Pubblicato il 29/12/2007
Poesie pubblicate su "L'area di Broca", XXVII, 71-72, 2000 - SCRITTURA E (E') POTERE(?)
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Quello che fu ed amore-scrittura torna amore e resta tale. Altro non ci sarebbe da dire, poi per un ideale si afferma che scrittura-amore rende ci che vita toglie, che si morir di scrittura, anche se... e via di seguito. Parrebbe allora di svelare ad altri la compattezza di uno scrittore (come deve essere lo scrittore?), e parrebbe - per una volta - di meritare riconoscimento, invece le calze si sono rotte e dal freezer non si tolta a tempo l'anca di pollo. Cos, mentre la stufa gorgoglia il freddo nella fredda sera, aggirarsi con una sciarpa rende giustizia al tutto, perch pare che solo in quel luogo, ormai sgombro da speranze, la parola venga meglio.
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Poi la mente si chiude. Tace. Gli occhi si fanno piccoli sul foglio, indecisi s'affastellano. ", si potrebbe chiedere della forma chiusa che si alza dalla seggiola. "Sono io: lo scrittore malandato che si alza e vibra del diletto che s'immagina lontano, oltre le stelle". Le giunture s'ingombrano si fanno assi che attraverso per andare. Dove va? Vado a sporgermi un po' alla finestra: benedetti umili quattro vasi, quattro erbe che ledono di tenerezza. E poi benedetto cosa? Ci che fuori di me, vive, e che scruto in largo e lungo, sollievo silvano, assistenziale guida che ancor pi (plenipotenziale) mi affiggi alla mia immagine, alla pelle che ora s'inchioda - lo sento - e mai esce dall'involucro rattrappito, disarmonizzato che . " lei lo scrittore?" "S s". Di chi la voce che la mia. "Che fa, lei, scrittore?" "Niente, guardo due erbe grasse". "E il pensiero? Pensa?" "S, a volte, credo, ma ora...". "Ah!" Il viso si delude, scruta lo scrittore. Allora un po' vergognoso, un po' inutile rientro. Sono carne e ossa. Solamente.
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La scrittura l. Tace. Su fogli. Guardo il nero che fuma pestilenziale da pi angoli. Ogni tanto, con scarpe da montagna per il freddo, vado a controllare se la mezza gallina bolle. Vuoto. La testa prilla attorno al suo asse in un pensiero che non ha porzioni se non per il resto della storia. Quale? Che si scriva per indigenza, per indulgenza e ammirazione per la storia che ci ha portati fin qui, su un tavolo da cucina dove qualche briciola di pane farfuglia e secca e noi con cura similitudinale provvediamo a spazzare via. Eppure l, dove si mangia, che l'arco viene teso per opportunit inspiegabili, per cedevoli e - a tratti - esilaranti partenze di cuore, mentre la restrizione della parola si allarga su un nulla composto da varie cose, da occhiuti ritratti di indigenti, da mobili dozzinali e fionde medievali guardate con sorpresa.
Sono io - vienmi da chiedere - quel moto che s'aggira sulla pagina, io, con in testa il colbacco della Elda per il gelo notturno, insieme a quella serie di equivoci e rimaneggiamenti che sempre compaiono quando cessa l'attenzione al sonoro e villi di nervetti malimpostati, supponenti rischiano di decifrare modi, situazioni? Sono qui per dire? Cosa, se non apprendo? Apprendo, se poco o niente si fa apprendimento?
Evitando i facili consensi stiamo nel chiuso delle nostre audizioni: vale, non vale, allora, quella tauromachia olfattiva tra noi e la parola? Pare di no. Perch la brace, la brossura del descritto, esistenti se non per l'intercedere della volont, del rigore - tra magma e doratura, tra pste e pste nostre - non congeniale alla superficialit di mondo che ci vorrebbe indistinguibili. Quindi sveno la mezza gallina e mangio con le mani. Per protesta. Per anarchia. Per lillipuziana vocazione al vorace.
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Con il canino che incide il cannello della pipa (ormai tutte cos le pipe: forate) scrivo: zzzz zzzz. Il pennino oro - il lusso che mi sbanc - fa un rumore di salmo ruvido, di impercettibile nitrito, di formica che s'impenna, gratta: mi aspetto che la Provvida, la figlia d'una svirgolata vita (tanto pi patita perch apparentemente inutile): arte dello scrivere dia requie, mentre, vediamo, essa non che fatica, compromesso con l'ignoto pur scrivendo cose reputantesi note.
Questo accade ai servitori della parola che s'accaniscono incupendosi, s'allarmano sangue e carne e fanno d'essi strumento cos profondo da toccare le qualsivoglia densit, o cime bige, le improponibili ai pi tenerezze d'un rigore che sfinisce e mai premiato, tanto che l'appartenere all'appartato il silenzio che s'ode che non s'ode che, ahim, si propaga.
* per Mariella
Se cos fosse: si vedono case parentali e legna covata attorno, da ardere, ardendo noi, redatte miele, inseguendo scrittura, mallo-noce per quelle case, e migliore tu sia con quello straordinario grido, mano al petto. Per me levigare compatto amoroso le mie ossa appare negli occhi tuoi, precari per insistito bene (ma intrepidi), cos l'interno sparuto d'una mia conca, zolla fria, s'ammorba d'una festosa tenera pastura come acqua: limpida allora letizia laddove il riso fa oppio, salvezza, redarguisce il potere, si libera senza meriti n colpe, superbo savoiardo cristallo che evade, e rinvieni e chiedi perch, tu, cristallina come verit, prima che una non risibile grammatura funesta si frapponga come avviso. Morte?
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A volte il senso di quanto ci umilia tutto qui: nello scrivere ci che siamo, e sono pi o meno tutti, e come si vissuto e certo viviamo, vivono, senza che qualcosa/qualcuno vigili a mostrare interesse, anche solo per dovere, facendo restare le punte delle nostre dita che scrivono, tese, o abbandonate come denaro falso.
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