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Vito Mancuso fra ’coscienza’ e ’libero arbitrio’

Argomento: Scienza e fede

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 19/06/2012 11:54:53

“Obbedienza e libertà”, saggio di Vito Mancuso – Campo Dei Fiori – Fazi Editore 2012

Vito Mancuso fra ‘coscienza’ e ‘libero arbitrio’.

Siamo disponibili a rimetterci in gioco, cioè a ri-pensare il pensato e a discuterne con chi senz’altro ne sa più di noi in fatto di religiosità e ancor più di cattolicesimo. Tuttavia è sempre arduo affrontare il dibattito sul piano critico partendo da prese di posizione ineluttabili, quand’anche discutibili, come ad esempio, partendo dalla logica del potere esercitato dalla Chiesa cristiano-cattolica su gran parte dell’opinione pubblica che, altresì, difende i propri ‘sentimenti’ di laicità, pur riscattando una ‘fede’ cristiana che si perde nei meandri dei giochi politici ed è sempre tardiva di fronte alla istanza di globalizzazione d’una società civile in continuo sviluppo. Ritardo questo, che il saggio “Obbedienza e libertà” di Vito Mancuso, denuncia in molte sue pagine ma che, tuttavia, egli rivolge anche alla parte ‘laica’ per quel suo ‘non sentire’ o ‘non (voler) vedere’ quanto la propria ‘fede’ faccia acqua da tutte le parti: “causa principale della malattia che l’affligge” – egli scrive che si è spostata da un ‘potere cieco’ = la tradizione, ad un altro ‘potere accecato’ = la politica. Per poi ammettere che “districarsi in questo labirinto di dogmi, ipocrisie, precetti, tatticismi” è, per un verso o per l’altro, un fare politica da cui la società non si è mai completamente liberata e, sono convinto poiché la storia lo insegna, non si potrà mai liberare perché altrimenti va incontro all’anarchia, al caos, alle prese di posizione dittatoriali, alla perdita della propria libertà di espressione, e di “incorrere in ciò che il potere definisce eresia”. E aggiunge: “Eresia e verità sono contrarie e incompatibili solo per il potere, ma non lo sono in alcun modo per la ricerca del vero, del bene, del giusto”, tuttavia questo Mancuso non lo spiega se non dando per scontato che esiste una ‘verità’, un ‘bene’ e ‘un giusto’ prestabiliti di cui dobbiamo farci carico e, di conseguenza, operare a questi fini. Quanto di più errato se consideriamo che la società odierna non ne riconosce l’autenticità dei valori ma solo i loro controvalori, per cui siamo veri, giusti e operiamo a fin di bene solo quando facciamo il gioco del potere ufficiale, solo quando ci sottomettiamo a quella ‘obbedienza’ che egli riporta nel titolo e che, per quanto si vuole forzarla, non rientra in alcun modo nel concetto di ‘libertà’ che si vuole affermare. Non è quella la ‘libertà’ cui le giovani generazioni si rivolgono o alla quale anelano, non è quello il pane della devozione francescana cui rivolgere la propria ‘spiritualità’ e che i teologi e i filosofi si sforzano a voler far accettare. Lo dicono gli striscioni, basta leggerli, ascoltare le voci che si levano dalle manifestazioni di piazza, dai centri sociali, nelle riunioni scolastiche, tra i giovani nelle università; contrariamente a quelle mistificatorie organizzate dalle fazioni politiche laiche e religiose che, pur non ammettendolo, silenziosamente (non poi tanto) danno seguito a una ‘guerra fredda’ che non è mai terminata e che, anzi, portano avanti a colpi di scure dall’una all’altra parte. In questo libro Vito Mancuso, devo ammettere, non risparmia nulla a nessuno e lancia i suoi anatemi critici a pro e contro ciascuna delle fazioni ‘guelfe’ e ‘ghibelline’ entrando spesso di contropiede spingendo in avanti le sue idee con coraggio e vigore, oltre all’impegno di rigore e onestà nella ricerca dei testi e delle citazioni, che quasi viene da porsi una domanda: ma lui, da che parte sta? Tuttavia chiedendocelo, commetteremmo un errore grave, poiché la ricerca in questo caso ha un suo fine diverso da quello che anche noi, condizionati dal dover sempre fare una scelta di campo, alla fine commetteremmo, e che non a caso è qui concentrata in quella che è la domanda intrinseca nel titolo che – a parer mio – manca dell’interrogativo: ‘obbedienza’ o ‘libertà’? Significativo è il sottotitolo: “Critica e rinnovamento della coscienza cristiana” lì dove ‘coscienza’ sta per ‘libertà’, sebbene ‘operare in coscienza’ o ‘secondo coscienza’ non sia la stessa identica cosa, a discapito della libertà di scelta, di quel ‘libero arbitrio’ che possiamo e dobbiamo rivendicare a ogni costo. Una contraddizione in termini che si scontra con un’altra affermazione pure contenuta nel testo in cui è detto: “Questa stessa attenzione alla logica dinamica e contraddittoria della vita pone in dialettica quanto finora da me affermato a proposito del potere, portando a considerare che l’ordine, la disciplina e il potere sono valori importanti, dimensioni essenziali per l’edificazione di una società, e prima ancora di un’esistenza umana. Il loro contrario (il disordine, l’indisciplina, l’anarchia) sono rappresentazioni del caos contro cui continuamente occorre lottare per far emergere il volto buono della realtà, quella dimensione dell’essere amica della vita e che promuove la vita”. La spiegazione che ne segue è la conferma di questa contraddizione palese ma, al di là dall’essere più critici del critico, per amore della ‘verità’ che qui si vuole costantemente affermare, va detto che è tutto accettabile quando sia la società laica, sia la Chiesa, assumano un atteggiamento consono, e non mi si dica che l’ordine, la disciplina e