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Odio Pirandello

di Michele Rotunno
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Pubblicato il 20/11/2010 22:27:36

Odio Pirandello! In passato mi è sempre stato del tutto indifferente, forse anche un po’ simpatico, poi, sette giorni, che hanno stravolto la mia esistenza, sono stati sufficienti a farmelo odiare.
Tutto è iniziato il ventotto maggio, per la precisione alle tre del pomeriggio, quando, a scuotermi dalla siesta pomeridiana arriva il ciclone Terry, la zitella. Costei, quarantacinquenne insegnante di lettere alla scuola media statale di Montepiano, è per disgrazia la mia sorella minore, unica mia germana vivente e procreata dai miei genitori con lo scopo recondito di dannarmi l’anima.
Infatti, come si fa a dire sempre di no, per poi accondiscendere puntualmente, ad ogni richiesta, anche la più strampalata, della sorellina?
Dal momento della ragione, ammesso che questo sia mai avvenuto, la sua esistenza si è basata unicamente a mettermi in croce. Oltretutto la sanguisuga non ha mai inteso mettere su famiglia per conto suo, non è che gli mancano i mezzi, anzi ne possiede fin troppi. Sospetto che ad allontanare atterriti i vari mosconi di turno sia stata, più che la prorompente bellezza, la manifesta aggressività.
Così sono rimasto l’unica vittima dei suoi soprusi e della sua sgangheratezza.
Ma dicevo, ore quindici, brusco risveglio, mi piomba in casa tutta trafelata la sorellina.
“Tesoro, mi devi aiutare, assolutamente” mi dice melliflua. Guardo con occhi sgranati prima lei e poi mia moglie che mi risponde con una impotente scrollata di spalle. Non c’è rimedio contro la calata degli Unni. Guadagno minuti preziosi e a stento, poi, riesco a farfugliare un “Cosa?”
“Sì, sì, tesoro, tesoruccio, mi devi aiutare, non so che fare sono disperata. Lo farai, vero?”
“Terry, che vuoi?” le rispondo con voce alterata. È solo un bluff, fatto male per giunta. Lei non ci casca.
“Sì, caro, solo tu puoi farlo, puoi salvarmi” pressante e piagnucolosa, ancora due minuti e comincerà a strapparsi i capelli e ad invocare le buone anime di mamma e papà. Tanto vale prendere il toro per le corna. Sospiro, mi metto a sedere più dignitosamente e lancio l’ultimo affondo.
“Ti sei indebitata, vero? Di quanto hai bisogno?”
“Ma che vai dicendo? Quando mai ti ho chiesto dei soldi?” non fa l’offesa, lo è.
“Allora di cosa si tratta” mi preparo alla prossima capitolazione.
“Devo fare la giara” afferma con disarmante naturalezza. Inarco un sopracciglio, il sinistro, perché mi riesce meglio. Poi tiro su l’altro, stupito.
“Che cosa?” questa volta sono davvero sincero, non ho la più pallida idea di cosa stia parlando.
“La giara, stupido, quella di Pirandello” ne so quanto prima.
“E allora che vuoi da me? E comunque grazie per lo stupido”
“Ma sì, tu mi fai arrabbiare! Sembra che lo fai apposta! Non capisci quanto è grave la situazione!”
“Ah, io non capisco? Terry, cosa diavolo vuoi da me?” stavolta mi sto irritando davvero. Lei se n’accorge e cambia repentinamente registro.
“Semplice, me la devi fare” nel dirlo volge gli occhi da un’altra parte. La guardo costernato.
“Che cosa dovrei fare?”
“La giaraaa! Quella di Pirandello. Diamine la conosci no? L’avrai pure fatta a scuola!”
“Come no, a scuola facevamo di tutto, fiaschi, bottiglie, bicchieri….”
“Ecco, lo sapevo che su di te era inutile sperarci, sei un mostro!” comincia a piagnucolare, mentre mia moglie mi guarda ironica e divertita con le braccia conserte. So già cosa pensa “tanto lo so come va a finire”. Con piglio duro mi rivolgo a Terry:
“Senti, con tutto il bene che ti voglio, non puoi chiedermi questo, non so nemmeno da dove cominciare.” Ma lei non demorde.
“Cosa ci vuole? devi farla di cartapesta mica di terracotta.”
“Terry, non ho mai fatto una cosa del genere, dovresti farti aiutare da qualche ragazzo di quelli cha fanno i carri per carnevale”
“Invece lo dico a te perché so che sai fare di tutto e, poi, chi li conosce quelli?”
Terry, per favore non ….”
“Ti prego, solo tu puoi aiutarmi…” Crollo, è così tenera e implorante.
“Va bene ci proverò, per quando ti serve?”
