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L’Albero di Canto : Emilia - La Tradizione in Italia

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 15/09/2015 04:50:56

‘L’albero di Canto’ / Emilia – La tradizione in Italia

“L’albero di canto”* è un bellissimo brano strumentale suonato al violino da Raffaele Nobile polistrumentista e narratore che ‘girovaga’, si fa per dire, nelle lande settentrionali che ho preso qui ad esempio per narrare quest’oggi della nostra amabile terra: l’Emilia. Ma che anche ci parla della florida natura che ci circonda, della buona tavola, di alcuni strumenti tradizionali nonché della musica che riaccende i ricordi. I miei in particolar modo sono legati a un violino meraviglioso che in giovane età osservavo appeso sulla parete dell’ampia cucina economica a casa di un mio cugino acquisito, Gianni Migliavacca, in quel di Bosco di Corniglio, nell’appennino parmense, il cui suono ‘muto’ non ho mai potuto ascoltare perché il suo esecutore, Augusto Migliavacca, compositore del bellissimo ‘valzer’ e della famosa ‘mazurca variata’ che portano il suo nome, era ormai deceduto da un pezzo. Violinista dotato di notevole vena era nato nel 1838 non vedente, all'età di sette anni fu avviato allo studio del violino, e in esso trovò un'autentica fonte di vita, perfezionandosi sempre più fino a raggiungere un virtuosismo eccezionale che gli valse più tardi l'appellativo di "Paganini dei suonatori ambulanti" la cui padronanza dello strumento lo condusse ben presto all'attività di solista.

Visto anche che Augusto Migliavacca era in possesso di una discreta voce, cominciò ad abbinare il canto al suono del violino. Ancora molto giovane compì una tournèe (se così si può chiamare) attraverso vari caffè del Piemonte, e poi, per lungo tempo, accompagnato da uno stridulo suonatore di chitarra e per i successivi 15 anni, dal violinista Giuseppe Ferrari e dal violoncellista Bartolomeo Marchesi con i quali formò quel Trio Migliavacca che si aggirava per le vie, le piazze e i cortili di Parma, a proporre la propria musica. Notissime restano le sue tappe dinanzi al vecchio caffè Marchesi e nelle sale del Concordia e del Croce di Malta e che molto spesso prendeva parte alle feste in occasione di sagre e fiere nei paesi della provincia.

Egidio Bandini* su La Gazzetta di Parma del 05/07/2011 così lo ricorda (estratto dell’articolo):

“Pochi certamente conoscono «il» Migliavacca, ma moltissimi conoscono «la» Migliavacca, uno dei brani musicali più eseguiti al mondo, opera del compositore parmigiano. (..) Probabilmente, a parte la disfida con un analogo trio per accaparrarsi i migliori locali della città dove suonare, vinta per acclamazione da Migliavacca, Ferrari e Marchesi, nessuno si sarebbe ricordato del violinista cieco, se non fosse proprio per quella sua composizione che egli intitolò «Flora», ma che al Mondo tutti conoscono come la «Mazurka di Migliavacca»: pezzo di bravura assoluta, diventato celeberrimo nell’esecuzione per fisarmonica e che oggi, solo grazie all’amore per la musica dei maestri Eugenio Martani e Stefano Mora, si può ascoltare dalla voce del violino, come la suonava appunto Migliavacca con il suo trio (..) in un passato ormai lontano, al musicista che creò quella sarabanda di note, che comincia sempre e non finisce mai, diventata il cavallo di battaglia dei più virtuosi maestri di fisarmonica; che (..) morì in miseria da suonatore ambulante. Per questo vogliamo qui ricordarlo anno 2011, nel centodecimo anniversario della scomparsa, invitando tutti ad ascoltare la mazurka «Flora» o, come la intitolarono nella prima incisione su disco della Columbia nel 1927, «Migliavacca mazurka», confondendo il nome dell’autore con il titolo del brano. Sarà un tuffo nel passato per chi la conosce ed una scoperta entusiasmante per chi la ascolti la prima volta, immaginando di essere ai tavoli del «Caffè Marchesi» e di poter chiedere al Trio Migliavacca un bis che costa solo pochi centesimi”.

