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The Entertainers - Il Grande Gatsby

Argomento: Musica

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 03/05/2012 11:50:53

THAT’S ENTERTAINMENT II

Seguito di “Ragtime... o l’era dell’innocenza” (apparso in AudioReview 1983).

Nel best-seller "Ragtime" di E. L. Doctorow la vicenda si svolge nel 1906, periodo dell’immigrazione in massa dall’Europa verso l’America, un mondo che si sta trasformando e che l’autore ha reso vivo e stimolante nelle pagine del suo libro, come: “un affresco umano di passione e di pietà, di amori giovanili, di orgoglio eccessivo, di commedia che spesso assume i colori della tragedia”. Ma la fortuna del libro e quella del suo autore sono legate alla musica inconfondibile di quegli anni, il Ragtime appunto, racchiusa nella cornice forse mistificatoria ma senz’altro eccitante di un’epoca che nessuno era ancora riuscito a definire allo stesso modo, quella dell’avvento del nuovo secolo, la cui andatura “Rag” è qui incorniciata perfettamente.
“È raro che un mondo tanto folle acquisti un senso come in questa vicenda. Ma io rispetto immensamente gli autori (E. L. Doctorow e Michael Weller) della sceneggiatura, sebbene, penso che per riproporre in modo giusto il lavoro di uno scrittore devi necessariamente violarlo ” – ha detto durante una intervista Milos Forman regista del film omonimo, riferendosi al fatto di aver apportato dei ritocchi molto personali alla sceneggiatura stessa. Fatto è che la vicenda narrata da Doctorow inizia con lo scandalo più clamoroso che sia mai stato raccontato, in cui di fronte a centinaia di persone, il playboy miliardario di Pittsburg Harry K. Thaw accecato dalla gelosia, uccide a colpi di pistola l’ex amante della sua giovane moglie, il celebre architetto Stanford White nel roof-garden del Madison Square Garden, la sera della prima mondiale di “Mamzelle Champagne”. Prima dell’inevitabile omicidio...
Nella versione filmica di Milos Forman (che ricordiamo anche per “Hair” e “Qualcuno volò sul nido del cuculo”) invece, gli avvenimenti raccontati nel libro si riducono nella storia di Rheinlander Waldo commissario di polizia, di una famiglia e una ragazza madre ma, soprattutto di un pianista nero di successo Coalhouse Walker la cui esistenza si conclude in un dramma autentico di tutta una generazione bianca, quella americana, che non accetta l’uguaglianza segnata dal colore della pelle dei neri. Con la morte del pianista, infatti, l’America segnerà il suo declino perdendo la sua prima battaglia urbana e quella che era stata definita “l’era dell’innocenza” e del Ragtime si chiude per sempre. “L’America è un errore, un enorme errore!” – conclude Doctorow le pagine del libro, mentre nel film tuttavia si lascia intravedere una possibilità di riscatto.
La lavorazione del film iniziata nell’agosto del 1980 a New York si è protratta per venti settimane per poi concludersi negli studi della Shepperton a Londra. Lo scenografo inglese John Graysmark e la sua collega Patrizia von Brandstein, con l’aiuto di cartine e fotografie originali reperite negli archivi pubblici americani e in collezioni private, sono riusciti a garantire al film una perfetta adesione alla realtà di quegli anni ricreando per il set cinematografico edifici e scorci vittoriani di New York scomparsi da tempo. Costruzioni che hanno occupato quattro dei più grandi teatri di posa d’Europa ed una vasta estensione che circonda gli studi. È stata ricostruita per l’occasione la zona di Madison Avenue all’altezza dell’incrocio con la 36° Strada, esattamente com’era nel primo novecento, grazie all’aiuto di cianografie d’epoca.
“Ragtime”, dimostra quanto il regista ponesse attenzione alla scelta del soggetto, alla stesura del copione ed degli attori, affidando i ruoli principali sia a quelli  esordienti e tuttavia di grande talento, sia ad attori noti che avevano preso parte ad altri suoi film. Molto interesse ha suscitato il ritorno alle scene di un mostro sacro del cinema hollywoodiano, James Cagney che, dopo 20 anni di assenza, all’età di 83 anni interpreta il ruolo magistrale del burbero Capo della Polizia di New York. Lo affiancano alcuni nomi che in seguito diventeranno famosi, come Norman Mailer, Eloise e Pat O’Brien, Howard E. Rollins, debbin Allen, Elizabeth McGovern (nel ruolo di Evelyn Nesbit), Bob Boyd (Presidente Roosvelt), Jeff De-Munn (nella parte di Harry Houdini). Direttore della fotografia Miroslav Ondricek, coreografa d’eccezione Twyla Tharp, aveva già collaborato ad “Hair”; costumi di Anna Hill Johnstone al suo 48° film.
Il film, al pari del romanzo ha creato non poca attesa e una curiosità insoliti. In realtà, attraverso una trama non convenzionale “Ragtime” porta lo spettatore a visionare una radiografia dell’America di cui la musica è l’inconfondibile voce. Pur se, quasi per sottile ironia della sorte, nel film non c’è ombra di quella musica “Rag” contenuta nel titolo e del suo più importante autore Scott Joplin (forse perché ormai inflazionata), che pure aveva fatto scrivere a Doctorow le cento-una storie che nel romanzo s’intrecciano e pagine di soffusa gaiezza. La colonna sonora originale del film, composta e diretta da Randy Newman, ricrea semplicemente l’atmosfera di quegli anni del ‘900 con pacata e sottintesa complicità di non riuscire a scandire il ritmo frizzante dell’America del tempo.
Ma ripercorriamola insieme questa “Age d’Or” come qualcuno la definì quando ancora non era conclusa. Nel 1918 vengono pubblicate in Inghilterra le poesie di Rupert Brooke; nel 1920 E. O’Neil pubblica “La Luna dei Caraibi”; nel 1921 Charlie Chaplin gira “Il Monello”; nel 1922 J. Joyce pubblica l’ “Ulisse”, e nello stesso anno in italia L. Pirandello rappresenta “Sei personaggi in cerca d’autore”. Nel 1924 muoiono M. Proust, J. Conrad, F. Kakka; nel 1925 vengono pubblicati “New York” di Dos Passos, “Il Processo” di Kafka, “La paga del soldato” di Faulkner, “Il sole sorgerà ancora” di Hemingway. Dopo lo straordinario successo ottenuto dal romanzo “Di qua dal Paradiso” del 1920, Francis Scott Fitzgerald diviene l’autore più celebrato e ricco d’America. In fondo il suo successo rispecchiava quello che da sempre agognava nei suoi romanzi. Nel 1922 esce il suo “Belli e dannati” che avrà una tiratura di 43mila copie , una vera eccezione per quei tempi e, successivamente, i “Racconti dell’Età del Jazz”, che darà il nome all’epoca che stiamo qui rivisitando.