“Tra una settimana” Ecco, la mazzata finale, ma ormai non posso tirarmi più indietro. Lei se ne va trionfante ed io resto alla mercé di mia moglie che, tamburellando l’orologio con l’indice sentenzia:
“Otto minuti” ecco quanto è durata la tua resistenza. Però vai migliorando!” Analizzo la situazione.
Cosa serve innanzi tutto? Due cose fondamentali: rete metallica, idonea, e colla. Così comincia il calvario. Tutto il pomeriggio a visitare negozi di ferramenta, d’edilizia, di fai da te e infine di materiali per l’agricoltura con il medesimo scoraggiante risultato, nessuno ha in magazzino quel tipo di rete.
“Sa, noi la ordiniamo su misura per i ragazzi nel periodo di carnevale e la diamo tutta a loro” La colla invece si trova facilmente perché è quella in polvere che usano i tappezzieri. Alla fine rinuncio alla rete, ne ho, in campagna, qualche residuo di quella usata per la recinzione del pollaio, userò quella.
Ovviamente la giara dovrò farla in campagna, dove ho la principale materia prima. La casina è un po’ lontana dal paese e, lasciata la statale, bisogna inerpicarsi per un centinaio di metri su una stradina in terra battuta. Faccio incetta di vecchi giornali, poi, un secchio pulito, qualche lattina d’acqua, tenaglia, pinza, e la colla in polvere. Così affardellato sono pronto ad improvvisarmi cartapestaio.
La rete, mi accorgo subito, non è proprio idonea, è sottile a maglia larga e da sola non regge un granché.
Rifletto, la giara, in pratica, deve avere la forma di due tronchi di cono uniti ed aventi la base minore all’esterno. La rete, però, è lunga un metro e mezzo ma è larga solo settanta centimetri, quindi come utilizzarla? Inoltre bisognerà dotarla di un’ampia apertura da dove far infilare l’alunno che dovrà interpretare Zi Dima. Ci penso un po’ su e decido di unire i due vertici opposti dei lati più lunghi in modo che la stessa si trova naturalmente allargata nella parte centrale. In pratica si forma da se un’apertura a forma romboidale, per dare meglio l’idea basta unire pollice e indice delle mani ed ecco la fessura.
Fatto questo, unisco i due tronchi di cono, o meglio le basi maggiori, poi metto verticale la struttura e, quella non si regge in piedi. Quest’ostacolo non me lo aspettavo, comincio a imprecare, quindi mollo tutto perché si fa sera e me ne torno a casa a pensarci su.
Secondo giorno. Il problema è ancora irrisolto, però, penso tra me, se comincio ad imbastirla con la carta e la colla, questa, indurendosi, dovrebbe farla reggere. E via, allora, sciolgo mezza confezione di colla in dieci litri d’acqua, rimescolo per quindici minuti, come dice l’istruzione, e inizio a imbrattare i fogli di giornale, riservando uguale spennellata a tutte le testate edicole. Dopo un’ora di inzuppamento cartaceo qualcosa comincia a prendere forma, ma solo se coricata Mi dico che dovrò attendere che la colla si asciuga e, quindi, sospendo il lavoro fino al giorno dopo.
Terzo giorno. La colla si è indurita, non proprio del tutto, ma la pseudo giara non regge per niente.
Moltiplico le imprecazioni. Così non va, devo trovare un sistema per farla stare in piedi. Nella vana speranza stendo qualche altro strato di giornali, non si sa mai…., , sospendo di nuovo per farli asciugare.
Quarto giorno. La stramaledetta giara non vuol saperne di stare dritta. Sconfitto mi siedo davanti al mostro e spremo le meningi su come porre rimedio. Inutile, trascorrono le ore, arriva mezzogiorno e torno a casa. Sto per inserire la chiave nella toppa quando l’idea mi folgora, ho trovato il modo. Ritiro la chiave e mi dirigo in cantina. Febbrilmente vado nel reparto delle damigiane vuote, sfilo due di queste dall’involucro di plastica, afferro le due parti basse a forma di piccolo tinello, risalgo in macchina e via di corsa all’improvvisato laboratorio.
Esulto infine dalla gioia, vanno su misura, sembrano fatte apposta. Il primo tinello lo infilo direttamente senza alcun ritocco, all’altro gli tolgo il fondo e lo posizione sull’apertura superiore. Con il filo di ferro faccio qualche legatura e voilà: la giara è bella e dritta davanti ai miei occhi. Sono un maestro, mi congratulo con me stesso, ma non è finita, purtroppo.
Il pomeriggio do inizio alla parte finale, munito di alcuni fogli di carta da pacchi, perché oltre ad essere più spessa possiede la giusta colorazione della terracotta, imbastisco tutto l’esterno della giara. Con alcuni rotoli della stessa carta ci faccio l’orlo e, infine, per farla aderire perfettamente, una spennellata generale su tutta la superficie esterna. A lavoro finito esulto. Ma chi sono io? I cartapestai? Sic! Mi fanno un baffo. Tutto fiero torno a casa, chiamo la sorellina informandola che la giara è fatta e, tra un urlo di gioia e l’altro, prendiamo appuntamento per l’indomani per andare a prenderla.