Sono queste pagine di vita vissuta che più altre ci permettono di catturare il ‘colore’ e il ‘profumo’ di una città e forse di un’intera provincia, quella Emiliana appunto, immersa nel cuore della pianura padana, terra di donne amabili e schietta generosità, di una cucina per ‘soli’ buongustai, ed anche di uomini di sani principi, lavoratori che sanno quando rimboccarsi le maniche in difesa della propria ‘comunità’ (vedi la Resistenza); con spirito di sacrificio e solidarietà (il terremoto del 2012); di contadini schietti, aperti al sorriso, quanto veri conoscitori e divulgatori di quell’opera lirica che ha dato i natali al più grande dei nostri compositori, Giuseppe Verdi, e al direttore d’orchestra che si conosca Arturo Toscanini, nonché a tutto uno stuolo di interpreti tra i più famosi al mondo, e che qui vale la pena ricordare come Tagliavini, Bergonzi, Raimondi, Pavarotti. Il Regio di Parma infatti non è solo un teatro d’opera, e non viene dopo La Scala di Milano, semmai permette agli interpreti verdiani l’accesso a quest’ultimo dopo aver riscosso il ‘benestare’ dal suo 'loggione' crogiuolo di raffinati intenditori.

Accade così che anche la musica colta, per dire quella più impegnata del teatro lirico, finisce con l'occupare un suo posto precipuo, onde recupeare ‘cori e arie’ apparse in balletti d'Opera, nonché pagine sinfoniche e cameristiche quasi dimenticate e che riascoltiamo, non senza provare un certo piacere per le nostre orecchie. Come ad esempio il “Concerto delle Dame di Ferrara”* (per soprano e clavicembalo) di Luzzasco Luzzaschi (1547-1607); i “Madrigali a cinque voci”* di Carlo Gesualdo (1561-1613); le “Canzoni e Moresche”* di Rolando di Lasso (1532-1594); le “Tarentule-Tarentelle”* del XV e XVI sec. ricostruite da Gregorio Paniagua che già appartennero, per quanto riguarda l’influena spagnola in Italia, all’area popolare laziale-partenopea; ma anche quel “Salterello Montanaro” ripico dell’appennino tosco-emiliano:

Dal “Concerto delle Dame di Ferrara” * di Luzzasco Luzzaschi:

(III)
Ch’io non t’ami, cor mio?
Ch’io non sia la tua vita, e tu la mia?
Che per nuovo desìo
E per nuova speranza, i’ t’abbandoni?
Prima che questo sia
Morte non mi perdoni
Che se tu se’ quel core, onde la vita
M’è si dolce, e gradita
D’ogni mio ben cagion, d’ogni desire
Come posso lasciarti, e non morire?

(VIII)
O dolcezze amarissime d’Amore
Quest’è pur il mio ben, più che languisco
Che fa meco il dolor se ne gioisco
Fuggite Amore amanti, Amore amico
O che fiero nemico
Allor che vi lusinga, allor che ride
Condisce i vostri pianti
Con quel velen che dolcemente ancide
Che par soave et è più pungente e crudo
Et è men disarmato allor ch’è nudo.

(XI)
Non sa che sia dolore
Chi dalla vita sua parte, e non more
Cari lumi leggiadri, amato volto
Ch’Amor mi diè
Sì tardo e fier destino
Sì tosto oggi m’ha tolto
Viver lungi da voi? Tanto vicino
Son di mia vita al termine fatale
Se vivo torno a voi, torno immortale.

Ma già il suono del violino impegnato in un ‘trescone’ ci invita a levar le gambe sull’aia in questa Emilia segnata dai solchi profondi dell’aratro, e da bei filari di olmi intrappolati nelle consuete armosfere di nebbia della bassa; mentre il canto di una ‘villotta’ ci consente una visione entusiastica di gruppi di giovani, ragazzi e ragazze in bicicletta dal sorriso cordiale e accattivante, sentimentale come può esserlo solo un possibile appassionato intreccio d’amore che sappia di una stanza calda o di una tavola apparecchiata. Qui la gente non perde occasione per adunate in allegria, riunendo attorno a sé parenti e vicini di casa, compagni di bevute e sconosciuti di passaggio, che si ritrovano a consumare insieme momenti di svago suonando e cantando, così come nel levare i piedi in una ‘contradanza’ alla francese, nel ‘trescone’ o nella ‘roncastalda’ al suono di una fisarmonica o di una chitarra (chitarrone?), o meglio ancora di un violino, il cui richiamo, da sempre, aspira al legame collettivo con la partecipazione attiva di tutti. In questo senso la ‘festa’ costituisce un insieme di valori condivisi e di esperienze vissute alla base di una vera identificazione sociale. Si può ben dire che l’Emilia è forse la sola regione che sia riuscita a conservare delle forme sociali comunitarie altrove divenute urbanamente formali. Qui, più che altrove, la funzione sociale dello stare insieme assume in vero l’aspetto di sollecitazione, di scambio, di presenza, è insomma un modo forse più sano di ‘vivere la vita’.

