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Cantos a Kiterra / La Sardegna – La tradizione in Italia

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 02/06/2015 18:10:01

Cantos a Kiterra / La Sardegna – La tradizione in Italia

“… forse perché il tempo qui scorre più lento
ed il vento di novembre ti soffia nelle orecchie
… non so se sono gli odori oppure la luce abbagliante di giugno
oppure quelle strade sempre più lunghe, pare non finiscano mai
ma tutte inesorabilmente ti portano verso lo stesso luogo
… il mare, quel mare da dove arriva la gente di fuori
quel mare che quando parti, ti separa dalle strade, dal tempo, dal vento di quest’isola
… ma tutto questo è già entrato dentro il tuo cuore.”
(Enzo Favata – “Voyage en Sardaigne 1997”)

Un viaggio all’insegna del Jazz, quello offerto da Enzo Favata che s’articola sulle note di molti strumenti tipici (corno da caccia, benas doppie in osso, flauto basso); e più moderni (sax soprano, sopranino e contralto, live electronics) da lui stesso suonati con ineguagliabile maestria e che non stravolgono del tutto i brani originali scelti come fondo ereditario di una tradizione millenaria che si tramanda e si ripete con rinnovato interesse dal popolo che verosimilmente l’ha prodotta. Come pure scrive Roberto Leydi (*) “Va infatti tenuto presente che una serie di processi di stilizzazione hanno trasformato in senso moderno musiche e balli dalle radici etniche più antiche, tanto da rendere ormai inavvertibili, o quasi, l’arcaicità e i caratteri originali. (..) si può qui citare la Sardegna dove il cosiddetto ‘ballo tondo’ si mantiene in relativa integrità e funzionalità anche là dove gli strumenti antichi sono usciti dall’uso, per essere sostiruiti da altri più moderni.” Tuttavia in questo scritto il Jazz è solo il pretesto – non certo per Favata e gli altri che lo hanno seguito o forse preceduto: da Pino Masi a Franco Madau, da Suonofficina ai Tazenda a Paolo Fresu – per tornare a parlare di Sardegna e delle sue tradizioni popolari, lì dove la terra circondata dal mare circoscrive non un’isola ma un continente musicale vero e proprio, con un suo clima ventoso, la sua natura selvaggia, la sua fauna speciale, i suoi odori di sottobosco, la sua gente così diversa e fiera ch’è quasi impossibile trovare al di là dell’orizzonte d’acqua che la circonda.

Acciò, scrive Diego Carpitella: “… la musica sarda si configura nell’ambito del folklore italiano come un microsistema, un universo sonoro ben circoscritto entro cui si dispiegano l’abilità e la fantasia dei cantori e degli strumentisti popolari. (..) Ciò che oggi intendiamo come ‘popolare’ è tutto quello che appartiene a una determinata fascia e zona della nostra cultura (almeno con una deriva linguistica comune) con caratteristiche mentali ed economiche precise: è la zona della comunicazione orale mediante cui pastori, contadini, pescatori, artigiani si tramandavano, o si tramandano, un patrimoinio espressivo: il cosiddetto floklore”, anche se con ciò si sottintende una questione teorica e storica abbastanza complicata. Cioè questi canti, balli, recitazioni, lamenti, ninnenanne, etc.; compresi tra “il miele e le ceneri”, sono ancora funzionali o sono ormai irremidiabilmente memorizzati. Non è stato avviato finora un inventario in tal senso: ma si potrebbe dire che il grado di funzionalità è direttamente proporzionale all’intercambiabilità dell’informatore. (..) In tal senso il diagramma folkloristico italiano è abbastanza discontinuo: in ogni caso la Sardegna è l’unica regione d’Italia in cui esistano cooperative di canto, a livello pastorale, contadino e artigiano. Nell’ambito di questo microsistema si dispiega un fare musica in cui la norma tradizionale è rispettata, la funzione (qualsiasi essa sia, sentimentale, ideologica, magica, etc.) predomina, ed il valore estetico (..) la ‘bellezza’ di taluni documenti – tutti registrati sul campo, secondo i dettami delle ricerche etno-antropologiche – coincide con chi sa intonare a giusto registro, a giusto volume, con chi sa trovare la metrica delle parole più adatta alla ritmica dei suoni, inventando e variando”.

E aggiunge: “Seguendo il criterio dei modi di esecuzione (che fino a quando la tradizione è tradizione sono rigorosamente rispettati), si tratta quindi di impiego di frequente di notemusiche e canti polivocali e polifoniche, liturgiche e processionali. Si tratta quindi, di musiche ad occasione determinata, anche se lo stile della polifonia non si discosta da quella profana, salvo l’impiego più frequente di note tenute. In tal senso la polifonioa sarda è uno degli esempi più interessanti, di sincretismo musicale: infatti il melodizzare modale, di estrazione chiesastica, si è innestato in una tessitura polifonica autoctona, dando luogo a dei risultati unici nel quadro della religiosità popolare italiana. La funzionalità attuale di alcune di queste musiche è riscontrabile soprattutto durante le processioni e i riti della Settimana Santa. Canti ad una o a due voci alterne a quelli accompagnati da strumenti: il setaccio, il tamburello, le launeddas, la chitarra. Si ha così un crescendo del volume sonoro. Molti di questi canti sono ad ‘occasione determinata’: ninenanne, duruduru, lamenti funebri), nel senso che l’espressività è strettamente connessa ai comportamenti. Altri canti, invece sono ad occasione indeterminata (mutos, mutettu, boghe in re, ballu)”.

