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PAPA FRANCESCO: Enciclica ‘Laudato sì,’

Argomento: Religione

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 08/08/2015 18:13:48

PAPA FRANCESCO: Enciclica ‘Laudato sì,’ / Saggi – Fede

Salutiamo con ritrovato fervore ‘eucaristico’ la nuova Enciclica di Papa Francesco sia che ci professiamo cattolici o laicali, in ragione della rinnovata ‘mensa cristiana’ cui per la prima volta siamo tutti invitati. Ciò dico perché a differenza dei vari ‘congressi’ di approfondimento e riflessione cui la Chiesa ha svolto decidendo ‘ad imprimatur’ per tutti quanti noi, questa volta cristiani e non siamo chiamati ad entrare nella ‘casa comune’ che Papa Francesco, come già il suo predecessore e ispiratore (Francesco d’Assisi), sta cercando di erigere ‘mattone su mattone’ per dare slancio innovativo alla comunità cattolica. Non già recupero dell’antica fede, la quale resta comunque a fondamento dell’ampia costruzione cattolico-cristiana, quanto invece, propria del ‘riconoscimento’ nei termini dell’epistemologia evoluzionistica, cioè nel tentativo di affrontare le questioni da un punto di vista evolutivo della fede al passo coi tempi.

“Laudato sì, mì Signore …” cantava San Francesco d’Assisi nel richiamare l’attenzione dei confratelli in povertà ch’era del Cristo e dei suoi discepoli; fatto questo che Papa Francesco va ripetendo, seppure con parole diverse, sostenendo di dover prendere le parole di Cristo, riportate nei Vangeli, come “..esempio e non come un precetto”, poi aggiungendo che non se ne può fare una dottrina applicabile alla Chiesa d’oggi, poiché “..il Cristo non ci ha lasciato delle dottrine da seguire, ma una vita da imitare”, recuperando un dire colloquiale che si rivela efficace parimenti a ciò che è l’idea comune in fatto di religione e che Papa Francesco sembra voler ripristinare in seno alla Chiesa (o almeno ci sta provando). E cioè a quella Chiesa che San Francesco d’Assisi evocava, quella dei primordi, cui dalla morte di Cristo fino al 1200 s’ispirava.

Del resto la bella frase rispresa (forse) da un apocrifo e molto discussa in seno alla Chiesa imperante d’allora: “..sappiate che la nostra non è una religione, ma un servizio” che, sebbene non presuma, no, ch’essa si trovi nei Vangeli, pure è come se vi fosse. O almeno che si vorrebbe vi fosse, perché è qui ed oggi che essa troverebbe la sua massima applicazione, proprio quando tutto attorno: costituzioni, leggi, summit, congregazioni, conferenze episcopali ecc. assumono un aspetto anacronistico, se solo si tiene conto delle problematiche (un tempo sconosciute ma prevedibili) cui la società odierna e la stessa Chiesa (se fosse stata al passo coi tempi), avessero acuito quella lungimiranza che “a dispetto dei santi” ha portato i popoli all’accolturazione e “grazie a Dio” a riconoscere ciò che è ‘giusto’ e ‘ legittimo’ nel diritto alla sopravvivenza (ambiente, popoli, razze animali ecc.) questa ‘sì corporea e ancor più spirituale’ ch’è prioritaria all’essere umano ma, e soprattutto, attinente alla salvaguardia del “creato” in quanto “bene comune” da tutto ciò che è riconosciuto come distruttivo in modo estremo: dalle guerre nucleari alle conflagrazioni batteriologiche.

«La nozione di ‘bene comune’ coinvolge anche (e soprattutto) le generazioni future. Le crisi economiche internazionali hanno mostrato con crudezza gli effetti nocivi che porta con sé il disxconoscimento di un destino (?) comune, dal quale non possono essere esclusi coloro che verranno dopo di noi. Ormai non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni. Quando pensiamo alla situazione in cui si lascia il pianeta alle future generazioni, entriamo in un’altra logica, quella del dono gratuito che riceviamo e comunichiamo. Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale (leggi spartizioni, appropriazioni indebite, muri divisionali, confini ecc.).
Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno.»

Nulla da eccepire, ma non è certo per caso che ciò che oggi avviene in fatto di vigilanza, protezione, tutela, difesa del patrimonio ambientale naturalistico rivolto allo studio delle ecologie rinnovabili, in quanto materia di dibattito continuo in seno agli stati, non si riesca di trovare un accordo su nulla o quasi, o che si cerchino soluzioni in percentuale su ‘quanto’ e su ‘come’ ridurre gli effetti nocivi sul suolo, nell’aria, nell’acqua, quando dovrebbe essere pacifica una risoluzione che vieti il costante disfacimento di tutto questo. Sì, ben vengano l’Expo di Milano 2015 a sottolineare che la fame nel mondo si può combattere riducendo gli esuberi e riciclando gli sprechi degli alimenti; o riprendendo le disposizioni FAO e dell’ONU sugli aiuti alle popolazioni in difficoltà; la risoluzioni di RIO, di Roma, di Tokyo ecc. ma se ad essi non seguono fatti ‘concreti’ staremo qui a parlarne fino alla fine dei giorni di vita del pianeta: quanti? Per adesso non è ancora esploso, ma la strada da percorrere, a detta degli scienziati che studiano certi fenomeni, non siamo poi così lontani.