A tal proposito scriveva Enzo Biagi: “È certo una terra di epicurei, gli ultimi io penso; è lo stesso paesaggio che lo esige: branchi di maialetti o di faraone al pascolo, buoi che per l’imponenza suggeriscono l’accompagnamento col suono dell’organo, alberi carichi di frutti e, nel Po si cattura lo storione e certi pesciolini che per la sinuosità con cui si muovono li chiamano ‘puttana’ e li buttano in padella; e inoltre le anguille e i cefali della palude, e le lepri, le folaghe, i colombacci di passo, e poi tanti vini: dal lambrusco all’albana, all’abboccato sangiovese. Il cibo entra in tutto e condiziona la vita”. E al buon mangiare e bere, bene si addice il canto della ‘villotta’ che in Emilia è più che una semplice esecuzione di pregio: “..diventa un vanto” – aggiunge Sandra Mantovani – che il più delle volte risponde a un modello arcaico ancora oggi relativamente diffuso nelle contrade:

“Èn co de l’éra … o mio ben” * (Giulia Bontempi / Sandra Mantovani)

“Èn co de l’éra … In cima all’aia c’è un camino che fuma / è l’amore del mio bene che si consuma / che si consuma a poco a poco / come la legna verde sopra al fuoco. / In cima al fuoco c’è una piantina / e tutti i rametti chiamano Giovanni. / O Giovannino datemi la buona andata / la vostra gamba l’avete ancora malata. / Se mi marito voglio prendere un bifolco / e a ora di pranzo le ha fatto un solco / e a ora di merenda ne ha fatto un altro / quando è sera è più stanco degli altri. / Se mi marito voglio prendere uno grande / che mi farà ombra in mezzo al campo. / Se mi marito voglio prendere uno bello / non voglio guardare né il ricco né il poverello / òi siò!”

“Quèla che canta” * (Francesca Ghirelli)

“Quella che canta è una maritata / sentitela nella voce cos’è / sentitela nella voce e nelle pene / come la maritata non ha più bene.”

In un’antica ‘villotta’ si narra del bisticcio di due innamorati: “La mia morosa mi ha detto gnocco e io ci ho detto brutta crescentona”, al cui termine il fidanzato si presenta a casa dell’amorosa con un mazzo di fiori:

“Mamma mia vorrei, vorrei …” * (I Viulan / Coro Stelutis)

“Mamma mia vorrei, vorrei ...
Che vorresti fiôla mî?
Ah vorrei quel ch'è nell'orto
me lo dai o morirò.
Là int l ôrt ai é däl pair
se le vuoi te le darò.
Guarda bén che brutta mamma
non conosce il mal che ho.
Mamma mia vorrei , vorrei...
Che vorresti fiôla mî?
Ah vorrei quel ch'è nell'orto
me lo dai o morirò.
Là int l ôrt ai é däl próggn
se le vuoi te le darò.
Guarda bén che brutta mamma
non conosce il mal che ho.
Mamma mia vorrei , vorrei ...
Che vorresti fiôla mî?
Ah vorrei quel ch'è nell'orto
me lo dai o morirò”.

Alla ‘villotta’ spesso risponde con uno ‘strambotto’ tipico dell’area ferrarese in cui la disputa amorosa finisce con un ‘ballo’ detto ‘di Mantova’ che, a distanza di tempo ha assunto maggior valore e importanza culturale, sia per quanto riguarda la musica che l’accompagna, sia per quella specificamente coreutica. Conosciuto in numerose varianti nelle diverse aree tanto in pianura come in montagna, questo ballo ricorre in tutte le feste nel periodo di Carnevale.