Ma lasciamo per un momento la musica e continuamo il nostro viaggio letterario la cui attualità dei testi (di Enzo Favata e Ulrich Ohlshausen*), qui riproposti, proseguono il ‘cantare poetico’ dei grandi sardi che li hanno preceduti: Grazia Deledda, Giuseppe Dessì, Salvatore Satta, Gavino Ledda, Michela Murgia Zedda, solo per citarne alcuni che mi tornano alla mente insieme ad altri a noi più vicini, per addentrarci nel ‘mèlos’ tipicamente sardo che ci giunge allorché arrivati e ci confonde quasi a non lasciarci più andare. Del resto andare dove? Una volta qui giunti ci si rende conto fin da subito che non c’è un altro luogo dove andare, quasi si fosse giunti a un mondo estremo. La Sardegna non come già passato millenario ma dentro il tempo presente; un po’ come dire che il Jazz non è la musica del futuro bensì è dentro questo mondo etnico che lo rappresenta, in grado di avvalorare l’interscambio culturale che va avanti ormai da più di vent’anni con un consenso unanime e con le innumerevoli emozioni che la tradizione sarda trasferisce direttamente al mondo con la sua placidità, con l’ostentazione calma di chi sa di ‘esserci’ e in qualche modo di ‘essere’ fuori dal mondo.

“Di fretta (qui) non si va, da queste parti / rallenta i tuoi giorni, straniero che corri / la fretta è una peste, lascia sempre affamati / ascolta i silenzi, goditi il vento / i giochi di urla, di dita mostrate / i numeri oscuri gridati nell’ombra / piano piano, a pagu a pagu / qua si invecchia in millenni / apposénta, ascùtta, sèzzi, citti / mangia poco e mai sotto il sole / guarda il mare, e i veli e le facce / non correre, non urlare, non cercare / fatti guardare / uno, duo, trese, quattru, kimbe.” (Enzo Favata op.cit.)

Il ricordo risale a moltissimi anni fa allorché presi parte all’Ottobrata Iglesiente che ogni anno si tiene ad Iglesias (nel cagliaritano) e che s’inserisce nel solco della tradizione a ‘sa festha manna’ legata ai festeggiamenti in onore della Madonna del Buoncammino, a cui è dedicata la chiesa che sta sul colle omonimo. La nascita dei festeggiamenti religiosi risale alla fine dell'Ottocento, sulla scia dell’Ottobrata la festa profana in occasione della quale si svolgeva non solo la fiaccolata verso il colle, ma anche ‘is fogaronis’ (i fuochi), con una rassegna enogastronomica di prodotti tipici locali con bancarelle, ‘paradas’ e ‘glorieddas’ oggi organizzata dalla Pro Loco Sarda in collaborazione con la Coldiretti Sarda. Abbinate alla manifestazione hanno luogo inoltre alcune importanti iniziative come "Autunno in Fiera" con la partecipazione di artigiani e produttori del territorio provenienti da tutta l’isola; nonché una mostra di arte urbana e sport di strada con giochi antichi riservati ai bambini e ai ragazzi che solitamente si tiene nel chiostro di San Francesco. Per tutto il periodo inoltre sono aperti e visitabili gratuitamente tutti i siti di interesse della città grazie all'iniziativa "Visit Iglesias" giunta alla sua seconda edizione; in particolare si potrà visitare la mostra fotografica dal titolo "IntusINmente" presso il Museo dell'Arte Mineraria. La giornata della domenica solitamente dedicata ai festeggiamenti religiosi, si esibiscono ‘cori’ e ‘danze’ del folklore sardo in abiti tipici riccamente ricamati e ornati e che rappresentano l’occasione, insieme alle manifestazioni processionali per la Settimana Santa, di avere accesso alla tradizione più antica sull’ornamento e l’uso del ricamo dell’isola.

Si scopre così il perché di una musica come ‘memoria del tempo’, quell’autentico carattere ‘magico-rituale’ che risiede nell’arcaico suono degli strumenti sardi, e il ‘potere esorcizzante’ insito nell’uso della voce dei ‘cori’ che si ripercuote su ogni manifestazione della festa: “Voci potenti (intervallate) da silenzi lunghissimi / tremori studiati nei canti di gruppo / amuleti di bronzo e durezze di accenti / popolo scuro di pelle e pensieri / amori incupiti da leggi incomprese / fatto in Sardegna: come uguale da sempre / come se il vento portasse il carattere / come amare il pensarsi immutati / come una sorte che nessuno ha voluto / come mancanza di sogni migliori / popolo duro nemmeno vincente / gente difficile: / carbone negli occhi / contenti di niente.” (Enzo Favata op.cit.)

“Non potho reposare”

“Non potho reposare amore e coro
Pensende a tie so donzi momentu
Non istes in tristura prenda e oro
Ne in dispieghere o pensamentu
Ca t’amo forte t’amo, t’amo, t’amo.

Si m’essere possibile d’anghelu
S’Ispiritu invisibile piccavo
Sas formas e furavo dae chelu
Su sole sos isteddos pro tene
Pro poder dispensare cada e bene”.

“Non posso riposare, amore e muore, / pensando a te sto in ogni momento; / non essere triste, o brama d’oro, / né in dispiaceri o ripensamenti, / perché ti giuro che te solo bramo, perché t’amo forte, t’amo, t’amo, t’amo. / Se mi fosse possibile, dell’angelo / lo spirito invisibile prenderei, / le forme ruberei dal cielo / del sole, delle stelle e formerei un mondo / bellissimo per te, / per poter saper scegliere il bene dal male.”

