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Stefano Rodotà - ’Il diritto di avere diritti’

Argomento: Economia

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 20/04/2013 20:31:03

Stefano Rodotà
“Il diritto di avere diritti”, Laterza 2012

Nella conferenza su “La costituente dei beni comuni” tenutasi Sabato 13 Aprile 2013 al Teatro Valle Occupato di Roma e presieduta dal prof. Stefano Rodotà, con giuristi, economisti e altri eminenti studiosi, quali Ugo Mattei, Edoardo Reviglio, Gaetano Azzariti, Maria Rosaria Marella, Paolo Maddalena e appartenenti ai centri sociali e ai movimenti in lotta per i beni comuni, sotto l’egida: “per una prospettiva di cambiamento radicale del sistema economico/politico/sociale del paese”; è stato ribadito l’obiettivo di mettere in relazione una rete di realtà sociali per creare uno strumento che funga da volano per una riflessione organica diffusa su tutto il territorio e riapra quei canali di comunicazione tra società e istituzioni di cui la nostra società attuale è particolarmente carente.
Questi, i temi toccati durante la conferenza, rappresentativi degli ambiti di lavoro e discussione della “Costituente dei beni comuni”, sia in una prospettiva di proposta legislativa, sia su un piano di riflessione teorica più ampio e organico: “L’iniziativa romana – ha commentato il prof. Rodotà – ha una lunga storia, presuppone un grande lavoro comune che riprende un lavoro sui ‘beni comuni’ cominciato nel 2006 che ha dato grandi frutti, e si specificherà meglio con l’organizzazione dei rapporti tra una molteplicità di soggetti, che in questi anni hanno preparato specifiche proposte di legge sul diritto a Internet e sulla iniziativa legislativa popolare, sui beni comuni e sul diritto all’acqua, sul reddito minimo garantito e sulle decisioni di fine vita. Tutte queste proposte sono già nelle mani di tutti i parlamentari. Peraltro, l’apertura dell’iniziativa di ‘Assemblea 0’ deve essere e rimanere tale da consentire una partecipazione la più larga possibile, separata dalle preferenze personali su qualsiasi persona o formula politica”.
In rapporto con le politiche sociali, in base alle quali l’individuo dovrebbe regolare la propria vita personale e dare risalto alle scelte che si prospettano ancorché prevedibili per il futuro della società globalizzata, ritengo siano qui giustificabili valutazioni pedagogico-economiche riferite alla ricerca e alla formazione. Così come alla comunicazione culturale-scientifica e all’informazione, nonché alla didattica per l’investimento, allo scopo di raggiungere quel ‘consenso’ che più risponde alle esigenze di mantenimento degli equilibri esistenti e a una fattiva condivisione sociale per lo ‘sviluppo sostenibile’.
Una presa di coscienza questa che va oltre il concetto di ‘bene/comune’ in fatto di sostentamento e di sviluppo, e che ci spinge oggi a riconsiderare i limiti della conoscenza. Quindi di adesione con la raggiunta consapevolezza d’una ‘volontà primaria’ che pure deve esistere all’origine della motivazione/necessità implicita in una costruzione sociale dinamica che riconosce la formazione come ‘bene/mezzo’ in stretto rapporto col benessere sociale o ‘welfare’, che si vuole realizzare, e che sposta la ‘conoscenza’ nella primaria posizione di ‘bene/fine’ e il concetto di ‘capitale umano’ con quello di ‘bene/risorsa’.
Ma non solo, bensì amplia e supera la tradizionale accezione del ‘concetto di proprietà’ fin’ora incentrato esclusivamente sul ‘bene/singolo’ e quindi individuale, per ridefinirlo come ‘bene/pluralistico’, quindi pubblico, con un nuovo linguaggio socialmente accettabile, per cui il ‘bene’ deve, e non può essere altrimenti, estendersi alla conoscenza come risorsa dinamica efficiente a scardinare il comune senso di ‘proprietà’ che dobbiamo all’interazione culturale, avvenuta in illo tempore, e che ci portiamo dietro come masserizie di una realtà ormai in disuso.