“Ballo di Mantova” o “Mantovana” * (Maria Grillini)

“Fuggi, fuggi, fuggi dai lieti amanti
empia donna cagion de' pianti
che non già per esser crudele,
ma per esser ingrata ed infedele
ogni core t'ha in orrore
fuggi, fuggi, fuggi ché chi ti mira
per te vive, piange e sospira.
Fuggi, fuggi, fuggi ché la vendetta
fare l'Inferno dell'error tuo aspetta
Ma de l'abisso l'ardente foco
sia del tuo male castigo sì poco
Ah, qual ch'io ti desio
Fuggi, fuggi, fuggi via fiera peste
che il mondo tutto ai tuoi danni s'appreste.
Fuggi, fuggi, fuggi se fuggir nieghi
che così il Cielo, diva, ti leghi
Né mai possa pur muovere un passo
fatta di carne un rigido sasso
e infin ch'abbia la tua rabbia
Fugga, fugga, fugga chi brama pace
perch'ogni froda ascosa qui giace.”
In un altro testi più diffuso cantato ed eseguito da Angelo Branduardi*:
“Fuggi, fuggi ,fuggi da questo cielo
Aspro e duro spietato gelo (x2)
Tu che tutto imprigioni e leghi
Né per pianto ti frangi o pieghi
fier tiranno, gel de l'anno
fuggi, fuggi, fuggi là dove il Verno
su le brine ha seggio eterno.
Vieni, vieni candida vien vermiglia
tu del mondo sei maraviglia
Tu nemica d'amare noie
Dà all'anima delle gioie
messagger per Primavera
tu sei dell'anno la giovinezza
tu del mondo sei la vaghezza.
Vieni, vieni, vieni leggiadra e vaga
Primavera d'amor presaga
Odi Zefiro che t'invita
e la terra che il ciel marita
al suo raggio venga Maggio
vieni con il grembo di bei fioretti,
Vien su l'ale dei zefiretti”.

“Non è da escludere – riporta Stefano Cammelli* – che il suddetto ballo conoscesse numerose altre utilizzazioni non ancora meglio documentate e forse scomparse. La sua versione più originale si svolge attorno ad un solo danzatore che si finge morto (per amore), al quale fanno cerchio un gruppo di altri danzatori (uomini e donne) che toccandolo, sollevandolo in aria, rigirandolo, cercano di resuscitarlo. La situazione diviene facile pretesto per momenti di comicità e lazzi che durano per tutto il tempo di ballo, fino al ‘trescone’ finale; quando cioè il finto morto, svegliatosi, afferra una delle ballerine (la sua morosa) e danza con lei il ‘trescone’”.

“Il ‘trescone’ – ricordavano Alan Lomax* e Diego Carpitella* – che fecero le prime originali registrazioni ‘sul campo’ è una tipica danza di corteggiamento dell’Emilia Romagna la cui origine molto interessante, riporta al ‘thriskan’ ovvero l’antico termine germanico che significa ‘trebbiare pestando con i piedi’. Quando circa attorno l’Anno 1000 vi fu l’invasione germanica dell’Italia settentrionale, il termine assunse significato di ‘amoreggiare’. Gli italiani di allora la usarono anche in quanto ‘tresca’ per definire una relazione amorosa illecita come quella tra i soldati e le donne che li seguivano. Ed anche in quanto ‘intrigo’ di nozze in cui la compagnia raccolta nel canto, descriveva il corteggiamento amoroso che aveva condotto al matrimonio, mentre la coppia, al centro del circolo, lo drammatizzava nel ballo”. L’esecuzione del ‘trescone’ prevedeva un gruppo di strumenti tipici dell’area tosco-emiliana-romagnola, quali la fisarmonica, il violino, la chitarra e talvolta il mandolino in formazione orchestrale ch’era chiamata a rallegrare le feste, le sagre, in occasione di matrimoni, ma anche per il ritrovarsi tra amici all’osteria. All’occorrenza venivano levate forme di canto-solo o anche ‘corali’ nelle forme dello ‘strambotto’, del ‘contrasto’ o, a secondo della ricorrenza, della ‘serenata’:

“Scarpulèn d’un bel scarpulèn” * (Bruno Manfredi)

“Scarpulèn d’un bel scarpulèn la mia scapeta / e la voresti tu rangiar la mia scarpeta / e si, si, si cat la rangerò perché sei bella / e se la forma non c’entrerà c’è un bel martello / e sotto il ponte di Garagna c’è un’osteria / e la c’è da bere e da mangiar / c’è da bere e da mangiar tutto è pagato”.

