Ricordi, mia, quella finestra sospesa
e il volto come un incanto mattutino
mostrarsi timoroso tra la bruma?
Se nell’aria che mi soffoca invento
le tue linee con le matite delle mani
e poi, tra infiniti colori, ti sfumo
coi pennelli delle ciglia un po’ i capelli,
tenue chiaroscuro che ritorna
in ogni dormiveglia, non mi resta
che darti vita respirandoti e nutrendomi della
novella immagine che è un’altra tela
da appendere con un chiodo
alle rovine del mio cuore.
Si sciolse il punto per essere essenza,
spegnere il carillon che l’anima eletta
comprese fino a morirne in dolcezza
perla dopo perla, come un Paradiso.
Canta per me Lorelei al tramonto.
Sui tuoi scogli brucerò il velo
di poesia che ho negli occhi,
strenna di lacrime agli uomini,
così colmi da farne mare in risacca.
Sia la tua lingua come le chiome
di Andromeda sciolta, ma la tua lira
tornita da un’astrale lima.
Fulgore nel vento fiorisca il tuo lamento
e se ne nutrano gli uomini come Endimione
ogni notte della luna.
Già polvere i corpi che si illusero d’amore
inseguendo il canto che uno solo vinse.
L’amore che senza non moriremmo in vita
né rivivremmo in morte.
Amore che percuote chi più è percosso
e che solo uccide chi è già morto.
“Ho visto occhi nascondersi nei mantelli
e ali immense sprofondare in un vaso d’acqua.
Per le anime che mi nutrirono ho pregato
e nutrito una preghiera che di anima mancò dote”.
Mi inginocchio al fremito della tua fronte.
Il punto di domanda che hai negli occhi
è una risposta amara pronta a vacillare.
Randagio ritorno al tuo ricordo
di tenerezze affranto e ti rivedo luce
di come non brilla il mondo.
A testa alta nei lacerti dei giorni
cercando bagliori dove più cupa è la notte.
Dammi il puro tuo esitare
dinanzi all’inganno dei gabbiani,
le stelle che per me sgorgavano
dai cieli del tuo volto. Non lasciarmi
in un giardino senza il tuo profumo.
Non lasciarmi in questo abisso
senza conforto: non basterebbero
i versi del cosmo per ricucire
la ferita che modellò l’assenza.
A cosa serve amare un giorno
se non basta una vita per dimenticare?
A cosa serve un bacio se la sua eco ci fa sordi?
Eppure è nel silenzio sfibrato
di quel tocco incauto di labbra
che tutto si riscatta, come un sacrificio,
come in croce.
Canta per me, Lorelei, modula
e nutri la poesia di fantasmi,
guardiani dell’ultima pietra.
Su di essa fonderò la mia atea chiesa
per attenderlo con l’impazienza
di un agguato, dirgli finalmente:
“Cosa comprendi che a noi non è dato?”.
Come Faust implorerò l’anima
quando non avrò più essenza,
Patroclo indosserò gloriose vesti
per divallare nell’ombra e beffato
beffare il trapasso.
Ripercorro, ora, la tua morte
già celebrata infinite volte con la mia.
Noi due sospesi su un baratro di paura
e indicibili gioie riposte in un’antologia
i cui fonemi appartengono
a una grammatica folle,
un groviglio di versi indecifrabili
per mortali occhi.
Sulla lavagna del 1989
c’è ancora il tuo nome,
lo scrivesti tu irrompendo nella classe
e proclamandoti maestro,
in una cornice di fischi
e applausi sguaiati,
mentre tra i banchi
il cuore raggelava.
[da Estate, Ladolfi editore 2020]
Francesco D’Episcopo commenta il testo “Lorelei” di Menotti Lerro.
Il canto, la ferita, l’origine. Mito, memoria e genealogia della voce in un poema sull’amore e sulla perdita.
Il testo “Lorelei” di Menotti Lerro si configura come un poema elegiaco di ampio respiro, in cui la memoria amorosa è solo il primo livello di una più profonda indagine sull’origine della voce poetica. Attraverso una fitta rete di immagini pittoriche, musicali e mitologiche, il soggetto lirico costruisce una meditazione sull’amore come esperienza assoluta e distruttiva, sulla poesia come sacrificio, e sulla follia come matrice genealogica del canto.
Fin dall’incipit, il ricordo non è semplice rievocazione sentimentale, ma atto creativo e violento: l’amata viene “inventata” con le mani, sfumata con le ciglia, respirata fino a prendere vita. La memoria diventa un gesto artistico che, come ogni creazione autentica, comporta una perdita irreversibile. L’immagine finale della “tela / da appendere con un chiodo / alle rovine del mio cuore” suggella una poetica in cui l’arte non consola, ma inchioda l’esperienza al dolore.
