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Woody Guthrie: Il Poeta con la chitarra in spalla

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 31/01/2012 16:23:44

WOODY GUTHRIE: “Il poeta con la chitarra in spalla”.

Comunemente considerato il più grande folk - singer americano, ‘maestro’ dei più noti cantanti di ballate, country western, canzoni folk, work-songs, Woodrow Wilson Guthrie (Okemah, Oklahoma 1912-New York 1967). Lui stesso diceva di sé: «Scrivo le cose che vedo, le cose che ho visto, le cose che spero di vedere, da qualche parte, in un posto lontano». Era soprattutto un poeta, così detto per la sua vena di versificare su ogni cosa: storie interminabili, ballate popolari che parlano della vita della gente, dei lavoratori, delle loro lotte, degli scioperi e della fatica quotidiana per la sopravvivenza. Era capace di intonare una canzone accompagnandosi con un paio di cucchiai o percuotendo una scatola di latta vuota con le mani nude, componendo versi che bisbigliava, fischiettava o gridava con la sua voce rauca ben intonata per gli scaricatori di porto, barcaioli che lavorano lungo i fiumi, contadini che incontra nei campi, nelle foreste come nelle strade e nelle bettole di città.

Imparò a suonare l'armonica, la chitarra e il mandolino. Per un breve periodo suona in una country band in Texas perfezionando il suo personalissimo modo di suonare la chitarra, dalla quale non si distaccava mai. Ed è infatti con la chitarra a tracolla che tutti in America, dagli anni ’40 in poi, si ricordano di lui come una figura, longilinea e asciutta, con una sorta di sorriso stampato sulla faccia che, a buon vedere nelle pieghe del volto, nascondeva un’amarezza profonda, quasi non si aspettasse null’altro dalla vita più di quello che aveva, cioè la sua libertà. In realtà Guthrie cantava e suonava per tutti, che fossero Russi, Slavi, Svedesi, Norvegesi, Irlandesi, Neri e Bianchi d’America, da sopra un carro di fieno o il tetto di un vagone merci di un treno in arrivo o in partenza verso qualche posto, vicino o lontano che fosse, per lui non aveva quasi mai importanza. La vita era grama e il suo essere trasandato rispecchiava palesemente quanto, allora, nell’America che ancora non conosceva ‘il sogno americano’, il lavoro e il pane bisognava cercarli dov’erano, vicino o lontano, da una costa all’altra e viceversa, dovunque se ne sentiva il richiamo: «Sembrava che tutti cercassero conforto sulla spalla degli altri, e le canzoni e le melodie non avevano né razza né colore. Perché ciò che è giusto per un uomo, ovunque sia, è giusto anche per te, dovunque tu ti trovi».

Ben presto fu considerato un simbolo, per non dire un vero e proprio mito per molte generazioni a venire che l’avrebbero osannato e imitato, come cantautore e come personale stile di vita, soprattutto come ‘spirito viaggiatore’ in cui si rifletteva ogni momento della sua esistenza. Infatti poteva dirsi ‘menestrello’ o ‘trovatore’ ma solo per ricordare alla lontana un qualche suo più nobile predecessore. Woody Guthrie partì molto giovane dall’Oklahoma dov’era nato, quando, nel 1936, si trovò ad affrontare la misera realtà che lo circondava, decise di abbandonare la pampa texana. Prese il suo primo treno per la California, lasciando la famiglia e una moglie che non aveva voluto seguirlo. E ovunque andò, fece conoscere la sua musica. Dopo, fu un susseguirsi di imprevisti, solcò quasi tutti i mari, prese parte a tre sbarchi dei Marines, inclusi quelli delle isole britanniche e della Sicilia, Così ricorda quei giorni:

«Nutrii cinquanta fucilieri, lavai piatti sporchi, pulii la loro sudicia mensa e non cambiai mai di grado né in su né in giù, mai. Ho cantato povere canzoni per combattenti malnutriti, come me».

Si dice abbia percorso tutti i 48 Stati dell’Unione di allora, spostamdosi continuamente:

«Ho fatto un po’ di tutto. Mi sono spostato insieme alle città del petrolio e mi sono spinto molto a Ovest, fino a Hobbs nel Nuovo Messico. Più ci si spinge a Ovest e più il paese si fa scuro, caldo, immobile e deserto. Ho imparato a suonare alla chitarra un po’ di accordi più facili, e girato da un locale all’altro come un predicatore che si rechi in continuazione da un angolo all’altro delle varie strade.