Parlare allora di ‘balli’ s’intendeva spesso l’insieme di ‘danze’ etniche entrate nel patrimonio culturale delle nostre realtà regionali in tempi più lontani, alcune delle quali altresì andate perdute e con esse i passi che le figuravano, ma delle quali ci è rimasto il ricordo delle musiche strumentali che le accompaggnamento, spesso riusate tanto nella musica colta che in quella popolare. Il recupero delle quali, in qualche caso è stato possibile grazie ad alcuni ricercatori impegnati sul territorio, quanto anche ad eccezionali strumentisti che hanno ricreato, almeno in parte, quella musica che oggi siamo in grado di ascoltare. Scrive ancora Stefano Cammelli*:

“Se quanto detto precedentemente sul ‘ballo’ poteva sembrare arbitrario, la scoperta del canto arcaico detto “Ballo di Baraben” lascia pochi dubbi. L’informatrice Maria Grillini, ottima ballerina di balli montanari, afferma ch’era cantata dai ballerini in movimento ‘..girando attorno al morto con ambedue le mani tra i capelli’. È a tutti noto che è questo il simbolo ‘classico’ attraverso cui si rappresenta il ‘pianto funebre’. Un analisi, inoltre, del testo, ce ne da ulteriori conferme: viene infatti descritta una veglia notturna a metà della quale vi è la distribuzione di castagne e nespole. L’usanza di fare la treccia durante la veglia era, nelle famiglie più povere, un modo per fare pagare agli invitati ciò che essi mangiavano. All’interno della veglia, introdotta dalla morte di Baraben cui viene allestita la camera ardente, si registra l’acquisto di carne che verrà servita agli invitati. Tanto il Paciucci che il Trebbi-Ungarelli entrambi ricercatori, parlano del ‘pranzo rituale funebre’ come di una tradizione ancora viva”:

“Ballo di Baraben” *(canzone a ballo)

“E ‘l Baraben l’è mort
sufìa l’e la crida
e c’la n’a gnanc un solde
da comperai la zira …
cumpre un taì di cheren
i’o de quater baioc
la mi compre l’ira
me l’o compre a l’ngros.
E ‘l Baraben l’è mort
e a una braze di manali
ca li voio spaier
an so quanti ragazi
che me va d’invider.
O tra da meza veia
o tra da mezanot
i’e un panierin di nespel
con tre castagna cot.
E ‘l Baraben l’è mort la la la …”.

Di questo stesso ballo esistono molte versioni strumentali per violino e per fisarmonica, anche se quest’ultima ne ha mutato la tonalità, adattandola a una musicalità più moderna, e la si ritrova tra i balli in voga nelle balere. Oggi è però il ballo cossiddetto ‘liscio’ a farla da padrone nell’area emiana-tosco-romagnola. Certamente il genere più seguito non soltanto dagli anziani, ma che raccoglie molti giovani frequentatori delle balere, entusiasti dell’atmosfera ricreata della ‘festa’; decisamente valido per la varietà degli strumenti usati, per la fantasmagoria delle note, nonché per l’utilizzo di ritmi più attuali che ne fanno un campione di successo e, ovviamente, d’incassi; e che riesce a mettere tutti d’accordo nel ritrovarsi insieme nella magica affermazione della musica. “Oggi non è più così”, dicono gli anziani, lasciandosi andare ai ricordi di gioventù, anche se la loro non risale a più di 40 o 50anni fa. Corrado Ferretti, un gentile signore ‘parmense doc’ oggi in pensione, ha di recente inviato alla nostra redazione un articolo molto significativo su come scorreva la vita quotidiana della sua fanciullezza nei ‘borghi’ del centro storico di Parma:

«Già alla buon’ora del lunedì passavano le lavandaie con le carrette ricolme di panni che si recavano alle rive del Taro, lì dove l’acqua rasentava l’argine; o appena dietro il Dazio dove scorreva un piccolo ruscello d’acqua sorgiva. Subito dopo, a poco a poco, s’incominciavano a sentire i rumori delle diverse attività: il martello del fabbro, la sega del falegname, il richiavo dei venditori di rane spellate e altri come l’arrotino e il salire delle saracinesche dei negozi intorno alla Piazza Garibaldi. Era quello per tutti loro l’avvio della giornata lavorativa. Ma non per noi ragazzi che s’iniziava a schiamazzare e a correre avanti e indietro per i borghi chiamandoci l’un l’altro. Si giocava dalla mattina fino a sera (senz’altro poco studio!). C’era chi di noi imparava allora ad andare in bicicletta, cadendo immancabilmente e sbucciandosi le ginocchia. Ricordo che per consuetudine le mamme, e più spesso le nonne, ci gridavano contro dalle finestre aperte:”Stasera lo dirò a tuo padre/madre quando l’arriverà a casa, vedrai, vedrai!”; oppure ci raccomandavano: “..e non correre, che altrimenti sudi e ti ammali!”».

«Di alcuni ricordo ancora i nomi mentre di altri solo il loro soprannome: Fabri, Romanine, Giacca, Cicle, Bignoghe, Corde, Bocillo, Scannagril, Omino, Riccio, Bombolo, Vito, Pieròto, e ancora Guglielmo, Silvio, Ernesto che dicevamo ‘mangiava il cavallo pesto’, il Giacca bello come Tyron Power. E poi c’erano le ragazze: Mirella, Naldina, Marisa, Anna Violi, Anna Barbieri, Egle, Rita, Anna Musetti, tutte o quasi che pendevano per lui. Allora si giocava con le spade di legno e i finti schioppi, alla ‘cavallina’, a ‘pio-pes’, alla ‘palla stregata’, ‘palla prigioniera’, al ‘gerlo’ a ‘magìa’ (testa o liscio), e non mancavano le ‘figurine’ e il gioco dei ‘sinalcoli’. Le ragazze invece giocavano a ‘mondo’, all’ ‘anello’, alla ‘campana’ disegnata col gesso sull’asfalto della strada, alla ‘corda’. Immancabilmente verso mezzogiorno passava il vigile urbano e metteva fine ai giochi, in primis quelli con la palla cercando di sottrarla ai ragazzi più scaltri che se la passavano l’un l’altro talvolta mettendolo alla berlina, facendosi poi rincorrere fino al solaio delle loro case».

«Molti sono gli aneddoti delle ‘marachelle’ combinate da noi ragazzi in barba all’autorità del vigile e altre che riguardavano per lo più gli avvenimenti del giorno: c’era Romano che raccontava di possedere il tesoro nascosto di Kammamauri, il personaggio di Emilio Salgari, cui ovviamente nessuno di noi credeva. C’era Marién che alla domanda di dove prendesse il gesso per disegnare le sue interminabili campane sulla pavimentazione stradale, sosteneva di aver nascosto due quintali di gesso in Cittadella. Michele diceva che Gigi barava alle carte vincendo ogni volta i giornaletti di tutti gli altri ragazzi, ed erano: Sciuscià’, ‘Zorro’, ‘Pecos Bill’, ‘Gordon’, ‘Mandrake’, ‘Pantera Bionda’ grazie anche alla madre che segnava i punteggi. A Borgo Onorato, già Borgo della Gallinella, ad esempio, c’era la Doris che spesso sbraitava contro la mamma di Rita e Giuseppe volendo sapere dove fossero andati i ragazzi per avere notizie di suo figlio Romanine. E quella rispondeva che erano andati sulla strada liscia con i carrettini a cuscinetti per poter correre meglio sul marciapiede a mattonelle con inciso C.P.U.T., da noi ribattezzato ‘Cane Pelato Unto Tagliato’ che non voleva dir niente, ma che ci faceva tanto ridere».