Ma non è l’unico volto della gente Sarda aperta al dialogo con il forestiero e orgogliosa del suo entourage isolano, al punto che chi entra nel suo itinere amicale lo è per sempre, comunque vadano le cose della vita. E questo perché il suo parlare ha limiti e confini senza sbavature, non conosce se.. o forse.., ma va diretto al senso, al significato profondo della parola detta o data: punto d’onore da cui non si prescinde. La lingua sarda infatti è riconosciuta una vera e propria lingua a sé nel panorama delle lingue etniche dell’area mediterranea, sebbene con inflazioni dell’italiano (latino) e del portoghese più autentico, più duro e ostico d’ogni altra lingua che s’affaccia da questa parte del mare. Ancora oggi per il sardo doc infatti mettersi in mare, o comunque viaggiare fuori dell’isola, ha significato di andare verso il continente ‘questo sconosciuto’, quasi come gettarsi fra le braccia di un despota che distrae la mente dalle ‘rocciose convinzioni interiroi’ e ne condiziona il fato. Può sembrare strano come il ‘fato’ è sull’isola di carattere stoico in ogni sua accezione di coraggioso, forte , eroico, impassibile, imperturbabile, decisamente virile. Non necessariamente legato alla casualità o, come si vorrebbe, al destino che invece ha un’altra origine.
Nel linguaggio comune moderno il termine è stato sostituito da quello di destino che nell'antichità però differiva nel suo significato da quello di fato. Questi infatti, indica l'essere sottoposti a una necessità che non si conosce, che appare casuale e che pure invece guida il susseguirsi degli eventi secondo un ordine non modificabile. Il destino invece può essere cambiato poiché esso è inerente alle caratteristiche umane: «faber est suae quisque fortunae» (Ciascuno è artefice della propria sorte.) L'unico artefice del proprio destino è dunque l'uomo stesso: concezione questa ricorrente nella mentalità romana, che si contrappone all'idea del fato, dominante nel mondo classico, che implica spesso rassegnazione e passività di fronte al corso necessitato degli avvenimenti e considera invece l’essere umano responsabile e protagonista delle sue azioni e della lotta contro il bisogno e la miseria, (..) quindi immanente alle cose umane e quindi indagabile e conoscibile attraverso un'analisi razionale che renda possibile l'azione del ‘libero arbitrio’.

“Libertà e necessità non si contraddicono bensì allo stesso modo le azioni volontarie degli uomini, in quanto derivano dalla loro volontà, derivano dalla libertà; e tuttavia, in quanto ogni atto della volontà umana, e ogni desiderio ed inclinazione, deriva da una causa, e questa da un'altra causa, in un catena ininterrotta il cui primo anello è nelle mani di Dio, causa prima, esse derivano dalla necessità.”
(Thomas Hobbes, 'Leviatano', Editori Riuniti, 1982)

Un altro aspetto relega i sardi (una volta superata una certa ostilità consolidata nel tempo da chi sempre e solo ha preso, o portato scompiglio nella tranquilla vita isolana) ad essere un popolo accogliente con un forte senso dell’ospitalità, tale da essere ritenuta ‘sacra’ in seno alla famigliarità che esso dona, nel senso del rispetto verso la persona, verso la vita umana e la natura ‘forte e dura’ che la contiene. In questo caso silente eppure comprensiva di ciò che l’altro è portatore e intenzionalmente portato a offrire di se stesso, ed ‘ricevere con semplicità ciò che riceve in ‘dono’: “..contento di niente” – scrive Favata – ma che è un niente carico di pampini voluttuosi, di fregi preziosi, di odori e sapori inconsueti, di silenzi incommensurabili eppure pregni di suoni. Acciò l’origine oscura delle ‘is launeddas’ uno strumento musicale a fiato policalamo ad ancia battente, costituito da tre canne: ‘tumbu’, ‘mancosa manna’ e ‘mancusedda’ di origini antichissime in grado di produrre polifonia. Diffuso in tutta la Sardegna è oggi suonato con la tecnica della respirazione circolare ed è costruito utilizzando diversi tipi di canne, usato dai pastori che ne trasfusero il suono in ‘voce’ che avrebbe fatto loro da ‘compagno’ nella solitudine dei pascoli, talvolta molto lontani dalle proprie abitazioni, per così dire mettere in risalto i propri umori e le aspirazioni, i desideri, i sogni e gli ideali che li accompagnavano.

Nonché utilizzato nelll’accompagnamento al ‘ballu’ che sembra essere forgiato sulla musica stessa dello strumento un tempo tipico dell’area mediterranea simile all’’aulos’ dell’antica Grecia, prima ancora presente nelle pitture murali egizie e mesopotamiche e che si perde nella preistoria della musica, ma che trova qui in Sardegna una conferma archeologica risalente all’antico popolo nuragico presente sull’isola da almeno 3.000 anni che ne testimonia la presenza. Datazione questa ricavata da un bronzetto nuragico raffigurante un uomo che suona lo strumento. Anche per questo il ‘ballu’ vanta una maggiore sopravvivenza e ricchezza di ‘nodas o picchiadas’ (frasi musicali), pur rivelando una sua specificità, deve essere necessariamente ricondotto ai balli orgiastico-cultuali in cerchio attorno agli officianti o al fuoco dei riti primitivi e questo è dimostrato dal fatto che, in epoca storica, l'occasione di ballo era indissolubilmente legata al ciclo dell'annata agraria, svolta nei sagrati delle chiese o d'antichi siti sacri.

Ne è un esempio il suono riflesso nel tradizionale ‘su ballu tondo’, una danza che si svolge in cerchio, nucleo del repertorio dei suonatori di ‘is launeddas’ di gran lunga il più ricco dal punto di vista musicale che si conosca in tutta l’area mediterranea e non solo. Nell’uso il ‘ballu’ aveva inizio la domenica sul sagrato dopo la Messa nel giorno di festa, o nelle adiacenze delle abitazioni dai famigliari e vicini, vestiti degli abiti tradizionali. Quindi si faceva ritorno a casa per il pranzo domenicale, che poi veniva ripreso a una certa ora del pomeriggio fino a tarda sera. I suonatori erano ingaggiati da giovani di anno in anno dopo la mietitura. Ma spesso – se la memoria non m’inganna – bastava talvolta l’intonazione di un gruppo di cantatori ‘sus tenores a ballu’ per eseguirlo in rapida successione: svolto su una serie di temi principali eseguiti su una sequenza fissa, ognuno dei quali veniva ampliato e variato. L’occsasione del ‘ballu’ rappresentava nei centri comunitari dell’isola l’unica possibilità di contatto tra i giovani; fungeva cioè da ‘sblocco’ psicologico della consueta separazione dei sessi, seppure con alcune differenziazioni a seconda della possibilità di accesso agli estranei al gruppo d’origine o famigliare.

