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L’altare di Moore

di Gian Piero Stefanoni
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Pubblicato il 16/03/2026 10:20:51

Il testo poetico che qui presento fa parte di un lavoro più ampio, nello specifico un breve poema, ispirato da un soggiorno a Londra nel settembre del 2025. Suddiviso in sette movimenti questo è il sesto. Oggetto della scrittura, nell'attraversamento insieme fisico e culturale della capitale britannica, è un'interrogazione fra aderenza dell'uomo alla storia con la esse maiuscola, sua attiva partecipazione e proposta se vogliamo e sua distanza, nella preservazione del sé personale spesso fagocitato quando non vinto da quella stessa storia. In questo senso questo mio lavoro è anche una meditazione della poesia su se stessa, della sua capacità ancora attiva di saper raccontare queste due dimensioni dell'umano. Come nei versi qui riportati dal Fitzroy Tavern, storico pub della Central London frequentato con assiduità da diversi intellettuali e scrittori fra i quali il citato poeta gallese Dylan Thomas e George Orwell.



(Sesto movimento).


Colpisce e batte, la luce
circolare e ferma- espulsa
dalle strade e dai corpi-
immerge e accende
entro la pazienza dell'acqua.

Di nuovo in St.Stephen,
non muta la pietra.
Semmai la postura.

Le vetrate, le colonne
sollevando i talloni,
liberando gli spazi.

Una piscina l'altare
dal cui riflesso un ragazzo
leva il volto nel tuffo
della rabbia toccata.

Ovunque ha casa
prepara la borsa.

Perché ora può andare.

Ciò che non può portare
è la strada che sfuma,
il verso che non ha scrittura
nella continuazione del bosco.

Per una morte
e una vita che non può rubare,
per una parte di sé che resta
come solo tesoro.

Non è un'isola,
ce ne sono molti-
Londra, strofa e città del mondo-
non hanno nome, non hanno colore.

Ma a destra guardano
capo basso a St.Paul,
a sinistra specchiando
i padiglioni e la Tate.

Arte e preghiera,
è ciò che sanno fare meglio.

Ché temperanza
è versetto e nudità matrice
nel senso dell'albero.

Ci portano con sé
nella trasparenza del ponte,
là lasciandoci.

Colpire fantasmi prima di dar corpo.

È questa forse la nostra
sola risposta, la mano da guarire?



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