“The Great Gatsby Style” (articolo apparso in Nuovo Sound n. 11 - 1975)

Ogni volta che medito sulla legge naturale questa strana logica che coesiste con la verità rivelata penso...”che troppo spesso la naturale gaiezza agli sciocchi appetiti e snobismi dell’educazione e della nostra troppo sofisticata incapacità di capire l’essenza profonda e fondamentale degli Anni Venti. Del resto soltanto pochi capiscono cosa vuol veramente dire “divertirsi”. (..) Gli Anni Venti erano meglio dell’isterismo e della stanca sazietà degli anni che sono venuti dopo”. (..) Fu un’età di miracoli artistici ma anche di eccessi”. Fu anche un’età satirica, con americani che ordinavano abiti in quantità enormi a Londra e i sarti di Bond Street erano costretti a modellare il loro taglio sul gusto dell’epoca, amante della giubba a vita lunga e degli indumenti larghi. Accadeva così, un’intera razza era diventata edonistica e si dichiarava per il “piacere” assoluto, chiassoso e alquanto squilibrato.
“Una coppia decisamente francese e di ottima famiglia si drogava, era una delle tragedie di quei tempi. Una loro amica, una principessa francese, condivideva i loro gusti, preferiva la cocaina all’oppio ... un giorno trovò in un vaso di porcellana quella che credeva fosse cocaina e ne attinse a piene mani. Solo dopo alcune settimane che la prendeva seppe dalla cameriera che stava rubacchiando le ceneri del padre della sua ospite. Che epigrafe per quei tempi!” – narra Angus Wilson (*). “Il successo economico, la ricchezza, erano ormai metro di giudizio. Non c’era posto per i poveri, non c’era posto per i deboli, non c’era posto per i falliti nell’America di Ford. Poeti e pittori, critici e romanzieri, giornalisti e produttori, valevano soltanto se guadagnavano quattrini. Peggio per loro se non ce la facevano: voleva dire che erano cattivi scrittori, pessimi artisti. Chi non aveva quattrini non aveva credito e chi non aveva credito non aveva quattrini. La gente non voleva più sentir parlare di guerra: voleva sentir parlare di pace, e distrarsi in tutte le maniere possibili, distrarsi finché qualcosa accadesse, che finalmente non provocasse più delusioni” – scrive Scott Fitzgerald.
E invece “Fu un’età di proteste e di rivolte, delle utopie più ottimistiche e delle delusioni più spietate. Era la rivolta contro tutto e tutti in nome della libertà. Si voleva libertà di pensiero, libertà nell’egemonia del denaro, dalla rispettabilità borghese, dalle tradizioni (bigotte) vittoriane, dal proibizionismo, dal conformismo, dai rituali religiosi; si voleva bere, fare all’amore, e vivere senza badare a come spendere il denaro; si voleva farla finita coi tabù e i falsi pudori, con gli scrupoli e i legami. Era molto snob andare in uno “speakeasy” molto sofisticato, per usare una parola del tempo. È anche il periodo in cui l’industria cinematografica hollywoodiana ha un forte sviluppo, grazie anche ai potentissimi mezzi finanziari può accaparrarsi i migliori tecnici, i migliori artisti europei e tanti altri ne creerà, e che l’avvento del sonoro contribuì a ingigantire.
Nei film americani di quegli anni infatti, si riscontra un alto livello artistico grazie al quale la cinematografia americana penetra nei mercati commerciali di quasi tutto il mondo. Non meno interessanti sono questi anni per la musica Jazz. È il periodo delle grandi cantanti nere del “Blues” come Bessie Smith, Ma Raney, e di musicisti come Louis Armstrong, Duke Ellington, Jelly Roll Morton, King Oliver, Fats Waller e tantissimi altri bianchi come Bix Beiderbecke, Tommy Dorsey, George Gershwin. Scrive ancora Angus Wilson: “La più sfrenata delle generazioni, quella che era stata adolescente durante la