Dal punto di vista sociologico, il repertorio sardo in fatto di canto con accompagnamento strumentale si può suddividere in almeno tre gruppi principali: uno di canti e danze tradizionali; un secondo in canti monodici e polivocali; il terzo in canti liturgici e processionali. Iniziamo da i ‘muttus’ e ‘muttettus’, un genere questo preferibilmente usato nelle serenate, il cui testo in forma ‘lirica’ è di regola improvvisato, il cui contenuto varia secondo l’utilizzo che ne viene fatto. Un esempio è se la serenata è dedicata alla bella di turno o se sivuole stuzzicare il suo desiderio sessuale, come in questa “Aperimi sa janna” (aprimi la porta..):

“Aperimi sa janna, o fresca rosa
che sto tremando come foglia di canna.
Tu sei nel tuo letto e ti riposi
mi lasci fuori della porta.
La porta non l’apro fin quando
il sole non sarà alto sul mare …”

La serenata, così come il ballo collettivo, è sempre stata una forma socialmente accettata: l’uomo per l’occasione si dichiara alla ragazza appunto con una serenata ma se non è assiduo nell’andare a cantare sotto la casa dell’amata, si pensa che il suo interesse è vicino a venir meno. La ragazza dal canto suo non deve mostrarsi, ma può accendere la luce nella sua stanza per far capire che è sveglia e che accetta con gratitudine l’omaggio fattole. Solitamente la serenata consta di due parti, la prima diretta alla ragazza, la seconda rivolta ai genitori di lei per chiedere loro scusa per il disturbo arrecatogli.

Il canto ‘a tenores’: trattasi di un canto d’origine pastorale molto antico, conosciuto e sviluppato soprattutto nella Barbagia nelle regioni limitrofe. Si suppone che esso sia nato per riprodurre i suoni più tipici della campagna sarda (belati, muggiti, richiami, sonagli, ecc.). ‘Su tenore’ è composto generalmente da quattro voci: ‘sa oghe’, ‘sa contra’, ‘su basu’, ‘sa mesuoghe’. Le tre ultime voci intervengono nel canto con dei fonemi quando ‘sa oghe’ finisce di scandire la parte letteraria (spesso creativa a responso). È un canto ancora molto radicato nel mondo pastorale del centro della Sardegna. Con esso, oltre ai ritmi non danzabili (‘a sa seria’, ‘a mutos’, ‘a boghelonga’, ‘gosos ecc.) si possono eseguire anche ritmi danzabili come ‘a ballu tundu’, ‘passo torrau’, ‘balle a trese’ ecc.; così come ‘su tenore’ rimpiazzava un tempo gli strumenti musicali. In tal modo invece di danzare al suono degli strumenti musicali, la gente danzava attorno a ‘su tenore’. Di ‘su tenore’ si servono anche i poeti estemporanei ancora molto popolari in Sardegna; da cui la vicinanza agli stili contemporanei del Jazz e del Blues.

Leggiamo qui di seguito un brano per così dire ‘epico’ la cui memoria risale alla tradizione popolare: (Enzo Favata op.cit.)

“..se hai occhi davvero vedi i cavalli al galoppo,
curri dimoniu, ché la notte è vicina,
banditi e fantini, signori e predoni,
i cavalli al galoppo senza sella,
né Dio curri dimoniu,
ché la giustizia è veloce che la fame da fretta,
che se ci prendono è forca che non perdona,
che la mia bella m’aspetta che la notte ci è amica,
ci guida e protegge al galoppo lontano …”.

E il seguente brano dall’intento ‘magico-rituale’:

“Il re delle Janas ha un piffero d’oro / il re delle fate ha un viso di moro / di amanti ne ha cento che stregano e incantano / dell’aquila ha gli occhi, del cinghiale il coraggio / è un bimbo felice, è il vecchio più saggio / ha il viso coperto di mantelli neri / è un re senza armati, è il re dei misteri / ha un regno segreto oltre i monti e le stelle / è il re delle Janas, delle fate più belle”:
In italiano il termine in lingua sarda ‘domus de janas’ è stato tradotto in ‘case delle fate’. Nel dialetto delle zone interne dell'isola, dove il significato del termine non è ancora scomparso, per indicare un uomo o donna dal fisico minuto (la dimensione è circa quella di un bambino pre-adolescente) si dice ‘mi pàret un'òmine jànu’ (mi sembra un uomo janu). Le ‘domus de janas’ in altre zone dell'isola sono conosciute anche con il nome di ‘forrus o forreddus’, sono delle strutture sepolcrali preistoriche costituite da tombe scavate nella roccia tipiche della Sardegna prenuragica. Si trovano sia isolate che in grandi concentrazioni costituite anche da più di 40 tombe. A partire dal Neolitico recente fino all'Età del Bronzo antico, queste strutture caratterizzarono tutte le zone dell'isola. Ne sono state scoperte più di 2.400, circa una ogni chilometro quadrato, e molte rimangono ancora da scavare. Sono sovente collegate tra loro a formare delle vere e proprie necropoli sotterranee, con in comune un corridoio d'accesso (dromos) ed un'anticella, a volte assai spaziosa e dal soffitto alto.
Con le Janas siamo entrati in quell’aspetto magico-rituale tutt’ora molto sentito in tutta l’isola ‘degli isolani’ quando si tratta dell’affascinante e inarrestabile percorso della conoscenza difficilmente sondabile. Sì, in qualche modo, si guarda anche al passato al quale tutto ciò è indubbiamente legato, ma dal quale si cerca di conservare tutto quello in cui con amore, orgoglio e passione ci si può riconoscere. È questa la ‘verità della terra’ così viva da queste parti, particolarmente nel cuore dell’isola’ in quanto palpitante testimonianza del forte legame ancora esistente fra le antiche e le nuove generazioni. Non esiste luogo dove bellezze naturali, grandiosità e fascino dei monumenti prenuragici, come appunto sono le ‘domus de janas’, e le testimonianza della civiltà nuragica, quella dei ‘nuraghes’ veri e propri, forse le rovine più antiche del mondo si sposano col vento che da millenni segna il loro destino. Qui, le sfumature di colori, i miti e le leggende ad essi legate, destano ancora oggi emozioni e suggestioni, evocano memorie arcaiche, dipingono una realtà intima e intangibile, che diventa occasione di conoscenza profonda.
Tutto ciò si avverte soprattutto per l’avvicinarsi alla preparazione dei riti della Settimana Santa, in cui tutte le attenzioni sono dedicate principalmente alla festa religiosa della Pasqua, la più importante ricorrenza festiva dell’anno, molto sentita dagli isolani in tutta la Sardegna. Scrive Fanco Stefano Ruiu (*): “In quasi tutti i paesi dell’interno infatti, nei giorni di Giovedì e Venerdì santo si rinnova il ‘Mistero della Passione’ che viene coralmente vissuto con la visita ai Sepolcri e con la partecipazione a ‘s’Iscravamentu’, consistente nel pietoso rito della deposizione del Cristo dalla Croce. Sono momenti di intensa suggestione, accompagnati dal lamento dei canti magistralmente eseguiti dai cantori delle confraternite. Sono queste associazioni di volontariato che, con devozione, perseverano nel tramandare un patrimonio di antiche di antiche memorie di cui si sentono insostituibili depositari. Il giorno di Pasqua a Nuoro – ad esempio – fra il gioioso rintocco delle campane a festa si svolge la processione solenne de ‘s’Incontru’. I simulacri del Cristo Risorto e della Madonna partono per due diversi Oratori, per poi ricongiungersi, al termine di un breve girovagare per le vie del paese, e formare un unico corteo. All’uscita dalla chiesa il rituale scambio degli auguri ‘a largos annos chin salude’, per molti anni con tanta salute”.

“Dio ti salvi o Maria / che grazie abbiamo da chiederti / figlie da crescere e vedere sposate, mariti amati che sani che sani rimangano / giovani uomini da non perdere in guerra, triste la sorte di chi muore lontano / grazie chiediamo alla Madre / volti tirati da assenze pesanti, da povertà ancora vive / visi segnati da veglie paurose, odii covati per motivi da nulla / grazie chiediamo in silenzio / a lai che protegge e sa leggere i cuori / che capisce la rabbia e le accuse e le scuse / che sa perdonare anche i mali peggiori / che Dio ti conservi, oh donna pietosa / che vegli su di te come pure sui tuoi figli”. (Enzo Favata op.cit.)

Fra le tante pietanze occasionalmente preparate nella ricorrenza della Pasqua sono le tipiche ‘Sas Pizzinnas d’ovu’: figure artistiche realizzate in pasta dolce e destinate ai bambini in forma di uccellini, pulcini di diversi volatili sulle quali l’usanza prevede l’inserimento di un uovo, simbolo di fecondità. Ancora a Nuoro la Sagra del Redentore in Agosto è un forte richiamo pe migliaia di tutisti attratti dalla coloratissima sfilata formata da circa tremila costumi provenienti da ogni parte della Sardegna. Si tratta di una delle sagre tradizionali più attese che si rinnova annualmente da più di cento anni e si distingue per l’alto valore religioso che si manifesta anche nella compostezza e il fascino dei costumi millenari. Ma ben altro ci/vi aspetta in tutta l’isola, a cominciare dalla esibizione di ‘Parillas’ una corsa di cavalli abbinata che richiama una grande partecipazione di folla. Così come l’autunno vi aspetta in Barbagia, il cuore pulsante della Sardegna: un cammino incantato, da settembre fino alla fine dell’anno, tra le bellezze di ben ventotto paesi di montagna che aprono le proprie Cortes in un percorso ricco di meraviglie e di fascino per emozioni indimenticabili a cavallo tra i ‘Fuochi di Sant’Antonio’ a Gennaio, a carattere votivo ma ugalmente capaci di rapirvi l’anima durante le notti ‘infuocate’ dalla presenza dei ‘Sos Mamuthones’, per le maschere che incontrerete, per i sogni che vivrete ad occhi aperti, dei quali porterete per sempre il ricordo delle antiche tradizioni di questa terra.