Sì, ben venga una ‘Enciclica’ come questa che nell’ ‘intendimento’ papale funge non come messaggio quanto come ‘richiamo’ «..a ristabilire un rapporto che si è interrotto forse anche a causa di alcune prevedenti intrepretazioni della dottrina. Credere che l’uomo debba dominare la natura, e disporne a suo piacimento, non deve indurre a pensare che questo atteggiamento consenta ogni tipo di scempio.» Tuttavia va qui ricordato (al Papa in primis e alla Conferenza Episcopale della Fede poi) che il riconoscere una casuale non assecondata da una necessaria rettitudine di comportamenti, ha come effetto una caduta dell’insegnamento che si vuole infondere. Non è nell’ imprimatur papale discernere ciò ch’è giusto da quanto viene taciuto ciò che può anche essere sbagliato?

Se non fosse perché Papa Francesco ispira una certa religiosa fiducia e il suo impegno a ‘cambiare certe cose’ è sotto gli occhi di tutti, penseremmo che da ‘bravo gesuita’ che ha individuato (non sottovalutato) la possibile caduta di credibilità verso la Chiesa e nei suoi ‘imprenditori della fede’ che operano nell’ombra, quasi stenteremmo a credergli ma, poiché infine noi tutti siamo ‘peccatori’ e vogliamo dare pace alla nostra anima, lo assecondiamo e corriamo tutti ad ascoltare (e a leggere) le sue parole con remissione verso quella ‘verità’ di cui sappiamo essere investito e che oggi gli permette di sedere sul soglio pontificio. Ripeto, se non fosse così, per quelle parole che gli sentiamo pronunciare e ripetere all’infinito (necessarie quanto mai perché non siamo più abituati ad ascoltarle), saremmo portati a pensare che l’attività del ‘cenobio vaticano’ per quanto riguarda il libro dell’odierno ‘Catechismo’ in vigore e questa stessa prima ‘Enciclica’ papale, non siano che delle belle ‘favole’ a misura di semplici creduloni (leggi incolti privi di conoscenza e di cultura; ed anche di increduli, ineducati, scettici, empi, miscredenti), quanto basta per una diaspora senza possibilità di ritorno.

Può sembrare casuale ma non ritengo lo sia, che un libro dopo vent’anni che giace nella mia biblioteca si apra all’improvviso, proprio in concomitanza con i fatti sopracitati: si tratta de “Il quinto evangelio” di Mario Pomilio (Rusconi Editore 1975), “un’opera originalissima per tema e per struttura” in cui si narra a posteriori, non senza una accertata ‘storicità’ dei fatti, di ciò che riguarda la sensibilità religiosa di oggi. Incredibile a dirsi ma vi si ritrova una certa affinità fra luoghi comuni (del comune pensare di oggi) con quello che accadeva nel primo medioevo quando la Chiesa divulgava la sua ‘verità’ dagli altari tempestati di ori e gemme preziose mentre la ‘gente comune’ faceva la fame per le strade e moriva di stenti per le malattie. Oggi, a differenza di allora, la fame persevera in gran parte del mondo e la gente mupore lo stesso di stenti, mentre sugli altari si chiede l’impegno comunitario (monetario ed economico) per il sostentamento delle anime, ma non si vuole ‘partecipare’ (vedi il pagamento dell’ICI) come contributo alla debacle sociale di cui, almeno in parte, può dirsi responsabile.

Senza necessariamente lasciarsi guidare nelle scelte e nei dissensi di questo scritto, riporto qui di seguito un passaggio del libro sopracitato che ritengo sia efficace quanto accattivante alla comprensione. Il dialogo si svolge fra l’abate benedettino di Sulmona e il priore degli agostiniani (pag.110): “Sì, certo: voi improvvisate la vostra vita religiosa, noi probabilmente la regoliamo troppo; voi molto vi fidate della naturale bontà, e per il resto fate come chi crede che lo Spirito coi suoi doni, sia sempre in procinto di bussare alla vostra porta. Convinciti però : noi non siamo buoni. Al massimo nasciamo innocenti, o forse pavidi. E se non operassimo a modificare la natura mediante l’assiduità di un’obbedienza e d’una regola, saremmo persi”. Ci sarebbe qualcosa da aggiungere riguardo l’etica trascurata all’epoca e quanto invece di ‘etica’ dice la presente ‘Enciclica’:

«D’altro canto, è preoccupante il fatto che alcuni movimenti ecologisti (pavidi) difendano l’integrità dell’ambiente, e con ragione reclamino dei limiti alla ricerca scientifica (incoerenti), mentre a volte applicano questi medesimi principi (pusillanimi) alla vita umana. (..) Come spesso abbiamo visto, la tecnica separata dall’etica, difficilmente sarà capace di autolimitare il proprio potere. (..) Quando ci interroghiamo circa il mondo che vogliamo lasciare ci riferiamo soprattutto al suo oientamento generale, al suo senso, ai suoi valori. Se non pulsa in esse questa domanda di fondo, non credo che le nostre preoccupazioni ecologiche possano ottenere effetti importanti. Ma se questa domanda viene posta con coraggio, ci conduce inesorabilmente ad altri interrogativi molto diretti: a che scopo passiamo da questo mondo? Per quale fine siamo venuti (leggi chiamati) in questa vita? Per quale scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?»

