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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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’Il cappotto di Proust’ di Lorenza Foschini

Argomento: Letteratura

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 02/04/2013 06:15:14

LORENZA FOSCHINI “Il cappotto di Proust” (storia di un’ossessione letteraria) – Mondadori 2010.

Se non il buio della notte, il crepuscolo della sera che lo ammanta, è indubbiamente la ‘cifra’ di Marcel Proust, come quel suo cappotto grigio antracite che gli scende dalle spalle fino ai piedi, con il quale egli si conduce attraverso il ‘tempo perduto e mai del tutto ritrovato’ di questo piccolo libro, per un certo verso davvero originale. Lo si legge velocemente come una ‘detective story’ in cui ad essere investigato è appunto un indumento di lana robusta foderato di pelliccia di lontra, che fa del suo proprietario quel ‘dandy’ sacrificato alla letteratura che, a sua volta, ci ha regalato il romanzo francese più tradotto e diffuso al mondo, certamente uno dei più importanti e ‘lunghi’ della letteratura europea del Novecento.
Come pure dirà lo stesso Proust in seguito, a proposito della lungaggine sproporzionata del suo celebrato romanzo “A la recherche du temps perdu”, per cui: "...écrire un roman ou en vivre un, n'est pas du tout la même chose, quoi qu'on dise. Et pourtant notre vie n'est pas séparée de nos oeuvres". A voler sostenere che, per quanto se ne possa dire, scrivere un romanzo o viverne uno non è affatto la stessa cosa, e tuttavia, non è possibile separare la nostra vita dalle nostre opere, per cui: “la costanza di un’abitudine è di solito proporzionale alla sua assurdità”, un aforisma questo divenuto in seguito il suo biglietto da visita.
Ancor più del suo passato di ‘dandy’ se vogliamo un po’ trascurato o, forse, nient’affatto ‘dandy’ come spesso lo si appella, semmai uno ‘snob’ per estrazione sociale e per cultura. Ma chi era poi questo famigerato ‘dandy’, se non un eccentrico che si divertiva a stupire il pubblico con atteggiamenti e gesti provocatori, con il suo particolare modo di vestire e di vivere? Se non un voler essere ‘ricercato’ nel vestire che non poteva considerarsi necessariamente un sinonimo del ‘dandismo’, riassumibile invece nel ‘vivere la vita come fosse un’opera d’arte’? Difatti il ‘dandismo’ o ‘dandinismo’ che dir si voglia fu anche una moda letteraria e artistica, considerato piuttosto uno stile di vita che coinvolgeva e condizionava ogni aspetto di un certo ‘vivere sopra le righe’.
Tratti caratteristici del ‘dandy’ erano infatti la ricerca di eleganza e perfezione non solo nel vestire, ma anche negli atteggiamenti e nei gusti personali, la consapevolezza di una certa superiorità intellettuale, la ricercatezza e l'originalità per differenziarsi dalle masse borghesi e la volontà di ribellarsi alle regole della società benpensante dell'epoca. Ciò, sebbene il ‘dandismo’ di per sé non fosse una esperienza estetica fissata nello spazio e nel tempo come la si può immaginare, bensì variava abbastanza notevolmente una volta a contatto con le diverse realtà culturali più o meno tipiche degli occidentali, soprattutto legate a una forma di ‘snobismo’ reiterato nel tempo.
Concepito come movimento artistico e culturale già dai ‘preraffaelliti’, una corrente artistica della pittura vittoriana (XIX secolo) sviluppatasi ed esauritasi in Gran Bretagna e ascrivibile alla corrente del ‘simbolismo’, che può essere definita - insieme al raffinato simbolismo di Klimt ed alle forme del liberty - l'unica trasposizione pittorica del ‘decadentismo’ reale, cui vanno ascritti tra i suoi esponenti principali, i pittori Dante Gabriel Rossetti ed Edward Burne-Jones. In Età Vittoriana e proprio in Inghilterra, patria di questo movimento culturale, tra i ‘dandy’ più conosciuti vanno ricordati inoltre i letterati Lord Brummell e Oscar Wilde, divenuti entrambi sinonimi di eleganza ed eccentricità.
L'influenza del ‘dandismo’ inglese pervase in seguito tutta l’Europa, a cominciare dal midi-monde francese, dove ad apprezzarlo furono soprattutto Charles Baudelaire e Joris Karl Huysmans. Un esponente famoso di questo movimento in Germania era ritenuto a suo tempo il compositore Franz Liszt, mentre in Spagna fu invece il pittore Salvador Dalì. Tra i più significativi ‘dandy’ italiani troviamo Gabriele D'Annunzio che nel suo romanzo dedicato al ‘Piacere’, identificò come radice del dandismo, un certo disgusto aristocratico e un risentito disprezzo antidemocratico delle masse. Nonché Italo Svevo che, in ‘La coscienza di Zeno’, mise in relazione con un costante senso di inadeguatezza la preminenza dell’ ‘inettitudine’ dell’individuo, che pure interpretava come sintomi di una malattia psichica che solo più tardi si scoprirà essere una malattia della società.
Ma torniamo al nostro ‘Cappotto’ e a quel ‘dandy letterario’ per eccellenza come può essere considerato Marcel Proust, contrastato forse soltanto da due altri scrittori famosi: l’austriaco Robert Musil, curatissimo nella persona e negli abiti ma dal portamento troppo militaresco che, con il suo ‘L’Uomo senza qualità’ pubblicato più o meno negli stessi anni della Recherche, rappresenta simbolicamente la ‘crisi’ dell’individuo nella società moderna; e il dublinese James Joyce uomo dal carattere ‘umorale’ e critico verso la società d’appartenenza (quella Dublinese). La sua opera ‘Ulisse’, sarà di fondamentale importanza per lo sviluppo della letteratura del XX secolo, in particolare della corrente moderna, che diverrà il manifesto dell’anticonformismo.

