivo, che va dalla brama di potere, alla tendenza violenta, all’intolleranza e al razzismo; dal desiderio di gloria, al godimento del piacere sessuale; dal sadismo al masochismo, alla paura della sessualità, dando forma così a un agglomerato di altrettante aspirazioni e rispettive angosce, significative di empi impulsi individuali, del mancato rapporto con gli altri, con il mondo esterno e, il bisogno di evitare la disintegrazione mentale, nonché la sempre crescente solitudine.

“Sentirsi completamente soli e isolati conduce alla disintegrazione mentale proprio come l’inedia fisica conduce alla morte. (..) Questo essere in rapporto con gli altri non si identifica con il solo contatto fisico. Un individuo può essere solo in senso fisico e tuttavia può essere in rapporto con idee, valori o almeno modelli sociali che gli danno un sentimento di comunione e di ‘appartenenza’. D’altro canto può vivere in mezzo alla gente, e tuttavia essere sopraffatto da un totale sentimento di isolamento, il cui risultato, se supera un certo limite, è lo stato di follia rappresentato da disturbi schizofrenici. (..) Il genere di relazione con il mondo può essere nobile o meschino, ma anche l’essere in rapporto con il modello più basso è immensamente preferibile all’essere soli. (..) Possiamo chiamare solitudine morale questa mancanza di rapporto con i valori, simboli, modelli, e affermare che il rapporto spirituale col mondo può assumere molte forme. (..) La religione e il nazionalismo, come tutte le consuetudini e le fedi, per quanto assurde e degradanti possano essere, purché colleghino l’individuo agli altri sono rifugi, (uno dei meccanismi di fuga), per proteggersi da quello che l’uomo paventa di più, il suo isolamento”. Così, Erich Fromm in “Fuga dalla libertà” – Edizioni La Comunità 1978.

Tuttavia non sono poi così convinto che il ‘relazionarsi con gli altri’ offra un modello di soluzione ai problemi qui sollevati, perché gli ‘altri’ hanno maturato già di per sé ulteriori meccanismi di fuga per contrastare l’effetto ‘High Wind’ dal quale spesso si lasciano trascinare, solertemente e dolentemente, a causa di un disaccordo educativo che li spinge all’ozio, come di un cane che per passatempo si morda la coda. Ecco che allora lo spioncino o l’oblò (non fa differenza) da cui osserviamo si rivela un caleidoscopio puntato nel vuoto che, secondo l’ironia del banale di cui sto scrivendo, null’altro può che ripetere l’immagine riflessa di ciò che è dato vedere: “I can see the whole room...and there’s nobody in it! Dove, quandanche provassi a cercare me stesso, non troverei nessuno”.


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