Tutto questo nella volontà di evidenziare nuovi ‘processi formativi’ che, nella prospettiva dell’economia globale, portino a strategie di sviluppo in ambito socio-giuridico e che, a fronte di una ‘formazione’ adeguata, richiedono una più ampia apertura del concetto di ‘bene comune’ e la fruizione di altri modi del possedere che diano nuovo impulso all’attuale economia e alle ‘dinamiche sociali’, con uno sguardo in prospettiva alle politiche del welfare e allo sviluppo per una migliore qualità della vita.
Di conseguenza una maggiore equità sul piano del consumo critico, vuoi delle opportunità di sviluppo che d’inserimento in una diversa ridistribuzione dei beni/comuni a livello globale, vuoi di una maggiore efficienza nell’uso delle tecnologie e delle energie rinnovabili, vuoi per il conseguimento ultimo al ‘libero accesso’ delle risorse comuni è certamente la carta vincente per uno sviluppo più sostenibile e per il futuro del progresso scientifico e sociologico auspicabili, in vista di una radicale trasformazione della conoscenza.
Ciò per introdurre qui la dicotomia esistente tra bene/proprietà e possesso/provento di quei ‘beni’, un tempo considerati fittizi e aleatori che solitamente non venivano inclusi in alcuna categoria merceologica perché instabili ed economicamente incalcolabili, malgrado rispondessero ad esigenze individuali e comunitarie. Dicotomia che oggi vediamo trasformata in lotta per il potere, necessaria – si vuole – per l’acquisizione e la gestione di quegli stessi ‘beni’, un tempo ritenuti artificiosi se non addirittura simulati e oggi, divenuti economicamente illimitati, quali sono, ad esempio: la formazione, la conoscenza, l’informazione ecc., entrati in rapporto con la ‘proprietà intellettuale’.
S. Rodotà annotava in “Elogio del moralismo”: “Nudi patti di potere ancora ci avvolgono, indifferenti agli uomini e ai principi. Anche questa può essere, ed è politica. Ma il suo prezzo si è fatto sempre più alto. Per praticarla, per imporre le sue regole ferree, non basta la tendenza insistita verso la cancellazione d’ogni forma di controllo. (..) Bisogna dimostrare visibilmente, ostentatamente addirittura, che ogni pretesa di far valere interessi generali, logiche non proprietarie, valori culturali, diritti dei cittadini è ormai improponibile: e c’è spazio solo per negoziazioni, accordi, sopraffazioni magari, ma solo tra soggetti forti, che creano essi stessi le regole, affrancati ormai da ogni legge o codice”.
Ed è questo sicuramente un punto di svolta e, se vogliamo, allo stesso modo è una contraddizione in termini, anche se rispondente a una realtà inconfutabile, almeno fino a questo momento. Soprattutto perché manca, o almeno, sembra mancare in essa, la ‘volontà’ primaria di dare soluzione al problema evidenziato della sperequazione in atto tra bene/pubblico e bene/privato, tra ciò che è lecito e ciò che è illecito, nella divisione e nell’appropriazione dei ‘beni comuni’. E non solo, addirittura in quali sono o dovrebbero essere i ‘beni’ soggetti a una qualificazione.
La terminologia non aiuta a una definizione oggettiva del ‘bene comune’ perché alcune ‘materie’ interessate a questa spartizione, come ad esempio la conoscenza, il benessere ecc. entrano di prepotenza nello status delle priorità virtuali inconfutabili e spalancano le frontiere dell’immaterialità, per farsi parte programmatica della veridicità esistenziale a largo spettro, coinvolgendo ogni forma, materia e disciplina in atto; ancorché ridisegnando i confini (davvero illimitati della conoscenza umana), “senza perdere i benefici della trasparenza” che, soprattutto nella sfera socio-economico-politica, a fronte delle tecnologie più avanzate del Web, si rendono oggi possibili.