Dalla sua biografia apprendiamo che arriva a New York alla fine degli anni trenta ed incontra un gruppo di intellettuali che stanno riscoprendo la musica popolare. Fra loro ci sono Pete Seeger, Alan Lomax e altri, che trovano in Woody il rappresentante di quella genuina arte popolare che cercavano. Woody scrive moltissime canzoni e diventa ben presto un punto di riferimento della musica folk statunitense. Entra a far parte del gruppo Almanac Singers con i quali si esibisce per un certo periodo, poi prosegue da solo e collaborando con altri musicisti folk come Pete Seeger, Cisco Houston e con bluesmen come Leadbelly e Sonny Terry. E che, all'entrata in guerra degli USA con gli alleati nella seconda guerra mondiale Woody è imbarcato nella marina mercantile. Le navi su cui è imbarcato vengono silurate ed affondate, cosa che gli capita due volte, in una delle quali approda come naufrago in Sicilia insieme all'inseparabile Cisco Houston e Jim Longhi. Alla fine della guerra riprende a suonare e incidere canzoni, ma la sua collocazione nella sinistra statunitense nel sindacato gli procurano un posto nelle liste nere della "caccia alle streghe" durante il Maccartismo, rendendogli la vita ancora più difficile.

Solo dopo molti anni e dopo molte peripezie, non prima di aver raggiunto una certa notorietà, Guthrie riesce a pagarsi il viaggio sul treno del ritorno e si riconcilia coi propri congiunti. Ed è qui che, attraverso i canali di una emittente radio locale, da inizio al racconto della sua vita avventurosa, suonando e cantando le ballate e le canzoni composte e quelle raccolte un po’ ovunque. Nessuno può dire quante canzoni egli abbia composto. C’è chi sostiene di averne contata più di mille, ma si tratterebbe solo di brani che ha avuto cura di mettere sulla carta. Il numero non comprende quelle canzoni probabilmente portate via da una tempesta di sabbia in cui certamente è incappato, o quelle volate via con lo sferragliare di un treno merci preso in corsa e che nel suo lungo viaggio avrebbe valicato pianure e montagne, stati e città, quasi sempre dimenticate dopo una notte buia.

Ma chi era Woody Guthrie? Ce lo racconta lui stesso in una delle sue tante chiacchierate registrate alla radio dell’epoca:

«Io sono niente più di un tizio che cammina. A fatica potreste riconoscermi in mezzo a una gran folla: sono assolutamente uguale a qualunque altro. Strade, parchi, grandi fiumi, io viaggio! Non siete contenti che io viaggi e lavori? Se io mi fermassi, dovreste alzarvi e lasciare il vostro impiego e mettervi a viaggiare, perché c’è dannatamente tanto da viaggiare che dev’essere fatto … Mi sono messo le scarpe e ho attraversato il mondo, disegnando quadri nella mia mente e ascoltando poesie e canzoni, parole che arrivavano e danzavano nelle mie orecchie così alla svelta che non ho mai potuto metterle giù per iscritto. Un’alluvione di sensazioni aperte, fresche come l’aria libera, chiare come il cielo, come io ho provato camminando, parlando, guardando».