confusione della Grande Guerra, bruscamente spinse da parte a spallate i suoi contemporanei e si mise a ballare alla luce della ribalta. Era questa la generazione delle ragazze che si dava un’aria drammatica presentandosi come maschiette sofisticate. (..) Era veramente un periodo carinissimo da non dirsi, con quelle incantevoli teste lisce alla garçonne , quei grandi cappelli, quei mantelli, tutti quei veli! Noi li trovavamo deliziosi come quando venne di moda la linea “efebica” ancora non ci eravamo completamente liberati dall’idea che la donna fosse una specie di lampada a stelo da riempire di fronzoli...”
Ci fu pure chi obiettò che quella era una generazione che corrompeva i più vecchi e che infine superò se stessa più nella mancanza di gusto che nella mancanza di principi morali. Che sebbene nel 1922 la cosa continuasse, diveniva però sempre meno seguita dai giovani, e che la generale decisione di “divertirsi” a tutti i costi presa durante i “cocktail parties” aveva origini più complicate, in breve, non rispondeva più al solo libero arbitrio di dichiararsi in favore della libertà dei costumi, quanto era economicamente e commercialmente guidata. C’era pur sempre la musica e la parola Jazz era ormai sulla bocca di tutti e andava riscontrato che, nella sua marcia verso la rispettabilità, andava assumendo significati diversi: dapprima era stata sensualità, poi danza, infine musica associata allo stato di eccitazione nervosa pari a quella che da essa scaturiva, non poi così dissimile dalla frenetica vita che si conduceva nelle grandi metropoli.
Era il 1925 quando Francis Scott Fitzgerald pubblicava il suo romanzo più acclamato: “Il Grande Gatsby” che diverrà il simbolo assoluto di tutta l’epoca, nel quale raccoglieva i significati e le denunce di generazioni di americani, rivelatosi poi, a distanza di anni, una schietta critica diretta alla società americana, denuncia di una rivolta culturale e letteraria che fece tremare tutta l’America. Così scriveva Scott Fitzgerald – “Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente: Quando ti viene voglia di criticare qualcuno, ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu”. Ma in “Il grande Gatsby” c’era qualcosa di più della semplice critica, c’era la straordinarietà e la disperazione di più di una generazione d’uomini.
“Nelle notti estive giungeva la musica dalla casa del mio vicino...”, quella più in voga di: “What’ll I Do”, “We’ve met before”, “My favorite things”, “The Ring”, fantastiche canzoni di quello straordinario e romantico Irving Berlin, divenute in breve popolarissime, autore inoltre di molta musica per film e di musical di successo.
“Ed ancora risa e chiasso e Charleston...”, dal titolo di un brano di C. Mack e J. Johnson che in breve aveva fatto il giro del mondo. E “Who?” di Oscar Hammerstein e Jerome Kern le cui note si perdevano ormai nei cieli dell’internazionalità, seguite dalle altrettanto melanconiche “The Sheik of Araby” di F. Weeler e B. Smith le cui parole erano sulle labbra di tutti gli uomini e nella testa di tutte le donne che, senza pudore ripetevano: “Io sono lo Sceicco d’Arabia, il tuo amore mi appartiene. La notte mentre dormi, entrerò furtivo nella tua tenda”, sull’onda travolgente di quel “mito” vivente che era Rodolfo Valentino idolo incontrastato della Age of Jazz, interprete de “Il figlio dello Sceicco”, tratto dal romanzo "The Son of the Sheik" di Edith Maude Hull (1925) per la regia di: George Fitzmaurice e tantissimi altri tra i quali mi piace qui ricordare "The Fuor Horsemen of the Apocalypse" (I quattro cavalieri dell' Apocalisse), tratto dal romanzo omonimo di Vicente Blasco Ibañez (1918) per la regia di: Rex Ingram.