Ma siamo ben oltre, e possiamo considerare il ‘dandismo’ già scemato nel decadentismo o, se vogliamo, nella trascuratezza di una ‘moda’ destinata a finire. Come pure racconta Léon Pierre-Quint a proposito di Proust:

«Fin da quando era ragazzo, Marcel vestiva con estrema cura, ma con uno stile tutto particolare. Aveva, la ricercatezza del dandy mescolata già a una certa trasandatezza di vecchio saggio medievale … Sotto il colletto rivoltato, portava cravatte mal annodate o dei larghi ‘plastrons’ di seta acquistati da Charvet, di un rosa cremoso si cui aveva lungamente cercato la nuance. Era abbastanza magro da potersi permettere il gilet a doppiopetto. Una rosa o un’orchidea alla bottoniera della sua redingote … Guanti chiari, con impunture nere, spesso sporchi e sgualciti, comprati da Trois Quartiers, perché lì si forniva Robert de Montesquiou. Un cilindro dalle tese piatte e una canna da passeggio completavano l’eleganza di questo Brummel un po’ selvaggio. Ma anche nei giorni più caldi dell’estate, indossava questo pesante cappotto foderato di pelliccia, divenuto leggendario per quelli che lo hanno conosciuto.»

Un cinico dunque, o forse, come ho già avuto modo di scrivere, un edonista di tendenza epicurea se stiamo alla ‘metafora dell’orchidea’ (Sodoma e Gomorra) cha Marcel amava portare all’occhiello, mentre risulta palese se consideriamo una sua affermazione rimasta famosa: “Il cinismo è il profumo della vita, la procrastinazione il suo diffusore”. Ed è ancora Lorenza Foschini a informarci inoltre, (attraverso la scrittura di Paul Morand), che Marcel vestiva a quel modo dall’età di vent’anni. Non aveva mai cambiato abbigliamento, dando così l’impressione che per lui il tempo si fosse fermato. La sua immagine appariva come fissata negli anni della gioventù, come imbalsamata. A chi lo vedeva la prima volta dava la sensazione di un’apparizione:

«Un uomo pallidissimo insaccato in un vecchio cappotto foderato di pelliccia … folti capelli neri tagliati sulla nuca, alla moda del 1905, sollevavano sul dietro la sua bombetta grigia. La mano inguantata di capretto lucido color ardesia reggeva un bastone; le guance d’avorio opaco si ombravano verso il basso di un azzurro tenue … i denti erano grandi e belli; i baffi facevano risaltare le labbra marcate; le palpebre bistrate sovraccaricavano lo sguardo vellutato, profondo, velandone il magnetismo … Camminava con una sorta di lentezza impacciata, o meglio, non camminava, ma ‘appariva’ come un ombra nata dal vapore dei suffumigi, il viso e la voce mangiati dalla consuetudine della notte.»