Nonché del ‘Carnevale Barbaicino’ di Mamoiada, ricco di atmosfere suggestive, impreziosito da eventi come la sfilata appunto dei Mamuthones, personaggi arcaici rivestiti di pellicce d’animale e maschere sul volto, cadenzata dal cupo suono ritmato dei campanacci, portati a spalla in gran numero dalle maschere che conferiscono ai danzatori un significato per niente casuale e tantomeno effimero: “..Le maschere cupe, le loro movenze, i suoni lugubri che ne fanno da contrappunto, incutono rispetto e, al tempo stesso, metteno a disagio. Assistendo a una loro esibizione non è difficile immedesimasi in quel lembo di antiche tradizioni che le stesse intendono e riescono ad evocare. Recenti studi, coralmente recepiti, collocano l’origine delle maschere del Carnevale barbaricino nel tempo delle religioni misteriche e dei riti dionisiaci. Logico pensare che i riruali proposti siano quanto rimane di antiche manifestazioni propriziatorie sopravvissute nel tempo, legate alla fertilità e all’alternanza delle stagioni. (..) Le maschere a loro volta sono attorniate dagli ‘Issokadores’, questi sfilano senza campanacci indossando il costume tradizionale sardo e recano in mano una fune detta ‘sa soca’ , con la quale riescono a catturare gli spettatori che a un certo punto vengono tirati al cospetto ravvicinato delle maschere, tra lo spavento e talvolta la paura che questi incombono”. (*) (F. S. Ruiu op.cit.)

Pastori, cavalieri, maschere e santi sono le tracce antichissime di tradizioni che il tempo non ha intaccato: tra le tantissime vanno citate la Sartiglia di Oristano, la Sagra di Sant’Efisio patrono della città di Cagliari, la Faradda dei Candelieri a Sassari, il Carnevale di Bosa famosa per le sue lavoratrici impegnate al ‘tombolo’, dove è possibile incontrare merlettaie centenarie che ancora operano i loro stupendi pizzi senza tempo. La Regata di ‘Is Fassois di Santa Giusta’ in provincia di Oristano cui protagoniste sono le antiche imbarcazioni palustri. Va detto che fin dall’alba dei tempi la terra sarda ha raccolto le genti del ‘mare nostrum’, mentre il suo popolo ha impersonato nei secoli uno spirito fiero, sviluppando una cultura unica e seducente, la cui natura si cerca di conservare, lì dove è stato possibile finora, con la creazione di Oasi, Laghi e Stagni, Ploaghe vulcaniche, Riserve e Parchi, Arcipelaghi Marini Naturali abitati solo ed esclusivamente da animali non privati del loro habitat.

“In su Monte e’ Gonare” (‘muttos’ popolare): Canta una sirena sul monte e canta l’anima del poeta esibendo il suo forte desiderio, immedisimandosi con la natura che lo circonda:

“In su monte Gonare
Falat una sirena
E canta notte e die.
In su monte Gonare
Sì no mi dana a tie
Mi truncu cachi bena
E mi lasso irbenare”.

“Sul monte Gonare / Si posa una sirena / E canta notte e giorno. / Sul monte di Gonare / Se non mi danno te / Mi taglio qualche vena / e mi lascio svenare.”

Non in secondo piano c'è la gastronomia offre quanto di meglio si possa apprezzare sulla tavola: dalla cucina del mare che si coniuga con i profumi dell’entroterra, alla frugalità delle tradizioni di montagna incorniciata del ‘mirto’ tipico di questa egione da cui viene ricato anche un prezioso liquore. Formaggio pecorino, pane ‘carasau’, e dolci particolari come ‘i sospiri di Ozieri’, i ‘malloreddus’ (tipo di pasta), il ‘poceddu au carraxiu’ (porcellino cotto sotto terra con foglie d’alloro e altri profumi), aragosta alla Vernaccia tipico sardo, come lo sono il vino Cannonau di Nuoro, il Vermentino di Gallura per gustare i quali bisogna avventurarsi in originali percorsi gustativi, allo stesso modo come tutta l’isola richiede di essere visitata ‘per itinerari’ e non solo per la vastità territoriale ma per le cose che ci sono da vedere, momtagne da scavalcare come il Monte Luna e il Gennargentu, piane da valicare come la distesa iglesiente e boschi secolari come quello di Laconi, olte a un’infinità di altri possibili itinari irrinunciabili per incontrare nei piccoli centri tradizioni arabo-spagnole- medievali:

“Dalle finestre vedi la Spagna profonda, se hai occhi davvero e non ti fermi alle spiagge, maiorchini arrafoni e frati di Murcia, i soldati del Rey che mostrano al sole gli scudi, la Senora de Laconi e i suoi armati carogne, i patiboli pronti per i ribelli straccioni, la bella trassata per sua eccellenza il barone, (..) curri, che la notte ci è amica, ci guida e protegge al galoppo lontano dal Rey dalla legge. Un po’ di Genova e Marsiglia / nei pochi porti e nel contrabbando del nord / nell’eleganza del marmo, Pisa / e Catalunya nella fortezza d’Alguer / Cagliari amante di tutti / i nobili ne fanno un salotto / africani di Pegli / nelle piccole isole del sud: (Sant’Antioco e San Pietro), siamo come continente / dimentichi di non esistere, di contar così poco / che Dio ci corra vicino / ora e sempre lontana tenga la fame / che troppo ci ha fatto penare, soffrire, morire / ora e domani / che Dio ci corra vicino, la fame tenga lontana”. (Enzo Favata op.cit.)

“Procurade moderare” è un tipico canto di contestazione politico-sociale cominciata e mai terminata contro i soprusi degli invasori; oggi diventato l’inno per eccellenza della ribellione della gioventù sarda:

“Procurate moderare
barone sa tirannia
si no pro vide mia
torìa des a pe in terra.
Dichiarada est sa gherra
contra de sa prepotenzia
chi cuminza sa passenzia
in su populo a mancare.
Tribagliade tribagliade
sos poveros de sa bidda
pro mantenere in zittade
sos caddos de istalla
custu populo unde’ s’ora
d’istirpare sos abusos
a terra sos malos usos
gherra, gherra a s’egoismu”:

“Cerca di moderare barone questa tirannia, altrimenti in fede mia tornerai con i piedi in terra. Dichiarata è la guerra contro la prepotenza, e comincia la pazienza nel popolo a mancare. Questo popolo (dice) ché giunto il momento d’estirpare gli abusi (verso questa ) a terra, il malcostume e guerra all’egoismo”:

Notevoli sono le ninnenanne sardi, ne esistono a migliaia, prese talvolta come fondo musicale per tiritere senza senso letterario ma molto, molto musicali. Come in questa forma popolare che non ha un’occasione-funzione determinata. Solitamente eseguita in diversi modi (voce femminile, voce maschile e coro), si presenta come un insieme di versi stereotipi che accavallandosi propongono le rime con funzione simile a quella strutturale del ‘mutettu’:

“Iandimironnai”
“De mari benit bentu
Cun grandini de oru
E acqua fini fini
Chi fessid’ e ddu sciri
Iat a mandai su coru
Aundi est pensamentu.