In 'Il diritto di avere diritti' - scrive ancora Rodotà: “Il diritto individuale alla ricerca della verità attraverso le informazioni, chiarisce bene quale sia il significato della verità nelle società democratiche, che si presenta come il risultato di un processo di conoscenza aperto, che lo allontana radicalmente da quella produzione di verità ufficiali tipica dell’assolutismo politico che vuole invece escludere la discussione, il confronto, l’espressione di opinioni divergenti, le posizioni minoritarie” . Polemica a parte, si apre qui una tematica ‘altra’ sulla conoscenza come funzione della trasmissione del sapere (critico) e della formazione (al settore produttivo), che Rodotà distingue come materia costituzionale, che sancisce: “il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee con ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”, a sua volta ripreso dall’articolo 19 della “Dichiarazione universale dei diritti umani” emanata dall’Onu. Tematica questa che ritroviamo anche in quanto affermato dal noto sociologo Z. Bauman che in “Modernità liquida” la oppone alla ‘modernità solida’ durkheimniana come atto finale: “sotto la cui protezione trovare riparo dall’orrore della propria transitorietà”.
Ed è proprio la ‘transitorietà’ (della vita) – secondo il mio modesto parere – a rimettere in discussione il concetto primario di ‘bene’ inteso come entità discriminante, rifugio ultimo e santuario di una continuità che supera i limiti tracciati dalla selettività naturale, per cui ciò che è ‘bene comune della conoscenza’ porta la conseguenza inalienabile della sostenibilità futura per la ricerca, la sperimentazione, la progettazione, la promozione, i sistemi formativi, l’utilizzo delle risorse comunicative, nella prospettiva d’una fattibile economia globale. Spetta dunque ai ‘processi formativi’ contribuire a formare il know-how necessario alla conoscenza e divulgare le competenze richieste, come processo che non si esaurisce nello spazio e nel tempo dell’apprendimento tradizionale dello sviluppo individuale del ‘bene come mezzo’, bensì riaffermare l’importanza della conoscenza nella prospettiva del ‘bene come fine’ ultimo del ‘libero accesso’.
Va con sé che un argomentare così fatto richiede una qualche introduzione esplicativa di ciò che finora è stato sotteso, cioè il ‘diritto alla libertà’ di pensiero, di parola, di verità intellettuale, a fronte di una deontologia che per sua natura include l’etica, la moralità, norme e regole che danno forma a una ‘conoscenza’ compiuta e definitiva, che va intesa come ‘bene assoluto’, incondizionato, creativo, formativo, improcrastinabile del benessere sociale, sotto la suprema direzione della ‘volontà’ (generale), capace da sola, di trasformare la ‘legge’ (che la governa) nell’unico spazio in cui la ‘libertà’ si concretizza.
Seppure in una logica che dovrebbe essere di fatto ‘sostenibile’, aprire qui un dibattito sul ruolo preponderante delle esternalità giuridico - economiche in ambito preminentemente economico-produttivo, che sia valido ed efficace, in quanto basato sulla ‘motivazione del bene’ e, di conseguenza, sul ‘rendimento di bene’ in termini prettamente necessari per un rapporto fattivo, non può che passare da un ‘contratto sociale’ complessivamente avanzato sul piano dell’equità. Allo stesso modo che necessita di essere legittimato dall’associazione politica, non in base alla ‘forza’ ma al ‘diritto’, e a come si può passare da un contratto iniquo, (quello stesso che ha sancito la disuguaglianza e il dominio del più forte), a un ‘contratto sociale’ fondato sulla ragione, che sia garante di un principio fondante di civiltà.
Quindi, ‘libertà’ come diritto “di esprimere la propria opinione, di scegliere il proprio mestiere e di esercitarlo, di disporre della proprietà e dei suoi beni” (B. Constant), così come dell’utilizzo della conoscenza acquisita e pertanto della ‘libertà di coscienza’ e il conseguente diritto soggettivo di esternarla con la scrittura e a quella ‘libertà di stampa’ evocata nell’ “Aeropagitica” dal precorritore John Milton; per giungere infine all’odierno concetto di ‘bene comune’ elaborato da C. Hess ed E. Ostrom in “La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica”.
