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’L’EDUCAZIONE (IM)POSSIBILE’ di Vittorino Andreoli

Argomento: Educazione

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 19/10/2014 17:57:11

‘L’EDUCAZIONE (IM)POSSIBILE’ - Vittorino Andreoli - Saggi Rizzoli 2014

Ovvero ‘come orientarsi in una società senza padri’.

 

Il sottotitolo è significativo di un avanzamento sociale che ha raggiunto il limite massimo divergente generazionale che l’autore di questo saggio evidenzia con forza, posponendolo alla ‘caduta’ del ruolo pedagogico della famiglia, analogamente a quello della scuola. Luoghi un tempo cosiddetti ‘di riferimento’, in cui altresì si annida ‘il disagio’ psicologico e culturale dell’attuale società che, relativamente al suo sembrare ‘beneficiaria’ di una qualche eredità formativa, dimostra il suo totale ‘fallimento educativo’ e il radicarsi del profondo ‘malessere’ che coinvolge quanti ne fanno parte: “..genitori e no”.

“L’aumento delle figure di riferimento – necessario per molte ragioni, nella nostra società – crea un disaccordo educativo che è la vera causa dell’inquietudine e della disobbedienza..” riscontrabile soprattutto nel binomio padri/figli e più spesso vecchi/giovani entrambi impegnati nello medesimo ruolo generazionale a condividere gli stessi spazi e le stesse precarietà legate alla sopravvivenza. Ciò che da luogo a quello che in passato era vissuto come un inevitabile conflitto antropologico legato alla ‘continuità’ della stirpe, per cui a un certo punto ‘il re doveva morire’ e che, trasferito nella società odierna è l’equivalente di ‘andare in pensione’, ritirarsi dalla vita pubblica e comunitaria, più volgarmente detta ‘rottamazione’, per cui non poteva e non può esserci all’interno d’una discendenza o di gruppo sociale, più d’uno a comandare.

Così all’interno della famiglia, dove la figura materna assicurava la formazione pedagogica e la trasformazione dei ‘giovani’ in ‘uomini’ da immettere nella società, seguendo una tradizione di valori (etici, morali, civili ecc) che erano alla base dell’educazione possibile, in quanto struttura portante della famiglia equo - sostenibile che s’andava costruendo. Sotto quest’aspetto la donna svolgeva un ruolo importante, tutt’altro che secondario, insegnando ai rispettivi figli l’importanza della progenie, l’assumersi la responsabilità di un affettivo processo di crescita dei propri figli, nonché d’essere capaci a loro volta di diventare padri e madri.

“I primi tentativi di ricevere aiuto affettivo si fanno con il padre, con la madre e con i fratelli – ci informa l’autore, adducendo che il legame profondo che tiene legato insieme un rapporto affettivo è ‘l’amore’, indispensabile nel processo di crescita di ogni individuo – “..infatti è compito di un buon genitore (..) dedicarsi a scoprire il piccolo patrimonio di eccezionalità e meraviglia presente nella genesi di ciascuno di noi”. Compito “..che indubbiamente deve continuare nelle aule scolastiche”, per fronteggiare non solo le ‘battaglie’ intrinseche alla crescita e allo sviluppo psicofisico con il tener conto delle memorie private e delle aspettative che si affacciano nell’individuo alle prese con la conoscenza e con il suo sviluppo culturale.

Ma se prima un punto d’unione era spesso trovato tra quanti s’accalcavano alla porta del giovane candidato a diventare ‘uomo’ (familiari, educatori, tutor ecc.), oggi le molte figure di riferimento – benché ritenute necessarie dall’autore – finiscono per essere troppe e nessuna davvero predominante. Avviene così quelli che erano i paradigmi dello sviluppo educativo sembrano pressoché dissolversi nella metafora della ‘modernità liquida’ coniata da Zigmunt Bauman, entrata nel linguaggio comune per descrivere la modernità decontestualizzata nella quale viviamo. Detto ciò, pur nel “L’incostanza e la contraddittorietà educativa, quando educare significava tutto e il contrario di tutto”, lo psicologo Andreoli passa a “Il contesto educativo del tempo presente” e al “Futuro dell’educazione”.

Con ciò toccando tematiche scottanti come la ‘bellezza’, il ‘sesso’, il ‘comportamento ambientale’, la ‘biologia’ della mente umana, la voglia di ‘successo’, il passare inesorabile del ‘tempo’, mettendo un punto fermo sulla ‘fragilità’ distinguendo, nel contesto culturale - filosofico a cui la mente umana pur fa riferimento, in ogni sua forma di ‘credo’, in religione come in politica, a conferma del proprio status sociale ed economico. Nonostante non è a quello ‘status’ che si riferisce Andreoli nel suo libro, bensì al disagio psicologico apparso già in fase adolescenziale che ha preso il sopravvento e si è instaurato nella conduzione ‘mascherata’ della quotidianità a livello autoreferenziale e individualista, dal quale dipendono molte delle ribellioni sistematiche e talvolta improvvise cui assistiamo. Senza tuttavia trovare la capacità di ‘orientarci’ all’interno del macrocosmo globalizzato che ci gira attorno.

Un caso? Il capitolo in risposta a questa domanda, relegato alla fine del libro, si avvale di un esempio noto, già elaborato da Andreoli nel suo “La norma e la scelta” del 1984 (Mondadori). Libro in cui l’autore riafferma un suo convincimento: “..riferendomi al tema dell’educazione, intesa nel suo legame con il contesto sociale, il caso si presenta come un disturbo, un imprevisto, come se qualche cosa si frapponesse a un corso preciso e programmato”, dell’evoluzione sociale e umana – aggiungo io che scrivo – che segna un arretramento accertato, successivo all’evento della globalizzazione, perché incapace di accogliere (mancanza di entropia) tutte le istanze metamorfiche di una secolarizzazione che continua a rimanere distinta all’interno delle tradizioni, degli archetipi fondanti l’inconscio collettivo, della diversità cognitiva delle etnie che abitano la terra.