Ma queste non sono forse le domande di sempre, le stesse che si sono poste i nostri predecessori e che continuano a porsi gli studiosi d’ogni epoca? Quali risposte hanno dato gli antropologi, quali i filosofi, gli eremiti e i santi, che non siano già contemplate nei Vangeli? Foss’anche in quelli ‘apocrifi’ che tanto hanno da insegnarci in fatto di ‘umanità’ e, cosa molto trascurata (volutamente) dalla Chiesa, in fatto di ‘comunicazione’? C’è più ‘etica’ in essi di quanta ce ne immaginiamo, in quanto tendenti alla salvaguardia della concettualità mentale delle persone semplici che (fin da sempre) andavano alla ricerca di risposte ‘elementari’ (in quanto era il massimo dell’insegnamento che avevano ricevuto); facili (in quanto comprensibili); chiare (nel senso di manifeste). E la celebrazione della Messa (seppure in latino) era quanto di più ci si aspettava da un Dio celeste che, benché lontano, (con pochi ieratici gesti e talvolta con brevi incomprensibili frasi), rendeva manifesti i limiti di un ‘dramma’ consumatosi in illo-tempore che riscattava all’umanità l’esigenza della ‘sua’ e ‘nostra’ presenza sulla terra. Ponendo, al tempo stesso, il ‘fio’ d’un possibile ‘castigo-ricompensa’ alla sopravvivenza dell’intero creato.«Pertanto, non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi. Siamo noi i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di noi. È un dramma per noi stessi, perché ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra.»

Ma la dignità umana (da sola) a quanto pare non basta, c’è necessità di fare ricorso a un’etica deontologica del vivere che abbracci sì la ‘conoscenza’ di ciò che ci circonda (il creato) ma, anche la ‘sapienza’ di amministrare ciò che ci è dato (l’intelletto). Allorché l’impegno civile e politico implichi uno stile di «..vivere insieme e di comunione. (..) Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati (e lo siamo tutt’ora) nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà; è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra (scontenta) superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione (decostruzione?) di ogni fondamento della vita sociale (comunitaria), finisce col metterci gli uni contro gli altri nella difesa dei singoli interessi, provocando il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà che impedisce lo sviluppo di una vera (autentica) cura dell’ambiente.»

«Questo vuol dire che coltivare un’identità (un’etica) comune, (..) ci si prende cura del mondo e della qualità della vita in senso di solidarietà e allo stesso tempo di consapevolezza di abitare una ‘casa comune’ che Dio ci ha affidato (..) che vive tra noi e in ciò che ci circonda.» Questo il messaggio complessivo di questa prima Enciclica il cui scopo è indicarci la retta via «..per recuperare la serena armonia con il creato, per riflettere sul nostro stile di vita e i nostri ideali, quale intensa ed estrema esperienza spirituale». Allora sì, ‘cè ancora un ‘mistero’ che possiamo contemplare, quello stesso che già San Francesco ci ha indicato e che l’odierno Papa Francesco slla sua scia va ribadendo: “..la necessità di non separare le creature del mondo dall’esperienza di Dio nell’interiorità”.«Quindi c’è un mistero racchiuso in una (ogni) foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero. L’ideale non è solo passare dall’esteriorità all’interiorità (di noi stessi) per scoprire l’azione di Dio nell’anima, ma anche arrivare a incontrarlo in tutte le cose e nelle altre creature.»

Una Enciclica dunque che non è solo un messaggio, ma che avvicinandosi più d’ogni altra cosa scritta alla preghiera orale si fa portatrice di pace e di serenità in questo mondo attuale dilaniato da mille contrasti. Ma che è e vuole anche essere un invito rivolto “a tutti gli uomini e donne di buona volontà” affinché ci si adoperi per un mondo migliore.

Citazioni tratte da:
Papa Francesco, “Laudato sì” Enciclica sulla cura della casa comune. Guida alla lettura di Carlo Petrini. San Paolo Edizioni 2015

Mario Pomilio, “Il quinto evangelio” – Rusconi Libri 1975

(continua)

Giorgio Mancinelli propone inoltre di leggere il saggio/recensione de “Il Libro della Gioia” di Papa Francesco, pubblicato sul sito LaRecherche.it seguendo i seguenti link qui sotto riportati:

http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=393&Tabella=Saggio

http://www.larecherche.it/testo.asp?Id=397&Tabella=Saggio





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