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The Entertainers - Ragtime

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 26/04/2012 09:43:22

THAT’S ENTERTAINMENT - RAG-TIME!!! : Il mondo migliore di Scott Joplin – (Articoli apparsi in Nuova Scienza-Ricerca Etnologica e Nuovo Sound).

“Accidenti che giornata! Ad andare a far compere con Alice c’è da impazzire. Non ho capito se si diverta di più a rifiutare i regali che le piacerebbero o a parlare degli oggetti che le piacerebbero e che mi offro di comprarle. Ora mi faccio un lunghissimo bagno coi Sali alla gardenia e un mucchio di dolci e poi ballerò sino a cancellare Alice dalla mia povera testa. Oh! Quante chiacchiere, certe così divertenti quando riesco a capirle e certe di un’idiozia da morire. Perché sono sciocchezze, per Eugen e tutti quei pervertiti no, ma per Dick lo sono, e ridiamo da matti quando stiamo insieme. Lo sai che non c’è una sola parola che abbia la minima pretesa di verità. Sono tutte scemenze da serve, tesoro mio, ammettilo! Ed era vero. Tata era molto intelligente, anche se gli piaceva far finta di essere solo una bestiola da salotto: ma poi volle a tutti i costi guadagnarsi da vivere! Suonava il piano in un cinemino dalle parti di King’s Cross Station, un orribile posto piccolissimo e buio. Andarci diventò di moda e ai suoi amici lui dedicava sempre determinate canzoni, a ognuno la sua. Un pomeriggio ci andai anch’io e lui sapendo che c’ero, suonò dieci volte la mia canzone preferita “Kitten On the Keys”. Alla fine il direttore gli disse che la sua musica distoglieva il pubblico dalle faccende del film, sicché lui lasciò quel lavoro e si mise a fare in casa paralumi per gli amici”.
Il brano qui sopra riportato e gli altri che seguiranno, sono liberamente tratti da “Per chi suona la cloche” di Angus Wilson, e che, in qualche modo, ha reso possibile introdurre l’argomento che tratta questo articolo ripescato dal mio personale archivio, dal titolo: “The Entertainers” (Nuovo Sound Dicembre 1974), cioè quei suonatori di piano che al cinema accompagnavano i film del “muto”, a partire dai primi corti di Charlie Chaplin, alle pantomime di Buster Keaton, Stan Kenton e i fratelli Max che ancora oggi ammiriamo e riscopriamo ogni volta così ricchi di inventiva e originale comicità, e che furono all’origine dell’odierna “colonna sonora”. Articolo che oggi vi ripropongo, per il fatto che vale la pena ricordarli e non solo per la creatività musicale, quanto perché hanno dato alla musica quello slancio di cui aveva bisogno per diventare internazionale e immancabilmente popolare.
Fin dal 1890 al 1917 circa America ed Europa letteralmente impazzirono per la musica, un fenomeno non eguagliato fino all’avvento del ‘Rock’n Roll’, una delle prime forme identificabili di quella che verrà in seguito denominata ‘Rag’ e che già preannunciava l’avvento del ‘Jass’. Una musica prettamente con una propria forma e struttura che – si vuole – sia nata verso la fine del XIX secolo nelle città del Middle West come Sedalia e ST. Louis dove i cosiddetti “Entertainers” erano per lo più di colore, ma che ben presto venne suonata anche da bianchi sullo stile dei neri. Indubbiamente africane erano le sue origini alla quale i compositori neri di ‘Rag’ avevano aggiunto una sorta di ritmo sincopato con lo spostamento dell’accentazione, risultato dalla fusione tra la musica africana e quella europea, e ben presto assunse al suo nome quello di ‘Rag-time’.
Il successo del ‘Rag’ fu travolgente, infiammò l’America da costa a costa e fece il giro del mondo: nel 1900 passò dai Minstrel Shows ad un posto di primo piano nella musica commerciale alla moda, trascinando nel vortice anche Londra (cui fa riferimento Angus Wilson), e Parigi, abbagliata com’era dalla Belle Epoque decantata da Zola, Proust, Satie, Lautrec, interessate non a modificare quanto a godere dei piaceri che il bel mondo offriva loro, e viverlo in quanto “spettacolo”, “gioia di vivere”, “edonismo”, “bellezza” e scoprirlo, nella sua essenzialità di cornice di un’epoca, quella dell’inizio degli inizi del nuovo secolo, a sottolineare i momenti edulcorati della scena e rendere lo “spettacolo” partecipe delle sensazioni e dei moti dell’animo di tanti personaggi divenuti poi “miti” letterari, del teatro e del cinema di allora, e che pure dietro l'euforica allegria del momento nascondevano la miseria di sempre.
All’inizio i compositori di Ragtime incisero i loro pezzi su rulli per pianola meccanica che furono venduti in migliaia di esemplari, come oggi gli attuali dischi, ma questo accadeva prima dell’era del disco per cui se ne sapeva poco fino a qualche tempo fa. Forse fino a che Mrs Vera Broadsky Lawrence nel 1971 rispolverò dagli scaffali polverosi della The New York Public Library, un involucro di carte che portava la scritta “The Collected Works of Scott Joplin”, cosa che fece esultare l’America come per la conquista della luna. Una luna splendente di milioni di dollari che la vasta produzione jopliniana avrebbe fruttato grazie all’entusiasmo che la raccolta avrebbe suscitato in tutto il mondo e alla conseguente attività di tutta la musica americana, valorizzandola nell’ambito della carente tradizione classica.