È questo il Marcel Proust, malato e stanco vicino ormai alla fine, che ci viene incontro dalle pagine di questo libro prezioso, (impreziosito dalle immagini d’epoca in esso contenute) nel modo in cui non ce lo saremmo mai aspettato e che, al tempo stesso, ci sorprende e ci aiuta a comprendere la dedizione dello scrittore che non smette di scandagliare nelle peculiarità dell’esistenza umana, fino ad annullare se stesso in favore della propria opera letteraria. Mai si era conosciuta una generosità tale da strappare alla morte che lo incalzava attimi di vita per comporre la parola fine. Lui, il narratore instancabile della ‘Recherche’ non poteva che trasmetterci messaggi discontinui, se egli stesso si trascinerà poi come la controfigura di se stesso, nella figura dello scrittore tout court, che trascorrerà lunghissimi anni in una camera foderata di sughero, “..lontano da quella realtà di cui cerca di registrare i segnali, anche i più impercettibili, con il solo strumento - la scrittura - di cui dispone” (Lavagetto).
Ma di cosa disponeva a sua volta la nostra Lorenza Foschini nel redigere “Il cappotto di Proust”? Come lei stessa ci dice: ‘di un’ossessione letteraria’ e aggiungo ‘di un amore a lungo meditato’ che l’ha condotta a incontrare Piero Tosi, lo straordinario costumista viscontiano, il cui riconoscimento a livello internazionale supera di gran lunga ogni immaginazione, che la indirizza al Musée Carnavalet, e mi piace immaginare che quasi l’accompagna nella ‘ricerca del tempo perduto’, fino a sfiorare quel liso cappotto, ‘come fosse una reliquia’, scriverà in seguito.
Parigi, Musée Carnavalet, rue de Sevigné, è qui che Lorenza Foschini è arrivata a scovare, ‘il cappotto’ dimenticato in una scatola di cartone: “Mi avvicino lentamente a piccoli passi, sorridendo per l’imbarazzo e mi accosto al tavolo. Davanti a me c’è il cappotto, adagiato sul fondo della scatola, posato su di un grande foglio come su di un lenzuolo: irrigidito dall’imbottitura di carta che lo riempie, sembra davvero rivestire uin morto. Dalle maniche, anch’esse imbottite, escono ciuffi di velina. Mi sporgo di più, piegandomi sul piano di metallo dove è poggiata la scatola, mi sembra che vi sia al suo interno un fantoccio senza testa e senza mani. Pieno, corpulento, con un ventre sporgente”.
Ed è così che l’autrice di questo felice libello ci narra la storia del suo ritrovamento, affidandosi alla potente e molto proustiana capacità evocativa degli oggetti, nel ricostruire le vicende di alcuni dei personaggi che hanno gravitato intorno alla vita dell’illustre scrittore. Al tempo stesso – avverte l’editore – “Il cappotto di Proust” è un’elegante e (‘dandistica’) rievocazione della società parigina di inizio secolo, popolata di scrittori e artisti di rilievo, ed anche, un sentito omaggio ai particolari più umili dell’esistenza: “perché proprio le cose più comuni come un vecchio e liso cappotto, possono talvolta “svelare scenari di inaspettata passione”.

Lorenza Foschini è giornalista RAI, autrice e conduttrice di trasmissioni di successo, ha realizzato numerosi documentari e programmi di approfondimento. Fra i suoi libri, oltre a una traduzione di inediti proustiani, ricordiamo ‘Ritorno a Guermantes’, e ‘Misteri di fine millennio’.

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