Un comunicatore instancabile e determinato, che per conoscere il mondo, o almeno la terra in cui viveva e che condivideva con gli altri, ha avuto la forza e la capacità di mettersi in viaggio, sapendo che non era per mera illusione o spirito di conoscenza, forse anche quello, ma senz’altro spinto da spirito di sopravvivenza, che gli diceva all’orecchio attento e scrupoloso nel cogliere i segni del cammino, in quale direzione spingersi. Un poeta dunque, che con la chitarra in spalla, estraeva dalle parole: “quella musica che un giorno salverà il mondo”.
Seppure tardiva, la riscoperta di Woody Guthrie da parte delle generazioni successive, segna un punto d’incontro/scontro tra generazioni. Un riconoscimento allo ‘spirito’ libero di un artista (suo malgrado), per il quale essere ‘contestatario’ era nella natura delle cose. Lì dove la società non offriva altro, c’era davvero ben poco da inventarsi, e lui si arrangiava come poteva, cantando le sue ballate e le sue canzoni che a riascoltarle s’impongono a sollecitare l’arida contestazione di oggi. Canzoni in cui si sente il ritmo della vita, l’eco della rabbia contro la povertà incombente, e la meschinità di chi poteva fare qualcosa e non l’ha fatto; e che dimostrano di non avere preferenze di colore o di pelle, ma che restituiscono a ognuno l’orgoglio del proprio ego e del proprio lavoro, ‘qualunque esso fosse’, che secondo Guthrie, rispondeva a quella dignità che l’uomo porta in sé, anche se non sempre la spende nel migliore dei modi. Canzoni che parlano d’amore, di solitudine, di dolore, in cui affiora un’orgogliosa e caparbia voglia di vivere e soprattutto di farcela, di svoltare, pur restando comunque se stesso.
In quegli anni, questo accadeva negli anni ’30 e ’40, in quella America, chi poteva studiava, chi non poteva era fuori dagli schemi accademici, animati solo da un’empirica disposizione a tentare vie non convenzionali. Prima di Gutrhie in America c’era stato senz’altro Charles Ives (*) che, in un peculiare sincretismo (tutto americano), aveva coniugato stilemi tradizionali con elementi idiomatici di una qualche modernità. Senz’altro dopo che il panorama si era già arricchito per l’arrivo di molti musicisti emigrati dall’Europa in seguito agli avvenimenti politici o alle persecuzioni razziali, come: Hindemith, Stravinskij, Schonberg fino a Cage, che furono particolarmente influenti, per così dire, sulla musica americana di Gershwin, di Copland e di molti altri.

Per altro, a parte tali figure d’eccezione, il terreno che meglio espresse una qualche originalità ed esercitò la più vasta influenza nella canzone popolare, fu proprio quello della musica di consumo, sia quella diffusa dai mass media dell’epoca, cioè radio e incisioni discografiche a basso prezzo, sia quella più legata alla tradizione e pensate, dalla tradizione europea che, proprio sul finire dell’800 si era espressa con Carl Loewe (*), tedesco, autore di ‘ballate’ (Lieder) in stile trovadorico “Tom der Reimer” (Tom the Rhymer), “Loving Burial” già stravolte dal vento dello “Sturm und Drang”, il movimento letterario cui appartenne il giovane W. Goethe. E, ovviamente, l’inizio del cinema sonoro. È di quegli anni la nascita, sulla scia del popolarissimo Rag-time, il rivoluzionario Jazz che fece letteralmente impazzire le folle e attraversò l’Oceano fino a raggiungere la già ‘vecchia’ Europa, sconvolta dalla stragrande influenza della ‘follia nera’ importata e rivisitata che imperversava a Parigi: dalle slave-songs al blues, dal jazz al pop, che porterà, dopo gli anni ’60 all’importante corrente minimalista che da Cage, attraverso Terry Riley e Steve Reich arriva fino a Phil Glass.

Ma già siamo in un’altra epoca, il salto è stato piuttosto lungo. In realtà quelli appena citati, messi a confronto col nostro Guthrie, sono giganti della musica propriamente detta. Lo stesso Charles Ives di “A farewell to land” e “Tom sails away”, rimanda a citazioni extramusicali, come negli inni religiosi, nelle musiche per banda. Ma infine, quello che più ci piace di lui sono le ‘canzoni’ che, proprio in quegli anni ’40 cominciavano ad avere una certa circolazione sul tutto il territorio, e la sua figura esile e dinoccolata, diviene punto di riferimento per i giovani americani, almeno fino all’ultima guerra e oltre. Tuttavia nessuno, davvero proprio nessuno, fu così originale come Guthrie, almeno tra quelli che allora si distinsero come fautori della musica popolare cosiddetta ‘bianca’. Ed era proprio questa la distinzione che si faceva, anche se oggi si stenta a crederlo, c’era la musica fatta dai ‘bianchi’, che oggi etichetteremmo come country - western (diversa dall’altra più attuale e detta west-coast); e c’era la musica fatta dai ‘neri’, come appunto il ragtime, il blues, il jazz.