In questo senso, il testo si colloca in una linea tragica della poesia contemporanea: la bellezza non salva, ma intensifica la ferita.
Lorelei e il paradigma del canto mortale.
La figura di Lorelei, evocata più volte come destinataria del canto e del desiderio, incarna il paradigma del canto che seduce e annienta. Non si tratta solo della donna amata o della musa: Lorelei è la personificazione della poesia stessa, della voce che promette rivelazione totale e conduce alla rovina. Il riferimento esplicito al mito germanico si salda implicitamente a quello omerico delle Sirene, creando un archetipo unico del canto mortale.
È in questo contesto che acquistano valore decisivo i versi:
“Già polvere i corpi che si illusero d’amore / inseguendo il canto che uno solo vinse.”
L’“uno solo” è Ulisse, l’unico che ascolta il canto senza morirne. Ma la sua vittoria non è eroica nel senso romantico: Ulisse vince perché si fa legare, accetta la mediazione, introduce una distanza tra sé e il canto. Egli ascolta, ma non si consegna. Sopravvive perché rinuncia all’assoluto.
Il poeta del testo, al contrario, rifiuta ogni corda. Chiede a Lorelei di cantare per lui, accetta la perdizione come destino. In questa opposizione si gioca una scelta etica e poetica fondamentale: tra la sopravvivenza e la conoscenza, il soggetto lirico sceglie la seconda, anche a costo dell’annientamento.
Amore, sacrificio e parola.
L’amore, nel poema, non è mai pacificato. È definito come ciò “senza [cui] non moriremmo in vita / né rivivremmo in morte”, formula che ne sottolinea il carattere paradossale: l’amore è condizione di morte e di resurrezione insieme. Non salva, ma rende degna la perdita.
Il bacio stesso viene trasfigurato in chiave sacrificale: la sua eco rende sordi, il suo silenzio redime “come in croce”. Qui la poesia assume apertamente una funzione para-sacra: non fede, ma ritualità; non redenzione, ma esposizione totale alla ferita. Non a caso, più avanti, il soggetto lirico fonderà una “atea chiesa” sull’ultima pietra, luogo d’attesa e di sfida metafisica.
Il mito come grammatica dell’indicibile.
Le numerose figure mitologiche - Andromeda, Endimione, Faust, Patroclo - non funzionano solo come ornamenti colti, ma soprattutto come strumenti conoscitivi. Il mito diventa una lingua altra, necessaria quando la lingua ordinaria fallisce. Lo stesso testo lo afferma esplicitamente parlando di una “grammatica folle”, indecifrabile per occhi mortali.
Faust incarna il sapere pagato con l’anima; Endimione l’eterno nutrimento del sogno; Patroclo l’identità indossata per morire al posto di un altro. Tutte figure liminari, sospese tra desiderio e annientamento. Nessuno di loro, come Ulisse, torna davvero a casa.
Il maestro e l’origine traumatica della voce.
Il punto di massima densità simbolica del poema si concentra nel finale, dove il mito cede improvvisamente il passo alla storia:
“Sulla lavagna del 1989 c’è ancora il tuo nome…”
Qui irrompe la figura del maestro, che non è tale in senso istituzionale, ma genealogico: il padre folle del soggetto poetante (lo stesso poeta?) che entra in classe e scrive il proprio nome sulla lavagna. Questo gesto, forse reale e traumatico, diventa l’atto fondativo della poesia.
Il padre non insegna: irrompe. Espone il figlio allo sguardo degli altri, inscrive la follia nello spazio pubblico, inaugura la vergogna come forma di conoscenza. In quel momento, “tra i banchi / il cuore raggelava”: nasce la consapevolezza che il mondo non è neutro, che la parola può ferire, che il nome è destino.
Da qui si comprende retroattivamente l’intero poema: la poesia come eredità non scelta, come risposta infinita a una prima scrittura sulla lavagna. Se il padre scrive il nome, il figlio risponde scrivendo un testo che nessuna spugna può cancellare.
Conclusione.
Il poema costruisce così una potente riflessione sulla genealogia del canto. L’amore, la poesia e la follia condividono la stessa origine: un’eccedenza che non può essere contenuta senza distruggere. Ulisse rappresenta la via della misura; il poeta sceglie invece l’abisso. Lorelei canta, e il poeta non si lega.
In questa fedeltà alla perdita risiede la forza del testo: non nella speranza di salvezza, ma nella lucidità tragica con cui accetta che comprendere, amare e scrivere significhino, in ultima analisi, perdere per sempre ciò che si ama - e continuare a cantarlo nel modo più magnificente e struggente che la poesia ricordi.
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