“Strano come sia radicato l’errore che più si fa chiasso e più si è importanti. La gioventù di quel tempo agiva da irresponsabile, si sfrenò un po’ più del dovuto e dopo anche negli Stati Uniti si erano visti anni di grande prosperità economica tutta la nazione aveva ripreso il suo normale tran-tran quotidiano. Gatsby rappresentava qualcosa di splendido, una sensibilità acuita alle promesse della vita (..) una dote straordinaria di speranza, una prontezza romantica quale non esisteva in altri e nella sua ambizione. (..) Ascolta! Il mondo esiste soltanto ai tuoi occhi, è il concetto che ne hai che conta. Puoi farlo immenso e piccino come ti aggrada” – scrive Scott Fitzgerald narrando di quegli anni avendo in testa le note di “Tre o’clock in the morning”, un valzerino lento e triste di quell’anno, mentre gli invitati reclamavano a gran voce di ascoltare il Jass.
“...Una musica da bere come lo champagne, da gettare via come un sigaro appena acceso, da usare come un eccitante pizzico di follia, magari immersi nella fontana “a bagno maria” dopo un ultimo brindisi. (..) Gente con troppi soldi, pochissimo discernimento e nessuna tradizione che si abbandonava all’orgia del tempo. Il palazzo di Gatsby era qualcosa di colossale, una copia curata di qualche Hotel de Ville della Normandia, con una torre da una parte, incredibilmente nuova sotto una barba rada di edera ancora giovane, una piscina di marmo e più di venti ettari di prato e giardini azzurri dove donne e uomini andavano e venivano come falene tra bisbigli e champagne e stelle. Durante l’alta marea del pomeriggio io guardavo i suoi ospiti tuffarsi dal trampolino e prendere il sole sulla sabbia calda della spiaggia privata, mentre i suoi due motoscafi fendevano le acque dello stretto, rimorchiando acquaplani tra cascate di spuma...”.
“...Nei giorni di week-end la sua Rolls-Royce diventava un autobus, (..) ogni venerdì cinque casse di arance e limoni arrivavano da un fruttivendolo di New York, (..) arrivava un’intera squadra di fornitori con centinaia di metri di tela e lampadine colorate (..) sulle tavole dei rinfreschi guarniti di antipasti scintillanti, i saporiti prosciutti al forno si accatastavano coperti di insalate dai disegni arlecchineschi insieme a porcellini e tacchini ripieni, trasformati come per magia, in oro cupo. Nel salone principale era impiantato un bar con un’autentica ringhiera di ottone stracarico di Gin e di liquori e cordiali di marche dimenticate da tanto tempo. (..) Alle sette arrivava l’orchestra, un intero mucchio di oboe, tromboni, sassofoni, cornette e flauti, e viole, tamburi grandi e piccoli”.
Ed erano orchestre straordinarie dai nomi altisonanti, come quella di Fletcher Henderson, di Duke Ellington, di Louis Armstrong, e ancora di Count Basie, Glenn Miller, Tommy Dorsey che formavano le Grandi Jazz Band e tantissime altre. Pensate, ci fu un momento in cui quasi tutte riprendevano un motivo assai di moda, quel “Pippo non lo sa” di Tullio Mobilia che le Band si divertivano a stravolgere con a-soli strumentali virtuosistici pur sempre in versione strettamente Jazz, e il divertimento era assicurato. Ma torniamo a Gatsby, quando sul fare della sera: “Già le sale e i saloni e le verande erano sgargianti di colori e di pettinature nuove e strane e di scialli, (..) le ronde fluttuanti di cocktail permeavano il giardino ... l’aria risuonava di cicalecci e risa e frasi di convenienza ... le luci divenivano più festose mentre la terra si nascondeva al sole”.