Acciò il ‘caso’ (contraddittorio) ha sostituito il ‘tempo’ (compatibile), conseguente all’evoluzione della propria esperienza/certezza conoscitiva che sarebbe dovuta sfociare in ciò che ha nome ‘futuro’ e che al contrario, se abbandonato al ‘caso’ diventa ambiguo, discorde e quantomeno incerto. “Del resto il caso caratterizza anche gli eventi sociali e non solo quelli che dipendono dall’uomo, ma persino quelli legati alla natura, che può sconvolgere una società con una catastrofe come un’alluvione o un terremoto” – scrive ancora Andreoli – consapevole che con la fine del ‘tempo’ si perde la considerazione della fine, in cui anche la ‘morte esistenziale’ è ormai dimenticata.

Trattasi di una vera e propria spogliazione biologica che non ha più niente a che vedere con l’affermazione dell’io o addirittura del noi poiché altri si occuperanno delle pratiche, un tempo rituali, che accompagnano la cessazione delle funzioni cerebrali specifica di una condizione permanente irreversibile. Quasi una rispettosa ‘ambiguità’ in cui la precedente condizione di ‘vita’ (relativa), era considerata un ‘sistema’ di riferimento per la famiglia quanto per la comunità civile e religiosa di appartenenza. Da un punto di vista spazio-temporale, oggi le nuove generazioni fanno appello piuttosto a una condizione di ‘infinito’ per cui “..la morte non esisterebbe in quanto fine di tutto poiché l’universo non perde comunque le proprie funzioni”, indi perciò ne risulta confermata la sua condizione di ‘relativa’.

Pertanto “può sembrare un ossimoro, dopo aver posto l’Io, la singolarità, al centro del processo di apprendimento in quanto misura del mondo (di tutte le cose), parlare di Noi e della necessità di giungere a un’unità fatta da molti Io”. Quasi a conferma d’una mediocrità accettabile e accettata ormai da tutti, quanti percorrono la strada in discesa e si astengono nella ‘non scelta’ d’un proprio camminare in avanti, quasi abbiano davvero ‘paura’ della strada in salita.

Ma quale colpa possiamo addebitare loro se i migliori fra gli studiosi non fanno che dipingere di nero il futuro che li/ci aspetta? Fromm come Nietzsche, Andreoli come Bauman, Odiffredi come Galimberti, Rella come Rodotà, ognuno a suo modo, descrive questa vita come una ‘vita di scarto’, senza futuro e che forse, se non corriamo ai ripari (e dobbiamo farlo in fretta), ‘non possiamo più permetterci’ (Bauman). Il ‘caso’ dunque sembra essere la misura del ‘tempo’ che ci è stato concesso. Come “..un personaggio imprevisto che entra in scena all’improvviso per scombinare la sequenza di una storia (..) che non tiene conto dell’imprevisto/imprevedibile sostanza di cui è fatto l’uomo”: di quella forza innaturata che lo sostiene nella sopravvivenza.

“Quanti poeti ce lo hanno raccomandato nei loro versi. (..) Del resto sempre si parla del ‘destino’ che certo non ha una scadenza precisa nel suo manifestarsi e (..) il ‘caso’ pone su due binari diversi il procedere dell’esistenza, tanto da poter separare chi viaggia senza meta da chi invece ha un itinerario con fermate e incontri casuali, (..) e si finisce per perdersi, perché attribuendo all’ignoto ciò che capita (per caso), l’accaduto può assumere qualsiasi senso”.

Ma c’è un altro aspetto. C’è sempre il rovescio d’ogni medaglia, rappresentato dal tentativo umano (filosofico) di ingabbiare il ‘caso’ di razionalizzarlo, di renderlo prevedibile … dipende solo da noi! “Potrei continuare, ma sono certo che i miei interrogativi alla fine riportano tutti alla fragilità, e quindi ad un’unica domanda: non abbiamo forse dimenticato (troppo in fretta) di essere fragili, che la nostra condizione umana è fatta anche della fragilità che abbiamo voluto nascondere inseguendo forza e successo?”.

Mi fermo qui, in ragione di un andare oltre e molto più lontano di quanto è contenuto in questo saggio che pure si lascia leggere come un qualsiasi libro d’avventura e che tutti dovrebbero far proprio in quanto vademecum d’una realtà educazionale della società attuale, che consiglio a quanti: genitori, pedagoghi, insegnanti, esercitano la materia di precettori di vita cui non possiamo né dobbiamo rinunciare, ne vale la continuità della nostra specie: “Mi auguro che si delinei un (nuovo) umanesimo della fragilità che da qui, e solo da qui, rinasca una politica, rinascano i bisogni esistenziali dell’uomo e della convivenza tra gli uomini. (..) Ho iniziato a scrivere queste pagine per dare un senso all’educazione, per salvare questa parola dall’oblio e dalla banalità (incredulità, mancanza di fede ecc.). E ho sognato che l’educazione, che oggi mi appare impossibile, possa diventare possibile.”

 

Vittorino Andreoli è uno dei maggiori psichiatri italiani, riconosciuto a livello mondiale. Le sue ultime opere saggistiche uscite per l’Editore Rizzoli sono: “La fatica di crescere” (2009); “Le nostre paure” (“010); “Il denaro in testa” (2011); “L’uomo di superficie” (2012) e “I segreti della mente” (2013) e moltissimi altri su argomenti specifici.


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