Durante la notte si guasta il tempo, piove che Dio la manda giù. Risultato, la stradina che porta alla casa in campagna non è transitabile. Piove per tutta la mattinata e, salvo un’ora d’intervallo, riprende per tutto il giorno e quello successivo. In pratica, il 2 giugno la giara è ancora in campagna e la recita si dovrà fare solo tre giorni dopo. I ragazzi non potranno forse nemmeno provarla.
Il settimo giorno, finalmente, esce il sole, ma per andare a prendere la giara bisogna farlo con un mezzo a trazione integrale. Ovvero compiere il tragitto dalla statale alla casa e ritorno, duecento metri in tutto. Verso le dieci mi vedo arrivare sotto casa un Nissan Navara, da un finestrino spunta la chioma di Terry. “Andiamo allora?” mi esorta sotto lo sguardo serio e pomposo dell’autista, che non conosco per niente.
Mezz’ora dopo apro la porta del locale dove risiede la giara pregustando le espressioni stupefatte di Terry e dell’altro. Infatti, queste ci sono, ma di costernazione. Rivolgo lo sguardo alla giara, quella maledetta è sì in piedi, ma è ancora tutta bagnata. Con l’umidità che c’è stata negli ultimi giorni la colla non si è ancora asciugata del tutto anzi, pare sia appena spennellata. Cosa facciamo? Così com’è non si può rimuovere, liberiamo il tipo della Nissan pregandolo di tenersi almeno a disposizione quanto prima e corriamo al riparo. Velocemente si torna a casa, prendiamo due fon, ritorniamo di corsa in campagna e ci mettiamo ad asciugare la colla neanche avessimo fatto lo shampoo alla giara. Il pomeriggio vola così.
La mattina dopo, l’ottavo giorno, finalmente possiamo trasportarla a scuola, ma, nel posizionarla sul cassone del Navara, urtando da qualche parte, si è graffiata e quindi mi tocca portare con me un altro foglio di carta d’imballaggio e il secchio della colla per le rappezzature da fare sul posto.
Arriviamo a scuola e comincia il dramma finale.
Primo, il ragazzo che doveva fare Zi Dima è a letto con la febbre e viene sostituito da un compagno che è alto esattamente quanto la giara, perciò una volta entrato si vedono solo alcuni ciuffi di capelli. Bisognerà trovare, e in fretta, qualcosa da mettere sotto i piedi del ragazzo. Cerca e ricerca, alla fine, lo Zanichelli trova la sua “naturale” collocazione.
Secondo, non abbiamo fatto i conti con l’esuberanza degli allievi moderni. Dopo aver incollato qualche striscia di carta là dove occorreva, qualcuno ha la brillante idea di rovesciare il secchio con la colla residua sul palco improvvisato per la recita. Io non me n’accorgo e ci metto i piedi sopra. Risultato faccio un volo da far invidia a Klaus Dibiasi e un atterraggio da wrestling su un fianco. Mi slogo la spalla sinistra, sebbene a caldo non mi faccia poi così male. Il dolore arriverà dopo.
Terzo, nel mentre eravamo indaffarati con la giara noto, ma senza farci tanto caso, che le ragazze sghignazzano tra loro. Non capisco cosa le fa tanto divertire e non ci do importanza. Ma, appena cominciano le prove nel momento che il piccolo Zi Dima si appresta a infilarsi nella giara una vocina proveniente dal loro gruppo fa: “Zi Dima, che fai? ci penetri bene?” seguita da frizzi e lazzi di ogni genere. Non ci avevo fatto caso ma l’apertura lasciata sul fianco della giara somiglia precisa precisa a quella ……, eppure quando ho fatto il gesto delle due mani unite con l’indice e il pollice non l’avevo notato. Le santarelline invece sì, lo avevano afferrato per prime e poi comunicato con il passaparola a tutti gli altri. Il risultato finale è stato che Zi Dima, già cosciente del fatto, scoppia in una risata irrefrenabile e, inciampando, butta giù la giara facendola rotolare con lui dentro fin sotto il palco. La Giara, frutto di tanto paziente lavoro, è andata a farsi benedire. Oltretutto, per intervenire tempestivamente sono scivolato di nuovo e uno dei ragazzi mi saltato sulla mano destra schiacciandomi l’indice.
Il risultato è stato che per altre due settimane ho dovuto battere sulla tastiera con il solo dito medio che non voleva essere un gesto volgare ma l’unica risorsa che mi restava.
Ripensando a tutto mi convinco ancor di più di odiare Pirandello, perché scrivere la giara invece di … non so … un secchio. Ecco, magari una secchia. Sia benedetto il Tassoni!


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