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Nel bosco senza radici, libro di poesie di Amina Narimi

Argomento: Poesia

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 28/08/2016 16:53:19

‘Nel bosco senza radici’ – poesie di Amina Narimi, Terra d’Ulivi Editore 2015.

 

“Eppure tutto è

ancora oscuro mentre segreto

ci plasma e ci àncora un volto nuovo,

nuova la spinta ad amare

un attimo prima di nascere

un istante prima di dimenticare.”

 

C’è una poesia che scorre silenziosa lungo il crinale della sofferenza, talvolta solo interiore, perché insormontabile è il dolore che l’ha causata. È allora che questa si mostra a noi come una forza ctonia, allorché la ragione oscura della sopravvivenza richiede un atto di forte solidarietà che la contenga. Ben lo sa il poeta la cui emotività afferra gli spasimi dei sentimenti assopiti nel dolore, quello stesso che, in certo qual modo, esplode nell’anima prima di addivenire verso, parola lirica e canto, prima d'essere preghiera, ancor prima di farsi pianto, cui alcun fiume possa contenere le lacrime sparse …

 

“..tra la crisalide e la rosa ricomposta

c’è un dono che si sporge dalle labbra,

danzando per minuscole fiammelle

da un punto di paura allo splendore.”

 

Nessun altro colore che non sia sporcato di rossa terra, sarebbe accolto nella tavolozza d’amore che l’autrice, Amina Narimi, ancor prima d’essere poeta, usa nel tessere le sue tele che del suo arcano sembiante portano il segreto. Un lontano afflato confidenziale che la restituisce alla natura genitrice di quell’eredità ancestrale, mai venuta meno, che ha attraversato deserti, valicato montagne, navigato fiumi scorsi a cercare l’immensità di quel mare che un giorno, forse troverà, ma solo quando l’incoffessato e profondo amore per la vita, si tacerà dal ridestare i fantasmi del creato, nei suoi versi …

 

“..Il punto di partenza della voce è fermo.

Rimane il secchio d’acqua che ti porto

la vibrazione del legame.

Rimane la sete in un sottile movimento

lungo il taglio gli occhi di betulla che ricordo.”

 

Allorché le divinità arcaiche degli elfi e delle fate, delle streghe e dei geni primordiali della terra, così come degli stormi d’uccelli multicolori che affollano il suo ‘bosco senza radici’, le renne e i lupi delle sue ‘distese nevose’, la moltitudine dei suoi cavalli bai, assieme agli unicorni delle sue ‘fiabe amare’ e le sue mandrie strappate dalla ‘selva profonda’ dei suoi labirinti di parole, tutte convergeranno nell’arca d’amore che Amina Narimi va costruendo per loro, onde riscattarli, quasi per una rivendicazione di vita, da quel ‘paradiso perduto’ che noi tutti, anime vegetali, animali, umane, abbiamo ereditato per una colpa, o forse cento, mille colpe, che non avremmo mai commesso …

 

“..ho sognato per haiku, e per amore.

Nella grande volta delle palpebre, la notte che noi siamo”

.  .  .

“..la paura che mai hai avuto, deponi

nel cuore mio impaurito quella forza e solo

una niniva di mussola sottile

respiro di quiete, la neve.”

 

È allora che il canto, divenuto preghiera, s’apre e si consuma fra le righe di questo ‘dramma lirico’ che l’autrice sottopone in chiave poetica alla lettura di quanti sono propensi a seguirla lungo i crinali, i crepacci, le valli e i boschi d’una solitudine imperfetta perché audace, svolta come in una battaglia immaginaria sulla terra capestata dagli zoccoli dei cavalli, resa fendente dalle spade e dalle armature che cozzano, nel brivido dei corpi di eroi ed eroine invisibili che, quasi dessero corpo ad una tela, la colorano di rosso sangue, di cui solo s’impregna la polvere sollevata nel tramonto di un’era che non è mai stata nostra …

 

“..Un’esistenza fatta di visioni splende

estrema

vissuta nella pelle è intatta

nelle pupille chiuse evoca i nostri cristallini chiari,

non c’è polvere nel coraggio

né paura nella fame,

sto imparando il buio, è un eccesso di luce il nero

l’unione dei contrasti il suo splendore.”

.  .  .

“Nulla sappiamo

di promesse, di crudeltà, di paradisi e paralisi o

consumazioni

possediamo la parola divisa del luogo

il dove del giorno in cui ricomponiamo muta

la vita.”

 

Un crepuscolo luttuoso in cui vinti e vincitori, (ciò che noi siamo), giacciono sfiniti sull’orlo inconsistente della vita, come alberi di un ‘bosco senza radici’ …

 

“..Saremo lontani, al temp(i)o dell’ottava elegia

quando avremo colmato la misura dello scrigno.”