Woody Guthrie non fu solo il primo, bensì l’unico, a infrangere questi confini, a cantare per così dire ‘per tutti’, e le sue ballate divennero così popolari proprio perché non conoscevano i limiti imposti dalle etichette, dai fili spinati dei confini, dalle imposizioni sociali (così poco democratiche), ma che si adattavano a ogni sorta di circostanza, che fosse bianca o nera, senza distinzione. Poi, arrivarono tutti gli altri, i così detti “On the Roads”, narratori, scrittori, musicisti, cantautori, i cui nomi oggi ci fanno levare un hurrà di compiacimento , subendone, ovviamente, la decisiva influenza: Harry Jackson, Bob Dylan, Bruce Springsteen e Joe Strummer, ed anche Dobbie Brothers, Frankie Avalon, Don Gibson, Ray Peterson, Glenn Campbell, Harry Nilsson, Don McLean. E poi i grandi Johnny Cash, Joan Baez, Pete Seeger, Ry Cooder, Cisco Houston, The Kingston Trio, The Weavers, Peter, Paul and Mary, Tom Paxton, Country Joe McDonald, Judy Collins, Ramblin' Jack Elliott, John Mellencamp, Odetta, Richie Havens, Ani DiFranco, Billy Bragg, James Talley e il figlio Arlo Guthrie. Non in ultimi gli U2 (Jesus Christ, 1988), e i gruppi degli Eagles, e gli America, fino a raggiungere i suoi due ‘estremi’ con Leonard Cohen e Tom Waits, più raffinato il primo, più grezzo l’altro. Una infinità di grandi interpreti, tutti suoi adepti e prosecutori, soprattutto nati o cresciuti sulla sua scia e che, in qualche modo, hanno contrassegnato un tentativo di presa di coscienza degli americani, tardivo ma che pure va letto come un fenomeno sociale che merita considerazione. Da segnalare il tributo dei Klezmatics, autori di 'Wonder Wheel', un disco composto da dodici pezzi scritti da Guthrie e mai incisi.

Nel 2003 la cantante folk Joan Baez, nel suo album Dark Chords on a Big Guitar, omaggia Guthrie nel brano Christmas in Washington, il cui testo, scritto da Steve Earle, è un dialogo immaginario con Guthrie, in cui gli si chiede di tornare per riprendere la rivolta e aiutare gli statunitensi nella difficile epoca di George W. Bush. La canzone è inserita anche nell'album live della Baez Bowery Songs del 2005, con una variazione di testo nell'ultima strofa: mentre nella versione originale si chiedeva l'intervento, oltre che di Guthrie, di Emma Goldman, Joe Hill, Malcolm X e Martin Luther King, nella nuova versione live il nome della Goldman è sostituito con quello del Mahatma Gandhi. Precedentemente aveva portato al successo internazionale la canzone 'The Ballad of Sacco e Vanzetti' scritta in collaborazione con Ennio Morricone, in occasione del film omonimo. In Italia hanno interpretato alcune sue canzoni gli Stormy Six, Edoardo Bennato, Fabrizio De Andrè, Luca Barbarossa, Moni Ovadia, Modena City Ramblers, Lorenzo Bertocchini & The Apple Pirates, Gang, Enantino e Beppe Gambetta. Giulio Casale ha interpretato 'This Land is Your Land' nello spettacolo di teatro canzone "La canzone di Nanda" (2009-2011) e nell'omonimo cd.

Lo spirito ribelle e positivo di Woody Guthrie accompagna ancora oggi chi lotta contro la Malattia di Huntington che lo colpì nel 1954. Nel 1956 le sue condizioni di salute peggiorarono: colpito da una grave malattia ereditaria, la Corea di Huntington, entra in ospedale e non ne uscirà quasi più fino alla morte, avvenuta il 3 ottobre 1967. Quest'ultima, tragica fase della sua vita è accennata nel film “Alice's Restaurant” dove il figlio Arlo Guthrie e l'amico Pete Seeger interpretano sé stessi al capezzale di Woody. Nel 1967 sua moglie, Mjorie Guthrie, fondò il Comitato per combattere la Malattia di Huntington (Committee to Combat Huntington's Disease), un movimento che a distanza di anni è ancora attivo e continua a crescere in tutto il mondo.