Precedentemente, e si era negli anni cinquanta, era stata ritrovata una serie di rulli in parte in negozi di antiquariato che era poi risultata in parte inascoltabile, in parte scollegata da qualsiasi unitarietà per poter fornire una base musicale prettamente americana. Tuttavia, ma solo successivamente al ritrovamento della Broadsky Lawrence è stata riprodotta in fac-simile su dischi dalla Monkey Records col titolo “Jazz Piano Rolls”, due album che ripropongono ben dodici pianisti nei loro “a solo” più importanti, mai pubblicati prima. I rulli riprodotti assumono qui una loro particolare vitalità quale potrebbe essere ottenuta solo da una incisione dal vivo. Una panoramica di pianisti e brani di successo che hanno segnato l’ “Età del Jazz” dal titolo del romanzo omonimo di un’altro scrittore di fama F. Scott-Fitzgerald. Ma elenchiamoli: Jelly Roll Morton “Dead Man Blues”, J. P. Johnson “Charleston”, Fats Waller “Squeeze Me” e tantissimi altri, da Cow Cow Davenport a Duke Ellington e ancora Clarence Williams, Willie Smith “The Lion”, J. Scott, Louis Chauvin ed anche qualche esecutore bianco che hanno contribuito a fare del ragtime e poi del Jazz (finalmente così definito) la musica dei cosiddetti “Roaring Twenties”, ovvero quegli “anni ruggenti” che infiammarono l’America da New Orleans a Chicago a New York.
È della Nonesuch Records “Heliotrope Bouquet Piano Rag’s” di cui William Bolcon è lo straordinario interprete che ha saputo riproporci l’atmosfera briosa del Rag e che raccoglie brani di quelli che ben sono stati definiti i “pionieri della musica americana”: Tom Turpin, fondatore del St. Louis Style, dal gusto dolce e orecchiabile che fu anche definito il “pane e burro” del ‘Rag’ è presente con una marcia-rag “A Rag-time Nightmare”; Scott Joplin ritenuto il creatore del rag e il più grande compositore nero, con “The Entertainers” e “Maple Leaf Rag” che trovarono una loro grande riaffermazione anche nel film “La stangata” col quale si è dato vita al grande revival jopliniano e a tutto il periodo cosiddetto “d’oro”degli anni ’20 e ’30. L’album rivela però altre sorprese e altri nomi importanti della storia del Ragtime, come Louis Chauvin di origine francese, “Wall Street Rag” è giustamente considerato uno dei migliori pezzi di sua composizione; C.L. Roberts “Pork and Beans”; Joseph F. Lamb che si accattivò le simpatie dello stesso Joplin, e che trovò la sua personale affermazione presso lo stesso editore, John Stark, è presente con “Ethiopia Rag” che meglio rappresenta la fusione del ritmo sincopato del Rag e - in senso armonico – il respiro delle grandi composizioni classiche.
In Italia, una riproduzione fedele dei piano-rolls di Scott Joplin è fornita dalla Impact per la serie Classic Jazz contenente una raccolta eccezionale sia per la ricercatezza dei brani originali risalenti nientemeno che al 1899 che meglio rappresentano l’evoluzione del Rag nella produzione jopliniana fino al 1914, anno in cui Joplin compose il suo “Magnetic Rag” e quel “Stoptime Rag”, difficili da trovarsi in altre riproduzioni. Nella serie Classic Jazz edita dalla Impact troviamo inoltre “documenti” riferiti a compositori di colore e non che hanno segnato il percorso della storia del Jazz delle origini: “King Oliver’s Creole Jazz Band”, “Fletchter Henderson Orchestra”, “Scott Joplin Ragtime Pionier”, “New York Jazz Scene 1917-20” e “Piano Blues 1927-33” ed altre interessanti raccolte con le quali la Impact intende soprattutto rivalutare il patrimonio musicale internazionale. Altro grande album dedicato interamente alla figura di Scott Joplin è quello di Joshua Rifkin edito dalla CBS contenente i migliori brani, scelti tra gli oltre mille del compositore, che formano la colonna sonora del film “La stangata” (1973) di George Roy Hill, seguito a ruota da “Ragtime” (1976) di Robert Altman tratto dall’omonimo best-seller di E. Doctorow.