«Ricordo che Menegalli il falegname aveva costruito un carretto di legno più grande, grazie al quale si guadagnava qualche amlire in più facendo fare a noi ragazzi un giro intorno all’isolato fino alla chiesa di Santa Maria Maddalena, con buona grazia di Don Paolino, il nostro parroco che nell’attesa che noi ragazzi arrivassimo fin là, si gustava la sua sigaretta in santa pace, per poi scortarci tutti a dottrina. E che dire della mattina prima della Messa in cui il sagrestano, da noi benevolmente soprannominato Zorro, si aggirava nelle strade per incontrarci e scegliere i chierichetti che avrebbero dovuto servir messa ‘nei modi dovuti’ – diceva. Ma ecco che una volta suonata la campanella d’inizio della celebrazione, immancabilmente succedeva qualcosa. C’era sempre tra noi qualcuno che borbottava: “..lo faccio io, lo faccio io” e finiva che nel momento in cui Don Paolino saliva i gradini dell’altare, ecco si faceva a gara per togliergli il cuscino sotto il tabernacolo, creando non poca difficoltà al parroco, il quale, spazientito, tirava infine un calcio mandando a finire il cuscino chissà dove. Per non dire dell’uso del turibolo da cui partivano mozziconi d’incenso incandescenti che una volta aggiustata la mira, finivano per planare sul tappeto sotto l’altare che solo il pronto intervento del sagrastano riusciva a evitare pericolose bruciature. Al rientro nella sagrestia venivamo subito ammoniti da Zorro che gridava: “Se fossi io il parroco non vi farei più entrare in chiesa!”. Al che Don Paolino pronto metteva fine alla diatriba e tolti i paramenti sacri, afferrava una manciata di caramelle dicendo: “Ma siiv propria di bargnociò!”.

«Nelle sere invernali nella bassa la nebbia la faceva spesso da padrona e noi si stava in casa senza uscire ma, allorché si sentiva il sopraggiungere del carretto che vendeva i ceci caldi presso l’Osteria Emiliana, ecco si usciva tutti quanti dalle case e mentre alcuni di noi tenevamo impegnato l’uomo a preparare i cartocci, altri alzavano il coperchio della caldara e rubavano i ceci col mestolo oppure a manciate senza essere visti ma spesso bruciacchiandosi le dita. Io m’inebriavo di quei profumi che vorticavano nell’aria facendomi quasi impazzire dalla voglia di assaggiare del buon ‘culatello’ o di ‘prosciutto dolce’ di Parma sulle fette ancora calde della ‘torta fritta’ e perché no ‘un toc de parmisan'. Ma anche dei sapore di cibi più semplici come le polpette di cavallo della Gerali, della 'vecchia', della polenta, della frittata, del minestrone, dei sughi fatti in casa dalla Norina e delle patate fritte della Velia».

«Bel luogo d’incontri l’Osteria Emiliana, così piena di vita e di pregiudizi. Gli uomini vi facevano una capatina seguita da una bevuta prima di rientrare a casa dopo il lavoro. Altri i più vecchi si abbandonavano ai tavoli dietro il fumo di qualche sigaro o della pipa, mentre altri ancora intavolavano un gioco delle carte o della morra, mentre ‘al mat sicure’ s’intrufolava nei portoni aperti delle case a mangiare ciò che si portava dietro in uno scatolone. Poi, quando finalmente per molti era ormai l’ora di ritirarsi per cena, alcuni di loro come Stopài e la Straséra restavano a consumare qualcosa da Gradalé fino ad esser ciucchi, anche se a dire il vero tenevano il vino ch’era una meraviglia e a notte trovavano sempre la strada di casa. Il tutto accompagnato da romanze verdiane che tutti conoscevano a memoria. Anch’io come tutti i buon emiliani me ne intendo di musica e devo dire che oltre all’organo di chiesa mi piaceva il suono delle nuove campane che con una grande funzione presieduta dal nostro amato Vescovo, Monsignor Evasio Colli, furono consacrate e fatte suonare a lungo con immenso piacere della nostra gente».