Woody Guthrie quindi, come una riscoperta, ma questa volta da parte del cinema americano che sempre più, successivamente a quegli anni, è sembrato impegnato nella ricerca di se stesso, di una realtà che lo ha visto ridimensionato, che ha sostituito i propri eroi (un tempo detti) di celluloide, con personaggi appartenenti alla vita reale, per così dire ‘realmente vissuti’, seppure le loro storie erano spesso rimaneggiate ai fini dello spettacolo cinematografico e talvolta spinti verso una moralità bigotta, che in vita non avevano conosciuta, di cui Woody Guthrie è uno dei più genuini rappresentanti. Lo conferma almeno un film a lui dedicato: “Bound for Glory” basato su una sceneggiatura di Robert Getchell, rivisto di recente nel circuito d’essai, con il titolo italiano “Questa terra è la mia terra” (titolo di una sua nota canzone). Una rilettura - senza boria - che viaggia sul filone dell’autocritica americana, già affrontata e messa in risalto in pellicole di rilievo, quali: “Nashville” di Robert Altman, “New York, New York” di Martin Scorzese e, soprattutto in “Ragtime” sempre di Altman, tratto dal libro di successo di E. L. Doctorow (Mondadori). E inoltre in: “È successo qualcosa” di Joseph Heller, “Easy Ryder” di Dennis Hopper, “Thelma e Louise” di Ridley Scott, e gli ultimissimi “I diari di una motocicletta” di Gael Garcia Bernal e lo straordinario “Into the Wild” di Sean Penn, dove l’America si mette a nudo in una radiografia stratificata che si fa critica dell’idea che ha di se stessa e del suo recente passato.

David Carradine, che ha rappresentato nel tempo (e per molti di noi) un vero e proprio ‘mito’ cinematografico, sembra perfetto come figura e interpretazione nella parte di Woody Guthrie, segnato, per così dire, dalla ‘immagine’ che Al Ashby doveva avere di lui come personaggio, e che ha accettato di firmare la regia. Leonard Rosenman che ha curato la colonna sonora originale del film, (United Artists), ha ammesso di non aver trovato alcuna difficoltà a trovare, tra musiche e canzoni del suo repertorio, quelle che di per sé costituiva già un filone di consequenzialità e adattarle all’occasione. Ma voglio qui segnalare una raccolta di canzoni eseguite dallo stesso Woody Guthrie, titolata: “Verso la gloria” (Albatros) e corredata di un libretto con testi in inglese e in italiano, contenente oltre alle canzoni utilizzate nel film, moltissime altre, tra le più significative, che Woody ha portato in giro per il mondo.

Sue ballate e canzoni:

“QUESTA TERRA È LA MIA TERRA”
Questa terra è la mia terra, questa terra è la mia terra
Dalla California a New York
Dalle foreste di pini rossi alla Corrente del Golfo
Questa terra fu creata per te e per me
Mentre io me ne andavo per quel tratto di strada
Vidi sopra di me un cielo senza fine
Vidi sotto di me quella valle tutta d’oro
Questa terra fu creata per te e per me
Ho vagabondato e girato ed ho seguito le mie stesse orme
Verso le sabbie scintillanti dei suoi deserti di diamante
Tutto quanto intorno a me una voce diceva
Questa terra fu creata per te e per me
Quando il sole risplendeva, allora mi mettevo in cammino
Mentre i campi di grano ondeggiavano e le nuvole di sabbia
Avanzavano
Una voce cantava, mentre la nebbia si alzava
Questa terra fu creata per te e per me
Questa terra è la tua terra, questa terra è la mia terra
Dalla California a New York
Dalle foreste di pini rossi alla Corrente del Golfo
Questa terra fu creata per te e per me.


“JESUS CHRIST”