“Il riso si faceva più facile minuto per minuto, veniva diffuso con prodigalità, donato a ogni parola gioconda ... C’erano vecchi che spingevano le ragazze all’indietro in continui circoli sgraziati, coppie di classe che si stringevano tortuosamente secondo la moda e restavano negli angoli, e una quantità di altre ragazze che ballavano sole o toglievano per un momento all’orchestra la preoccupazione del banjo o della batteria, mentre scoppi di risa felici e inutili si alzavano verso il cielo estivo” – (avete notato come un sarcasmo più nero fluttua talvolta in una sola frase del Fitzgerald sornione). Jordan Baker e Daisy, la favorita di Gatsby, stavano sul divano.. “...posate come una navicella di un pallone frenato con le gonne fluttuanti e drappeggiate, come fossero appena tornate da un breve giro intorno alla casa”.
Bruciato dalla sua passione per Daisy, Gatsby voleva ad ogni costo ciò che aveva perduto, sebbene la maternità di Daisy e l’amore che aveva provato per il marito, toglievano al suo sogno impossibile l’attimo sublime che egli aveva creduto poter fare suo. Come la fenice nel volo ultimo teso a raggiungere l’infinito, egli poté soltanto stringere i pugni delle sue mani vuote, vittima consapevole della tragedia umana e sociale che si stava consumando in quel breve spazio di tempo fin troppo edulcorato e che si conclude con una pallottola che fatalmente lo colpisce. La stessa tragedia umana che infine avrebbe colpito lo scrittore Scott Fitzgerald che, per una qualche coincidenza astrale negativa, che si trovò poi a vivere come uomo: un volo di fenice arrestatosi prima del previsto, come quella gioventù dorata ch’egli aveva immortalata nei suoi romanzi, così per un esile gioco della vita col destino.
Gatsby alla fine si rivelò a posto; fu ciò che lo minava, la polvere sozza che fluttuava nella scia dei suoi sogni a stroncare momentaneamente l’interesse nei dolori passeggeri e nei fuggevoli orgogli degli uomini: “E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo della villa di fronte alla sua, in cui Daisy viveva con la sua famiglia. Sì, aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così a portata di mano da non potergli sfuggire mai più. Non sapeva che il suo sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città, dove i campi oscuri si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno dopo anno indietreggiava davanti a lui. Gli era sfuggito allora ma non importava – diceva – domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia ... in fondo, è una bella mattina!”

Note:
I brani riportati sono liberamente tratti da “Per chi suona la cloche” di Angus Wilson edito da Adelphi.
Da “Ragtime” di E. L. Doctorow edito in Italia da Mondadori.
Dai romanzi di F. Scott Fitzgerald “The Great Gatsby” edito dalla Penguin Books, e da “L’età del Jazz” (diario intimo di una generazione perduta) - Il Saggiatore.
Le note storiche sono di Fernanda Pivano tratte dalla prefazione che scrisse per “Gli ultimi fuochi” romanzo di Scott Fitzgerald uscito postumo; e da “Crack Up” apparso nella collana I Meridiani edito da Mondadori.
La colonna sonora originale del film omonimo diretto da Jack Clayton è edita da EMI e vede la grande orchestra di Nelson Riddle nelle vesti di arrangiatore e musicista impegnato in una ampia scelta di motivi che bene hanno ricreato l’atmosfera “affascinate e fantastica” dell’epoca.


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