Ma, se è vero che nella storia dei popoli tutto si ripete, eccoci trasferiti nel bel mezzo di un’epoca che molti di noi non hanno conosciuta, se non attraverso vecchi films e documentari da cineteca che di tanto in tanto (sempre meno) vengono proposti alla televisione in occasione di qualche revival che di buon grado oggi ritroviamo talvolta nel ripetersi di mode funny, ma che, se non altro serve a recuperare un passato che è anche futuro. Del resto, come ancora ci avverte Angus Wilson: “Giudicare gli esseri umani secondo i consueti principi del decoro sarebbe molto piacevole, ma anche molto sciocco. Bisognava guardare le cose come stavano, e non come le fanno vedere nei romanzi (e al cinema), a meno che non siano quei grandi affreschi dell’umanità intrisi di cinismo ma estremamente reali presentatici dal grande scrittore Somerset Maugham. (..) Bridget e Tata danno una festa nel loro appartamento ai News. A quei tempi sapevano veramente che cosa significasse star pigiati. Feste! Feste! Erano l’essenza della vita di Masie! Il Tatler ne parlava, il Daily Express le disapprovava ma, il resto dell’Inghilterra e del mondo continuava a vivere la vita. Ragtime, Fox-trot, Shimmy, Charleston, Tango, Boogie Woogie, erano allora l’anima delle feste, la “gioventù dorata” più si faceva notare e più ci godeva, era un mondo troppo brillante e fin troppo rumoroso, però i giovani sapevano veramente cosa volesse dire divertirsi”.
Dal Ragtime al Boogie Woogie, più esplicitamente musica da ballo, il passaggio è lungo almeno una ventina d’anni, in cui fece la sua apparizione un nuovo stile pianistico, che si affermò a Chicago come derivazione strumentale del “Blues” su un ritmo più veloce cosiddetta “stride piano” per la sua andatura a grandi passi che i pianisti erano costretti a improvvisare per seguire i fotogrammi filmati, e lo svettare rapido delle gambe nei nuovi balli di moda, e i cui esponenti furono Clarence Lofton, Jimmy Yancey e Clarence “Pine Top” Smith, il quale, nel 1928 usò per la prima volta il termine su disco con il suo “Pine Top Boogie Woogie” spesso con la complicità di componenti orchestrali riunitesi in Band o intere orchestre swing (di musica leggera) come ad esempio quella di Count Basie o di Duke Ellington e commercializzato a livello internazionale.
Voglio qui evidenziare che quella del Ragtime non fu soltanto una evoluzione innovativa bensì una vera e propria presa di coscienza dei “neri” che si imposero sulla scena dell’ “entertainment” americano con una funzione propositiva, quella di far conoscere ai “bianchi” la loro davvero grande capacità interpretativa della musica originaria africana importata con gli schiavi e riscattare così quella supremazia culturale che i “bianchi” con arroganza ostentavano da sempre nei loro confronti. L’apparizione dell’unica “opera” nel vero senso della parola composta da un nero avvenne in quegli anni e la si deve a Scott Joplin col titolo di “Treemonisha” (1915) (articolo apparso in Nuova Scienza: “Ricerca Etnologica” 1980), e che conosciamo grazie a una recente messa in scena del Miller Theatre di Houston che ha ottenuto un notevole successo di pubblico e di critica e che dopo sessanta anni trova quel successo che Joplin passionalmente desiderò e che rimase un sogno senza realizzazione, quando la morte lo colse ad Harlem il 1 Aprile del 1917.
Sotto la maschera della favola-folk l’opera contiene un messaggio tipico del suo tempo, invocante l’evento sociale della liberazione dei neri dalla schiavitù cui erano sottoposti, a cominciare proprio dal riscatto attraverso la più antica cultura delle loro origini. Una storia semplice in cui si narra di una ragazza che attraverso il conflitto interiore e comunitario del “giusto ed errato”, del “buono e il cattivo” si fa portatrice di giustizia nell’ambito della propria comunità di contadini. Un riscatto spirituale quindi, capace di sopperire alla latente superstizione della razza. Da cui l’insegnamento che “la ragione-illuminata dirada le tenebre della superstizione”. Una favola costruttiva dai toni magici, poetica ma non romantica, paragonabile per certi aspetti al “Flauto Magico” di Schikaneder-Mozart. L’impasto musicale rappresenta infatti l’incontro tra la musica popolare nell’evoluzione del Rag con la musica colta, per il rigore degli spazi e dei tempi, che risulta addirittura “nuova”, dove non c’è davvero nulla di intentato: dalla freschezza degli impasti musicali, alla comunicabilità del tema, all’attualità del messaggio, all’insegnamento che può esistere anche “un mondo migliore”, del ritorno alla natura, senz’altro quello che Scott Joplin ci prospetta in questa sua opera. “Treemonisha”, la ragazza re-incarnazione dell’albero (tree) sotto il quale probabilmente è stata concepita.

Note:

I brani letterari sono liberamente tratti da “Per chi suona la cloche” di Angus Wilson – Adelphi.

Le note storiche da “Jazz” di R. P. Jones – Vallecchi
e da “Il libro del Jazz” di Berendt – Garzanti.

I dischi recensiti sono editi da Fonit Cetra, Rifi Records e Ricordi, e Deuteshe Grammophon, alle quali vanno i miei sentiti ringraziamenti.

L’opera “Treemonisha” appare su due Lp della D. G. (DG 2707083) con il cast originale, gli arrangiamenti, orchestrazione e la supervisione di Gunther Schuller; le scene di Franco Colavecchia, la scenografia di Louis Johnson, la produzione di Frank Corsaro.


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