Jesus Christ was a man who traveled through the land
Hard working man and brave
He said to the rich, "Give your goods to the poor"
So they laid Jesus Christ in his grave
Jesus was a man, a carpenter by hand
His followers true and brave
One dirty little coward called Judas Iscariot
Has laid Jesus Christ in his grave
He went to the sick, he went to the poor,
And he went to the hungry and the lame;
Said that the poor would one day win this world,
And so they laid Jesus Christ in his grave
He went to the preacher, he went to the sheriff,
Told them all the same;
Sell all of your jewelry and give it to the Poor,
But they laid Jesus Christ in his grave
When Jesus came to town, the working folks around,
Believed what he did say;
The bankers and the preachers they nailed him on a cross,
And they laid Jesus Christ in his grave
Poor working people, they follered him around,
Sung and shouted gay;
Cops and the soldiers, they nailed him in the air,
And they nailed Jesus Christ in his grave
Well the people held their breath when they heard about his death,
And everybody wondered why;
It was the landlord and the soldiers that he hired
That nailed Jesus Christ in the sky
When the love of the poor shall one day turn to hate
When the patience of the workers gives away
"Would be better for you rich if you never had been born"
So they laid Jesus Christ in his grave
This song was written in New York City
Of rich men, preachers and slaves
Yes, if Jesus was to preach like he preached in Galillee,
They would lay Jesus Christ in his grave
sung to Jesse James.

“GESU 'CRISTO”

Gesù Cristo era un uomo che ha viaggiato per il paese
Uomo che lavora duro e coraggioso
Ha detto ai ricchi, "Lascia la tua beni ai poveri"
Così dunque deposero Gesù Cristo nella sua tomba
Gesù era un uomo, un falegname a mano
I suoi veri seguaci e coraggioso
Un piccolo sporco codardo chiamato Giuda Iscariota
Ha messo Gesù Cristo nella sua tomba
Andò ai malati, è andato ai poveri,
E andò per gli affamati e gli storpi;
Ha detto che i poveri un giorno sarebbe vincere questo mondo,
E così dunque deposero Gesù Cristo nella sua tomba
Andò al predicatore, andò allo sceriffo,
Detto tutti la stessa cosa;
Vendere tutti i gioielli e darlo ai poveri,
Ma dunque deposero Gesù Cristo nella sua tomba
Quando Gesù è venuto in città, la gente lavora intorno,
Credeva in ciò che ha detto;
I banchieri ei predicatori lo hanno inchiodato su una croce,
E dunque deposero Gesù Cristo nella sua tomba
Povera gente che lavora, lo follered in giro,
Cantato e urlato gay.
I poliziotti ei soldati, che lo avevano inchiodato in aria,
E hanno inchiodato Gesù Cristo nella sua tomba
Beh, la gente tiene il fiato quando hanno saputo della sua morte,
E tutti si chiedeva il perché;
Era il padrone di casa ed i soldati che ha assunto
Che Gesù Cristo inchiodato nel cielo
Quando l'amore per i poveri è uno giorno turno di odio
Quando la pazienza dei lavoratori dà via
"Sarebbe meglio per voi ricco se non fossi nata"
Così dunque deposero Gesù Cristo nella sua tomba
Questa canzone è stata scritta a New York
Dei ricchi, predicatori e schiavi
Sì, se Gesù è stato quello di predicare, come predicava in Galilea,
Avrebbero laici Gesù Cristo nella sua tomba
cantata da Jesse James.

“THE GREAT DUST STORM”
(Dust Storm Disaster)

On the fourteenth day of April of nineteen thirtyfive
There struck the worst of dust storms that ever filled the sky.
You could see that dust storm coming the cloud looked deathlike black
And through our mighty nation it left a dreadful track.

From Oklahoma City to the Arizona line
Dakota and Nebraska to the lazy Rio Grande.
It fell across our city like a curtain of black rolled down
We thought it was our judgment we thought it was our doom.

The radio reported we listened with alarm
The wild and windy actions of this great mysterious storm.
From Albuquerque and Clovis and all New Mexico
They said it was the blackest that ever they had saw.

From old Dodge City, Kansas, the dust had rung their knell,
And a few more comrades sleeping on top of old Boot Hill.
From Denver, Colorado, they said it blew so strong,
They thought that they could hold out, they didn't know how long.

Our relatives were huddled into their oil-boom shacks,
And the children they were crying as it whistled through the cracks.
And the family, it was crowded into their little room,
They thought the world had ended, and they thought it was their doom.

The storm took place at sundown. It lasted through the night.
When we looked out next morning we saw a terrible sight.
We saw outside our window where wheatfields they had grown,
Was now a rippling ocean of dust the wind had blown.

It covered up our fences, it covered up our barns,
It covered up our tractors in this wild and dusty storm.
We loaded our jalopies and piled our families in,
We rattled down that highway to never come back again.