il potere, così come sono amministrati da entrambe le parti, possano insegnare qualcosa in fatto di morale e di etica a qualcuno. Finché le riflessioni rimangono nel ‘vago generalizzato’ sono indubbiamente accettabili, non quando si pretende di spostarle sul piano dell’ ‘attuabilità oggettiva’ perché in quel caso andrebbe reimpostato e sovvertito il disegno sociale fin dalle sue fondamenta. Non facciamoci ingannare dalle apparenze, non tutto in questo ottimo lavoro di ricerca è incoerenza o in contraddizione, bensì molti dei passaggi teologici e filosofici contenuti offrono spunti per riflessioni costruttive che vanno ben oltre la superficialità del pensiero cui siamo abituati a riconoscerci. La profondità di pensiero nel risalire all’origine della spiritualità umana a volte lascia sgomenti, la dinamicità delle congiunzioni penetra in labirinti sconosciuti per risalire fino al principio dell’essere, a quel “fine ultimo delle nostre energie” che apre a una visione della vita “che meglio di ogni altra è in grado di rendere al contempo l’insegnamento della scienza contemporanea e il vivo senso del Dio cristiano, che è amore, quindi impegno, passione, capacità di sacrificio e di lavoro, dramma”. È questo uno dei punti forti di questo saggio che Vito Mancuso ha messo insieme, nello sguardo d’insieme di un’esistenza che ‘vuole’ e che ‘deve’ essere spesa nella certezza della sua dinamicità, “non nella perplessità della contraddizione”, sebbene si colori talvolta di un ‘pessimismo drammatico’ ma che, per chi possiede lo sguardo d’insieme delle cose e mette in gioco se stesso pur nel rispetto della logica in cui si muove la vita, deve saper tramutare in ‘ottimismo costruttivo’. Scrive ancora Mancuso: “È la vita infatti a procedere per affermazioni e per negazioni, delle quali le principali sono la vita e la morte, alla mente spetta solo riconoscerlo”. Ben venga allora la citazione di Teilhard de Chardin che in una lettera alla cugina scrive: “Adotta come principio questa massima, e non stancarti di ripeterla in giro: uno dei segni più certi della verità della religione, di per sé e in un’anima in particolare, si ha osservando fino a che punto essa spinge all’azione, ossia in che misura essa riesce a far scaturire, dalle sorgenti profonde che sono in ciascuno di noi, una massimo di energia e sforzo. L’azione e la santificazione vanno di pari passo e si sostengono a vicenda. (..) Ti raccomando questo: sii fondamentalmente felice...fai fiorire e conserva sempre sul tuo volto il sorriso”. Ma non è tutto, molte altre tematiche vengono qui affrontate e alle quali l’autore risponde, e che vanno dai limiti della dottrina cattolica, all’insegnamento della catechesi, alla spiritualità dell’anima, al primato della coscienza, della morale; dalla sinderesi, all’ordine cosmico della spiritualità, al caso Englaro, allo Ior, all’origine esistenziale del concetto di laicità, alla costruzione del giudizio morale, fino ad arrivare alla contrapposizione tra ‘diritto’ e ‘politica’ e cioè di quei “principi non negoziabili” di cui pure parla Benebetto XVI e che, più di altri, vanno riferiti al concetto di ‘libero arbitrio’ che riporta alla dimensione onirica della spiritualità come finalità dell’esistenza umana. In questo la Congregazione per la Dottrina della Fede, non ha avuto il minimo timore a esprimere con chiarezza cristallina il primato della coscienza, senza per questo temere l’accusa di relativismo etico: “Soltanto la coscienza del soggetto, il giudizio della sua ragione pratica, può formulare la norma immediata dell’azione. La legge morale non può essere presentata come l’insieme di regole che si impongono a priori al soggetto morale, ma è fonte di ispirazione oggettiva per il suo processo, eminentemente personale, di presa di decisione”. Occorre però precisare – scrive ancora Mancuso – che la coscienza non è fine a se stessa. Non lo è, perché prima ancora la libertà, di cui la coscienza è strumento, non è fine a se stessa. Sostenere il primato della coscienza non conduce quindi necessariamente a fare di se stesi e dei propri desideri il criterio dell’agire, così come sostenere il ‘libero arbitrio’ non conduce necessariamente all’arbitrio”. D’accordo o no con l’autore, in questa luce che Mancuso da acceso: “L’uomo deve inserirsi in modo creativo e insieme armonioso in un ordine cosmico o metafisico che lo supera e che dà senso alla sua vita. Infatti tale ordine è impregnato di una sapienza immanente. È portatore di un messaggio morale che gli uomini sono in grado di decifrare”. Questo il messaggio ultimo di questo saggio che risponde, o almeno tenta di farlo con esperienza e sollecitudine, alle nostre infinite domande sulla spiritualità cristiana e mi piace qui riportare quanto riportato sull’ultima di copertina in cui Vito Mancuso spiega il suo perché di questa ricerca teologica e sapienziale: “In questo mondo che passa, e passando consuma ogni cosa; in questo mondo che ora fa gioiere per il semplice fatto di esserci, ora gemere di rabbia e di dolore come schiavi alla catena; in questo mondo teatro dell’essere e del nulla, libera scelta e cieco destino, allegria della mente e disperazione dell’anima; in questo mondo di fantasmi e di poesia, io non conosco nulla di più grande del bene”.



Vito Mancuso, teologo, docente, editorialista per “la Repubblica” è autore inoltre di libri di grande successo quali “Io e Dio”, “L’anima e il suo destino” e “La vita autentica” definito dalla critica un testo lucido e provocatorio.


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