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Inner City

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 21/11/2010 08:28:47

Inner City

 

Di ritorno nella mia città

lancio un ultimo sguardo al ponte distrutto

mi fermo davanti ad una grande porta divelta

senza i battagli portati via

la spingo oltre si apre

ricade con un tonfo secco di terrore

nero fumo denso colora le facciate delle case

che un tempo lontano furono abitate

obliterato dentro i miei ricordi.

 

Qui un fabbro che batte

sugli zoccoli dei cavalli

là si forgiano gli scudi e le alabarde

le spade e gli elmi

la lancia in resta e il volto coperto dalla celata

i cavalieri avanzano audaci

sopra la testa neri sparvieri e piume colorate

oscurano il cielo

volano bassi e minacciosi.

 

Laggiù il vento suona ancora la campana

rintocchi ora lievi ora più forti

si levano i corpi dei morti

a cento a mille e oltre

a riscattare la loro ingiusta fine

davanti alla grande porta

nella piazza deserta che s'apre sulla verità

contro chi trama nell'ombra

mendaci corrotti falsi ipocriti ruffiani.

 

Liberati da cinquemila anni d'inciviltà

in questo mondo estremo

che non vorremmo raccontare

con la stessa rabbia di chi non ha compreso

come gli ignavi

coloro che non sanno

che mai sapere gli è dato

compromessi rancori peregrini.

 

Chiusa è l'acqua delle fontane

un tempo prospera e vitale

spente hanno le fiaccole del futuro

a rischiarare il lento fumo nero che sale

sulle altissime muraglie

levate a difesa della pace di questa triste terra

di quest'isola di morti

che nell'estremo anelito le voci

tacciono per sempre.

 

Che vago e solitario spirito

necessita d'evasione

che grida e lamenti s'espandono ogni dove

germogli di fiori di pietra

di crocifissi appesi alle pareti

e vecchi schemi riottosi e guasti

cui il suono della campana

persa ogni speranza rammenta d'esser morti

affannati persi dietro le parole.

 

Ovunque macerie e fumo nero

mattoni e pietre di tombe sgretolate

non c'è pace tra gli ulivi

spezzate ormai le spade le alabarde

più non alzano bandiere

sostituite da nuove armi e munizioni

vomito di rifiuti interiori

rigurgito della società dabbene

sulla tavola resti di un lauto banchetto.

 

Abbondante splendido sfarzoso

di fiori secchi e coppe rovesciate

candele spente sui candelabri consumati

vassoi ricolmi di polvere

che il soffio arido del vento allontana

quando gettata via la maschera

che ti ricopre il viso ti accorgi d'aver perduto

filosofo muto dei passanti assenti

negli occhi vuoti ciechi

che vagano indifferenti.


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