«Va detto che ‘in quegli anni’ alcuni di noi già suonavano davvero bene; come Vito e Teresa (sua sorella) ad esempio, ritenuti provetti suonatori di fisarmonica a livello nazionale; come del resto era Trioscé, soprannominato così perché d’inverno aveva un appuntamento fisso con le gambe rotte a causa della ‘blisgarola’. Cicle invece suonava il clarinetto e faceva già parte della Banda di Parma; Corde si dava da fare alla batteria, mentre Fabri era già provetto suonatore di chitarra classica. Alcuni di loro nel periodo estivo, tra cui Pino e Luminoso, intrattenevano noi più giovani in un caldo solaio, esibendosi nel teatro dei burattini allo scopo di ‘ramarci’ qualche spicciolo per comprarsi le prime sigarette. A quel tempo per noi ragazzi era di rigore portare i calzoni corti sia d’estate che d’inverno con qualche toppa qua e là sul sedere, senza vergognarci, perché all’epoca non c’era niente di cui vergognarsi, tanto i disastri della guerra avevano disseminato miseria dappertutto».

«Ma il clou della giornata arrivava con la sera, quando tutti facevano ritorno dal lavoro con la stanchezza addosso e ci si lasciava prendere dalla malinconia. Dopo cena le madri e le nonne a loro volta madri, prendevano le sedie e scendevano in strada a fare ‘conversazione’; mentre noi ragazzi, instancabili com’eravamo, coglievamo l’occasione del buio per giocare a nascondino. Come un rito che si ripeteva da sempre anche le ragazze scendevano a giocare con noi e c’era sempre qualcuna di loro che correva dagli adulti a lamentarsi di noi per averle tirata la sottana: “Mamma, quei ragazzi non ci lasciano stare!”, ed ecco che un’altra madre prontamente rispondeva in nostra difesa: “Anca lor ien petégli”. Poi, una mattina che ero particolarmente assonnato, avvertii il rumore di molti portoni aprirsi dietro la spinta disordinata dei ragazzi e delle ragazze più grandi che in sella alla loro bicicletta partivano per una gita, era quella la prima volta che uscivano tutti insieme dal borgo, destinazione montagna. Erano attrezzati con zainetti in spalla che lasciavano intravedere filoni di pane imbottiti di salumi e marmellate, c’era finanche il Pieròto con una sporta in pelle ricolma di latte i cui manici stavano appesi al manubrio come un trofeo».

«Rammento che mi alzai di scatto, quasi spaventato, e mi accorsi che nell’inconsapevolezza del passare degli anni forse ero rimasto indietro. Fu lì che per la prima volta compresi che i tempi erano davvero cambiati e che la bicicletta ormai avrebbe rimpiazzato tutti i nostri miseri giochi divenuti improvvisamenti obsoleti. “L’età matura era ormai alle porte” – mi dissi non proprio convinto e mi rattristai non poco. E adesso che l’età ha aggiunto molti lustri al mio novero degli anni, mi ritrovo spesso a domandarmi il senso di una frase ascoltata molto tempo prima, quella volta in cui Bignoche disse alla mamma di Corde, di dirgli che quella sera gli elefanti erano rosa, e la mamma di Corde che mentre saliva le scale di casa, diceva fra sé: “Cosa mai vorrà dire che gli elefanti stasera sono rosa?”».

(continua)


Note bibliografiche:

“L’albero di canto” - elab. di Raffaele Nobile – LP Madau D-05
“La mazurka del violinista cieco” - Egidio Bandini - articolo apparso su La Gazzetta di Parma del 05/07/2011.
“Racconto” - Corrado Ferretti, (inviato alla redazione 15.08.2014

Discografia:

“Concerto delle Dame di Ferrara” - Luzzasco Luzzaschi (1547-1607) – CD Harmonia Mundi – 901136.
“Madrigali a cinque voci” - Carlo Gesualdo (1561-1613) – CD Harmonia Mundi -901268.
“Canzoni e Moresche” - Orlando di Lasso (1532-1594) – CD Harmonia Mundi 901591.
“Tarentule-Tarentelle” del XV e XVI sec. – Atrium Musicae de Madrid dir. Gregorio Paniagua – CD Harmonia Mundi 90379.
“Chominciamento di gioia” - Angelo Branduardi – CD La Voce del Padrone 489890 2.
“Musiche e canti popolari dell’Emilia” (antologia in 4 vol.) a cura di Stefano Cammelli
Albatros VPA 8278-9 / 8403 / 8414 - Documenti originali del folklore musicale europeo.
“Folklore musicale italiano” a cura di Alan Lomax e Diego Carpitella – 2LP PULL QLP107/8.









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