 

Una liricità antica quanto il mondo quella utilizzata da Amina Narimi in cui confluiscono tutte le parole i nomi e le cose dell’unica lingua possibile, capace di farle stare insieme, di dare un senso alla frase concatenata nel groviglio delle trame d’appartenenza atipica alla ‘poesia’ che qui si snoda e si riannoda, come il filo di Arianna che permise a Teseo di uscire dal labirinto o, forse, come le corde tese della tela di Penelope nella lunga attesa che precedette il ritorno (labirintico) di Ulisse: “..l’unica misura di una stessa distanza”. Misura in quanto grandezza, estensione di “..qualcosa che diviene, qualcuno che si forma, un attimo prima di sparire”. Ed ecco che la parola già avanza audace, si fa strada nel buio delle parole, nel ‘bosco senza radici’ della sua e nostra esistenza arcana, che ci consola e che insieme ci ‘appaura’.

 

Allora è il ‘canto’ e la ‘musica’ che tutta la percorre dentro il silenzio avito, che abbandonando ogni incertezza l’accompagna come …

 

“..un ramo tra i rami,

dove la foresta cresce,

all’ombra di un tronco che non ha memoria,

se non l’inizio … di una leggenda nuova,

in un inenarrabile solstizio antico.”

 

E come di trama che “..si elide lentamente, nelle forme cicliche del rito” anche la nostra traccia di lettori “..con quali occhi e mani”, cospiriamo di un divenire che forse non ci è dato “..nell’ansia che sa il termine di tutto” …

 

“..E frecce come occhi appuntiti sorvoleranno

i campi, di pianura in pianura tesseranno radici

annoderanno per noi tutti i fili

tra un cielo finalmente aperto e un varco

di poesia che brilla dentro il sangue, una miniera di

risposte per la fame e il dolore, un rifugio per chi nasce

o per chi ancora muore.”

 

No, non c’è finitezza nell’oscura morte, avverte l’autrice, (adesso sì che la chiameremo poetessa), “..È un refolo nel petto che ti avverte, un battito sospeso tra i colori” ...

 

“..C’è così tanto giorno …

nei cerchi dell’acqua disegnati dal vento …

dove formare un respiro di corpi celesti

un punto preciso …

nel piegare la notte dentro

una solitaria preghiera

ostinata e lunga una luce

che si muove e rincorre

l’apparente girovagare del sole.

 

C’è così tanto giorno

in cui fermarsi a pregare

per la tua fortuna e per quella di un fiore

per la magia di uno sguardo

per l’arco da cui balza lontano il nostro occhio

senza ombra raggiunge all’infinito

l’orizzonte il punto d’incontro dove fugge il mare.”

 

Ed è ancora la ‘lingua del poeta’ a parlarci in astratto di qualcosa che non abbiamo fin qui considerato: della luce e dell’ombra che al tempo stesso compenetrano il suo linguaggio, solo apparentemente criptico, quanto plasmato nella nuda terra (rossa s’è detto); ed è ancora la ‘forma’ linguistica dell’antico Aedo, l’epico cantore che si accompagnava al suono della cetra o, se vogliamo, la lingua dell’occulta Sibilla allorché colpita dall’oracolo del nume, che ci parla …

 

“..C’è un passo che lento gli somiglia

come un odore solo, senza corpo

incede il suono, s’inchina e dentro brilla

nell’involucro di creta e terra.

Prega, il nume che avanza, vicinissimo a dove ritrovarti si rivela

così potente e partorisce luce

un’ombra

in una lingua segreta ad ogni altra

sotto la superficie della forma

per tornare all’Anima e svanire

più grande e ferma

.  .  .

Assai più grande e di meraviglia pregna.”

 

A ritrovarci dunque non è facile, presi nel vortice delle parole che volteggiano nell’aria e tra le pagine di questo ‘poema amaro come il fiele’ eppure carico di infinita bellezza stilistica, originale e forse unica, giocata sul filo “..di una luce che ancora non esplode”, quale conseguenza di una volontà dolorosa che non si consuma, ma che brilla ...

 

“..tra gli alberi, scarna e improvvisa piena di suoni … nella certezza della fine

.  .  .

Invisibile … non udita viene, con il passo del lupo si

avvicina

nella notte, divorando la tua vita, liberata e calma

luminosa nell’inverno che impaura

spaventosa nell’impronta

attutita cede ad ogni altra forma, in una posa

alla fine intatta

l’orma senza peso di una morte bianca”.

 

 

.   .   . anche per questo forse non finiremo mai di stupirci.

 

 

Amina Narimi pseudonimo di Claudia Sogno è l’anagramma di ‘anima rimani’; pubblica sul suo blog personale e sul sito larecherche.it che ospita sue numerose poesie. Sue pubblicazioni inoltre sono presenti sul sito “Il giardino dei poeti” e sul “Word Social Forum”. Alcuni suoi testi si trovano in una recente raccolta di autori diversi pubblicata da Limina Mentis. “Nel bosco senza radici” è la sua ‘opera prima’ datata 2015 edita da Terra d’Ulivi Edizioni nella collana ‘I Granati’, acquistabile sui siti di riferimento o scrivendo direttamente all’Editore www.edizioniterradulivi.it


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