“LA GRANDE TEMPESTA DI POLVERE” da: "Woody Guthrie Songbook" / traduzione Fabrizio Piazza.
(Il disastro della tempesta di polvere)

Nel quattordicesimo giorno di aprile del 1935
capitò la peggior tempesta di polvere che mai abbia riempito il cielo
dovevate vederla quella tempesta arrivare la nuvola era nera come la morte
e lasciò una traccia terribile attraverso la nostra grande nazione

da Oklahoma city fino al confine con l'Arizona
in Dakota e Nebraska fino al lento rio grande
cadde sulla nostra città come un sipario nero srotolato
pensammo che era il giorno del giudizio pensammo che era la nostra fine

la radio l'annunciò ascoltammo allarmati
l'azione selvaggia e violenta di questa misteriosa tempesta
da Albuquerque a Clovis e in tutto il New Mexico
dicono fosse la peggiore che avessero mai visto

dalla vecchia Dodge City la polvere suonò i suoi rintocchi
e molti compagni adesso dormono sulla vecchia collina degli stivali
da Denver Colorado dicono soffiò così forte
loro tenevano duro ma non sapevano quanto a lungo

i nostri parenti erano radunati nelle baracche del boom petrolifero
mentre bambini piangevano fischiava attraverso le fenditure
la famiglia era stipata nella piccola stanza
pensarono che era la fine del mondo pensarono che sarebbero morti

la tempesta arrivò al tramonto e durò tutta la notte
quando guardammo fuori il mattino successivo fu uno spettacolo tremendo
guardando fuori dalla finestra dove erano cresciuti i campi di grano
adesso c'era un oceano increspato di polvere soffiata dal vento

coprì le staccionate coprì i fienili
coprì i trattori una selvaggia tempesta di polvere
caricammo le nostre bagnarole ci mettemmo dentro le nostre famiglie
partimmo sferragliando sulla strada per non ritornare mai più.


“AIN'T GOT NO HOME IN THIS WORLD ANYMORE”

I ain't got no home, I'm just a -roamin' 'round,
Just a wand'rin' worker, I go from town to town.
And the police make it hard wherever I may go,
And I ain't got no home in this world anymore.

My brothers and my sisters are stranded on this road,
A hot dusty road that a million feet have trod.
Rich man took my home and drove me from my door,
And I ain't got no home in this world anymore.

Was a farmin' on the shares and always I was poor,
My crops I laid into the banker's store.
My wife took down and died upon the cabin floor,
And I ain't got no home in this world anymore.

Now as I look around it's a mighty plain to see,
This world is such a great and a funny place to be.
All the gambling man is rich and the working man is poor,
And I ain't got no home in this world anymore.

“BLOWIN' DOWN THIS ROAD” (Testo e musica di Woody Guthrie e Lee Hays - basata su un motivo tradizionale).

(I Ain't Going To Be Treated This Way)

I'm a-goin' down this road feeling bad,
I'm a-goin' down this road feeling bad,
I'm a-goin' down this road feeling bad, bad, bad,
An' I ain't a-gonna be treated this a-way.

I'm goin' where the water taste like wine,
I'm goin' where the water taste like wine,
I'm goin' where the water taste like wine, wine, wine,
An' I ain't a-gonna be treated this way.

Takes a ten-dollar shoe to fit my feet,
Takes a ten-dollar shoe to fit my feet,
Takes a ten-dollar shoe to fit my feet, Lord, Lord,
An' I ain't a-gonna be treated this way.

Your two-dollar shoe hurts my feet,
I said your two-dollar shoe hurts my feet,
Your two-dollar shoe hurts my feet, Lord, God,
An' I ain't a-gonna be treated this way.

I ain't a-gonna be treated this way,
I ain't a-gonna be treated this way,
I ain't a-gonna be treated this way, Lord, God,
An' I ain't a-gonna be treated this way.

Discografia:

“Charles Ives: Songs” - Dietrich Fischer-Dieskau, - Deuteche Grammophon LP 2530696.
“Carl Loewe: Balladen” - Dietrich Fischer-Dieskau, - Deuteche Grammophon LP 2531376.

Woody Guthrie, “Bound for Glory”, United Artists …
Woody Guthrie, “Questa terra è la mia terra”, LP Albatros …


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