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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

The Entertainers - King Kong

Argomento: Cinema

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 24/07/2012 11:35:12

That’s Entertainment VI: King Kong

“Don’t ever let me go... You great big Gorilla!”, grida la bionda Fay Wray che il ‘mostro’ (affettuosamente parlando) tiene tra le braccia in alcune scene del film horror più famoso al mondo: King Kong. Lo stesso che ripetutamente dopo gli anni ’30 ha continuato a terrorizzare New York scalando la vetta dell’Empire State Building seminando il panico tra la folla. Come allora, nessuno avrebbe mai pensato che i casuali passanti sarebbero rimasti intimoriti dalla visione del ‘pallone’ raffigurante King Kong, in nylon e vinile alto 26Mt, issato all’altezza dell’88° piano che avrebbe poi raggiunto la sommità del 102° in un tempo schedulato di quattro giorni. In realtà ce ne vollero dieci a causa del vento contrario durante i due falliti tentativi di farlo aggrappare del grattacielo più famoso d’America. Il Daily American che il 15 aprile del 1983 ne riportava la notizia, informava inoltre che si trattava di una originale trovata pubblicitaria messa a punto dalle più importanti reti televisive in occasione di un party dato nei locali dell’Osservatorio che si trova(va) all’86° piano, per l’occasione ribattezzato col nome Kong-Course da Don Wolfson ideatore e portavoce del progetto. A conclusione del quale, si provvide all’abbattimento del gigantesco gorilla con schegge di vetro opportunamente lanciate al petto e alla spalla, allo stesso modo in cui uno stormo di biplani lo feriva durante il noto attacco sferratogli contro, in conclusione della pellicola diretta da Merian C. Cooper ed Ernst B. Schoedsack nel lontano 1933. Una data importante nella storia del cinema mondiale non soltanto sul piano emotivo, inquanto con King Kong trovava affermazione quel filone cinematografico del genere horror/fantasy che in seguito avrebbe raccolto altri prosecutori entusiasti e il favore di un pubblico sempre più vasto. Ma se davvero è il pubblico a determinare il successo di un ‘divo’ (benché mostro), a distanza di tempo credo, senza per questo essere tacciato di gretto romanticismo, che King Kong sia il ‘mostro’ più amato in assoluto.

Nato da un’idea di Delos W. Lovelace (autore del libro), la sceneggiatura del film di Merian C.Cooper in collaborazione con Edgar Wallace (il famoso scrittore di gialli) e la RKO – Radio Pictures Inc. vede fra i produttori un certo David O. Selznick (Duello al sole, Il caso Paradine, ecc.) a capo di uno staff tecnico a dir poco grandioso per quel tempo, che comprendeva i nomi più prestigiosi del momento. La colonna sonora venne altresì affidata al compositore della grandiosità per eccellenza, Max Steiner, lo stesso che più tardi appose la sua firma all’indimenticabile leit-motiv di “Via col vento”. Per l’occasione Steiner si avvalse di brani orchestrali di grande effetto, mischiati ad altri di importante valore etnomusicologico, accuratamente scelti dalla tradizione musicale indonesiana. Segnalo qui “The making of King Kong” di Orville Goldner e George E. Turner edito da Ballantine Book N.Y., decisamente più che un semplice libro illustrato indirizzato agli appassionati del cinema sonoro. In esso, inoltre, è data notizia dei primi film del genere horror/fantasy la cui creazione rivela non pochi retroscena del cinema di oggi: dalle battaglie a fior di miliardi di dollari delle case di produzione per accaparrarsi il soggetto, allo sviluppo della creatività dei primi artigiani fino a “E.T.”, pionieri dei cosiddetti ‘effetti speciali’ a volte grandiosi come quelli visti di recente in “Avatar”. Un fare cinema che nel caleidoscopio dell’attualità assume rilevante importanza storica, la cui conoscenza si rivela fondamentale per tutti coloro che intendono intraprendere la carriera cinematografica.

Il libro si rivela oltremodo prezioso per i materiali fotografici raccolti che vanno dai bozzetti di scena ai fotogrammi del film ultimato; alle note sul cast completo di chi prese parte alle riprese, ai titoli dei brani che ne compongono la colonna sonora, sebbene, personalmente non conosca se sia mai apparsa su vinile. L’unico riferimento in mio possesso è il Sound System messo a punto in quegli anni dalla RCA Photophone, utilizzato per il sonoro. Ma la preziosità del libro riserva ancora una sorpresa interessantissima, si tratta nientemeno che, la lista e i costi relativi, stimati nel lontano 1932 per i soli Sound Effect ripresi dal quaderno dei conti di Murray Spivack, curatore appunto degli ‘effetti sonori’ poi inclusi nella pellicola. L’elenco è fitto di titoli curiosi, di suoni stereotipi, di appendici strettamente connesse con i fotogrammi che rappresentano l’effimero di un lavoro decisamente creativo che quasi scompare nel momento della sua interazione con la colonna musicale di cui sottolinea e completa l’efficacia.

Successivamente due delle più affermate Mayor americane, la Universal (che ne acquisì i diritti dagli autori del libro), e la Paramount (dietro la quale si celava in qualità di produttore indipendente, Dino De Laurentiis), si sono contese a suon di miliardi i diritti di riportare sullo schermo la figura ormai divenuta ‘mitica’ del gigantesco gorilla la cui fama non sembra ancora esaurita nel pubblico che “... in fondo lo ha sempre amato”. Facile immaginare quali interessi rappresentasse la sua produzione a livello commerciale. Da parte sua la Universal si trovava a dover inventare un altro ‘mostro’ e proseguire così la propria parata iniziata con “Terremoto” e “Lo squalo”, film che di terrificante aveva un ‘budget’ pubblicitario sovrastimato e valutato in dodici milioni di dollari, recuperato grazie agli introiti di gadget e altro ispirati al film. Per la Paramount che, a suo tempo, aveva già iniziate le riprese, si trovò a sospenderle fino a che non vennero pagati 25 milioni di dollari di indennizzo per l’utilizzo dei diritti alla Universal. Entrambe, tuttavia, arrivarono ad un accordo pacifico che portò contemporaneamente alla realizzazione di due film su King Kong con l’uscita sugli schermi a distanza di un anno l’uno dall’altro. Due versioni dello stesso soggetto con la sola differenza che la fatidica scena finale si svolgeva sulla vetta del Trade Center (Torri Gemelle) per il film della Paramount/De Laurentiis; mentre in quello della Universal/Peter Jackson, il gorilla, come nell’originale del ’33, torna a scalare l’Empire State Building.

Ed è ancora a quest’ultimo che faccio ritorno nella mia classifica dei film che hanno fatto la storia del cinema, perché sebbene possa essere interessante andare a vedere (per chi non l’avesse già visti) i due re-make, ancor più, può esserlo, tornare a vedere o rivedere l’amato “King Kong” nell’edizione originale del ’33 che, la pur avanzata tecnologia non ha superato, nella sua inimitabile messinscena hollywoodiana che ha segnato l’epoca d’oro del cinema mondiale. Qualcuno ancora oggi parla di ‘revival’ come di sdolcinata malinconia di un cinema superato (quello del muto o del primo cinema sonoro in bianco-nero); sprazzi di un cinema destinato al dimenticatoio. Ciò nonostante credo che pochi registi moderni abbiano mai regalato allo spettatore tali emozioni quali il vecchio cinema ha saputo dare. È così che tra i tanti film degni di rilievo ho voluto inserire il vecchio King Kong quale soggetto inimitabile della fantasia di un’epoca e dell’incontrastata popolarità che lo accompagna.




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