Su mari est prenu prenu
De barchittas de oru
Beneittu terrenu
Aundi ad’essi coru.

Unu moru uno moru
Uno moru in cadena
Ascurta cossu coru
No dde lesses in pena”:

“Dal mare viene il vento / con grandine d’oro / e pioggerella sottile / se lo sapesse / mandeebbe il cuore / dove è il suo pensiero. / IL mare è pieno / di barchette d’oro / sia benedetta la terra / dove si trova il mio cuore. / Un moro un moro / un moro in catene / ascolta questo cuore / non lasciarlo in pena”.

Il dramma della vita dura della gente sarda è messo in risalto in questo canto disperato e al tempo stesso accorato del pastore che vaga per le campagne e i boschi in attesa di una risposta che giustifichi ai suoi occhi il perché di una vita così dura e grama , priva d’amore, che solo il canto sofferto può addolcire le sue pene, i suoi affanni ma che pure non gli permette di frenare il pianto che sgorga con impeto come una sorgente d’acqua limpida sgorga da una roccia:

‘Disispirada’

“Per istos buscos solu
Ohi solu
Per amenas campagnas delirende
Oh! delirende
Triste chene consolu
Consulo
Semper de bene meu preguntende
Oh! preguntende
Cantu po abblandare
Ogni pena ogni affannu
Ogni dolore
Me candu ant’accabbare
Sas furibondas dies
De amore
Oh! de amore
Ah! deo già so intantu
Formande largos rios de piantu
E narende in su Cantu!
Ohi! Cantu!
Oh! Coro ite triste
Triste piantu”.

“Solo fra questi boschi / Sempre solo! / Fra le amene campagne delirando / Delirando! / Triste senza consolazione / Sempre chiedendo del mio bene / Sempre chiedendo / Canto per addolcire / Ogni pena, ogni affanno / Ogni dolore. / Ma quando finiranno / Le giornate tormentate / Dell’amore. / Oh! dell’amore / Ah! Ed io intanto sto / Formando ruscelli di pianto / E dico col canto / Ohi! Col canto / Oh! Il cuore tanto triste, / Triste pianto”.

Un esempio di canti religiosi di contenuto agiografico e affini alla ‘lauda’ per la forma e il contenuto, i ‘gosos’ sono dedicati ai Santi e alla Vergine, ecc.; particolarmente interessanti sono quelli per la Settimana Santa, con ‘gosos’ distinti per le diverse giornate che hanno mantenuto stretti legami con i ‘gozoz-gois’ spagnolo-catalani. L’esempio qui riportato proviene da Fonni nel nuorese:

“Gosos”

“Pro fizu meu ispiradu
A manos de su rigore
Sett’ispadas del dolore
Su coro mi an trapassadu

Truncadu porto su coro
Su pettus tengo frecciadu
De cando mi an leadu
Su meu riccu tesoro
Fui’ tant’a cua ch’ignoro
Comente mi es’ faltadu
Sett’ispadas del dolore
Su coro mi an trapassadu

In breve ora l’an mortu
Pustis chi l’an catturadu
Bindigh’ oras est istadu
A sa rughe dae s’ortu
E bendadu l’ana mortu
Cun sos colpos che l’an dadu
Sett’ispadas del dolore
Su coro mi an trapassadu

Morte non mi lesses bia
Morte no tardes piusu
Ca sende mortu Gesusu
Non pode’ viver Maria
Unu fizu chi tenia
Sa vida li an leadu
Sett’ispadas del dolore
Su coro mi an trapassadu”.

“Per mio figlio spirato / Tra i tomenti / Sette spade di dolore / Il cuore mi han trapassato. / Spezzato ho il cuore / Il petto trafitto / Da quando mi han tolto / Il mio ricco tesoro / Con tale inganno che ignoro / Come mi è mancato. / Sette spade… / IN breve l’hanno catturato. / Quindici ore è stato / Alla croce, dall’orto. / Bendato l’hanno ucciso / Coi colpi che gli han dato. / Sette spade… / Morte, non lasciarmi viva / Morte più non tardare / Perché, morto Gesù / Non può vivere Maria. / Un figlio solo che avevo / Gli han tolto la vita. / Sette spade…”.

Gli esempi sarebbero tanti, addirittura infiniti, ma tanto basta per dare un’idea di ciò che la musica e il canto sardi hanno dato e possono dare alla tradizione popolare attiva nell’isola con i suoi interpreti più impegnati e che più rispondono alla richiesta internazionale esportando e invitando artisti d’ogni parte del mondo per esperienze che arricchiscono entrambi i contribuenti. Anche qui i casi da citare sarebbero moltissimi ed altrettanti gli artisti da ricordare; molti sono i musicisti che fanno uso di strumenti tipici all’interno di gruppi musicali contemporanei o pema della artecipano a incisioni discografiche di pregio. Ciò malgrado le loro apparizioni sui media italiani siano molto limitate, e non ne capisco il perché. Forse per una forma di snobismo verso una tradizione che non conosce confronto e diciamolo pure non è accessibile a tutti. Basterebbe però creare momenti di ascolto, per esempio nelle scuole, dove potrebbe essere davvero istruttivo avvicinare i giovanissimi alle culture presenti nel nostro paese e ovviae anche al problema della ‘incomprensione’ verso l’altro, il diverso, il migrante, accompagnato da illustrazioni e invitando alcuni musicisti ‘in vivo’ che possono mostrare l’uso di certi strumenti tipici (d’oni regione) e narrare le lor esperienze musicali in gio per il mondo.

