Sfumato nelle rosse luci
della stanza, il bacio,
spiegate le ali all’ombra,
è l’essenza che ci schiude
alle stelle della notte.
Le grotte che abitiamo, flotte
del piacere: vedi la palude
cambiare colore, la penombra
è stata corriere di ghiaccio,
laccio al braccio che ora scuci.
E’ lì l’orlo del respiro e la goccia
che lo versa, incise le tracce
nelle memorie di chi resta
con le divise dei cuori in trincea,
qui dai venti di burrasca, marea
e muri d’acqua, lontana foresta,
riparo per profughi dalle facce
stanche, mani giunte come roccia.
Abiti il vento della notte
e dell’odore di zagare che torna
dal confine con l’altra ombra,
qui nella residenza della nebbia
dove le gocce d’acqua sono vette
di silenzi e fioca luce interna
al velo al gelo delle mete. Glabra
luna, anche oggi la clessidra
ha per cieli polveri di sabbia.
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