Il mio pensiero va comunque a ritroso a voci che pure hanno segnato momenti straordinari nel panorama musicale italiano e non solo: Maria Carta, Andrea Parodi, Alfonso Lara, Gli Aggius, Tenores di Bitti, e ai Suonofficina con Alberto Gabiddu, la strepitosa Elena Ledda, Mauro Palmas e gli altri componenti. Ringrazio inoltre Paolo Fresu, Daniele di Bonaventura, e ovviamente Enzo Favata e tutto il suo gruppo.Agli scomparsi Roberto Leydi e Diego Carpitella e al pittore sardo Vittorio Maccioni originario di Carbonia che a suo tempo mi ha inviato questa poesia:

“Quattro pareti oscure,
quattro punti cardinali:
Est, Ovest, Sud e Nord
che sono solo stati
tutto il mio regno,
viaggi, popoli,
danze e canti
felicità, piaceri e sole
tanto sole da illuminare
la mia stanza umida e sconcia
queste quattro pareti
oscure”. (Vittorio Maccioni 1967)

Ringrazio inoltre l’Assessorato per lo Sviluppo Economico della Regione Sardegna, le Provincie di Nuoro e di Cagliari per aver contributo alle informazioni turistiche. Ovviamente molto c’è ancora da dire e spero di poter in futuro ritornare su questi passi e illustrare altri aspetti di questa incommensurabile cultura dalla quale tutti abbiamo ancora molto da apprendere.


Bibliografia essenziale:

AA.VV. “Ichnussa: la Sardegna dalle origini all’età classica”, Garzanti edit. 1985

Francesco Alziator, “IL folklore sardo”, La Zattera ediz. 1957 e “La Collezione Luzzietti di Costumi Sardi Nella Biblioteca Universitaria di Cagliari”, De Luca Editore 1963

Giovanni Lilliu, “La civiltà dei sardi: dal Neolitico all’età dei nuraghi”, Eri Ediz. 1963

L. Zeppegno / C. Finzi, “Alla scoperta delle antiche ciciltà in Sardegna”, Newton Compton edit. 1977

Fulco Pratesi e Franco Tassi, “Guida alla natura della Sardegna”, A: Mondadori edit. 1977

Dolores Turchi, “Leggende e racconti popolari della Sardegna” 1984; e “Maschere, miti e feste della Sardegna” Newton Compton edit. 1990

Raffaele Pettazzoni, “La religione primitiva in Sardegna”, Carlo Delfino edit. 1993

Enzo Favata e Ulrich Ohlshausen – “Voyage en Sardaigne 1997” – libretto incluso in CD

Roberto Leydi, in Libretto “Serie Regionale”, inserito nella produzione dei Dischi del Sole.

Diego Carpitella, Libretti d’accompagnamento alle registrazioni effettuate ‘sul campo’ e inserite nella produzione degli album discografici “Musica Sarda” vedi disc.

Thomas Hobbes, “Leviatano”, Editori Riuniti, 1982

Fanco Stefano Ruiu, “Feste e Sagre: il profano nella provincia di Nuoro”, Edizioni Solinas 2007


Discografia:

“Musica Sarda” vol. 1 / 2, a cura di D. Carpitella , Pietro Sassu e Leonardo Sole, Albatros: Documenti Originali del Folklore Europeo LP - VPA 8150

“Is launeddas” Ricerca su uno strumento musicale sardo – registrazioni sul campo da Andreas Fridolin Weis Bentzon. LP Dischi del Sole – DS 529/31

“La Sardegna: Canti e musica dei pastori”, Coro di Neoneli – LP Arion – Farn 1100

“Gli Aggius Coro del Galletto di Gallura”, - LP Dischi del Sole – DS 131

“Iandimironnai”, Elena Ledda e Suonofficina, – Key Record - LP KE 1002

“Dies Irae”, Maria Carta, – RCA LP TPL1-1169

“Ottana”, Franco Madau – Madau Dischi – LP D-002
“Cantendu sa storia nosta”, Franco Madau - Madau Dischi LP D001
“A morti sa tirannia” : Canzoni di opposizione, Franco Madau – Ariston AR/LP 14012

“Pingiada” , Suonofficina, Semi e Fiori – Cetra LPP 385

“Alla ricerca della madre mediterranea”, Pino Masi, CRAMPS – LP 5401

“Armentos” , Andrea Parodi e Al di Meola, per “Midsummer Night in Sardigna”, CD Helikonia / RAI Trade 2005
“Murales”, Tazenda, CD Visa Record 1991
“Cantos a Kiterra” , prefazione di Andrea Parodi, CD / Book – Amiata Records 1999

“Sonos”, Elena Ledda & Suonofficina, CD Biber Records 1989

“Nottes de Incantu”, Maria Carta, CD/2 recording Arts 50-03, 2005

“Intonos”, Tenores di Bitti Polifonia sarda, CD roots 1994

“Voyage en Sardaigne”, Enzo Favata, CD Edizioni Musicali Robi Droli – Il Manifesto 1997
“Made in Sardinia”, Enzo Favata, CD 114 Il Manifesto 2002

“La Sardegna in Jazz”, Paolo fresu, CD/ Libro – Condaghes Ediz. 2004

“Mistico Mediterraneo”, Paolo Fresu, A Filetta Corsican Voices, Daniele di Bonaventura, CD ECM2203, 2011














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