Lo sviluppo della conoscenza, dunque, visto come processo ‘educazionale’ e di ‘apprendimento’, al pari dello sviluppo delle ‘risorse umane’ come ‘punto di forza’ di una qualsiasi organizzazione pubblica e privata, interessata al raggiungimento e all’apprendimento delle attitudini lavorative a tutti i livelli, relativamente a soluzioni occupazionali e di welfare. Rapportate, in primo luogo, all’effettivo scambio tra ‘cose’ e ‘risorse’, che definiamo come ‘beni’, di per sé attribuibili però alle ‘risorse umane’ tout-court, alla ‘capacità lavorativa’, così come alla ‘volontà organizzativa’ degli individui.
L’acquisizione di tali valori portanti, di principi e modalità di azioni, confluiscono nella teoria dell’economista Alvin Toffler , per il quale la formazione è un processo ‘adhocratico’ (qui inteso come sistema interattivo e flessibile per la gestione delle conoscenze), che non segue un metodo standardizzato ma è influenzato dalla situazione in essere dei sistemi informativi. In effetti esistono diversi tipi di formazione predisposti per risolvere problemi specifici di adattamento e cambiamento delle azioni comunicative, che prevedono l’ausilio di aggiornate competenze ‘pratiche’ utili per risolvere i problemi reali e, altri, di tipo cosiddetto ‘virtuale’, necessari per lo sviluppo socio-economico e psico-sociale degli individui.
L’acquisizione di informazioni in merito alle modalità di inserimento dei giovani (in quanto capitale sociale) nel mondo del lavoro, rappresenta qui un elemento utile ai fini dell’offerta formativa e di sviluppo dei cosiddetti ‘beni sociali’. Non di meno l’orientamento scolastico e professionale è un elemento importante nell’organizzazione pedagogica dei sistemi educativi che, sul lungo termine, indubbiamente incide sulla produzione di ‘conoscenza’ utile nelle scelte professionali, sia in fatto di favorire l’accesso all’occupazione, sia di agevolare l’immissione di ‘specialisti di settore’ nei campi diversificati dell’attuale società produttiva. La cui analisi, detta di ‘transizione’ è uno dei principali obiettivi previsti dai sistemi educativi, permette, inoltre, di valutare i risultati delle politiche di ‘formazione’ iniziale, e prendere, come quadro di riferimento, l’incremento annuale dell’occupazione, per apportare e/o migliorare quei ‘benefit’ che dovessero essere carenti o del tutto mancanti, necessari per un migliore svolgimento della vita sociale, di cui il ‘lavoro’ è infatti da ritenersi un ‘bene mezzo’ verso l’auspicato ‘benessere’ individuale e sociale.
“È con la consapevolezza della necessità di un radicale mutamento di prospettiva che il Progetto Rodotà, attraverso l’inserimento della categoria dei beni comuni, procede al recupero, prima ancora che a livello giuridico, a livello antropologico di un nuovo modo di possedere. (..) Un tale cambiamento impone necessariamente un passaggio obbligato nel piano giuridico, una revisione dell’attuale sistemazione della materia dei beni per sondare i margini per l’emissione della nuova categoria dei beni comuni. (..) Del resto lo stesso Rodotà in “Il terribile diritto”, già rilevava come fosse necessario non solo “..agire all’interno della proprietà, ma far si che essa non sia, nel complesso del sistema, la misura di tutte le cose”.
Il quadro che si offre oggi all’interpretazione, benché complesso, abbraccia tutta una serie di norme nelle quali il termine ‘bene’ non assume connotati costanti. Tuttavia, attraverso l’elaborazione del dato positivo, occorre allora sperimentare la possibilità di definire una nozione di ‘bene giuridico’ dotata di capacità conoscitiva e ordinante, in modo da determinare una regola minima da applicare a qualsiasi nuova entità qualificata come ‘bene’, per poi eventualmente verificarne la compatibilità giuridica con la categoria in esame, per quanto “costituisca termine di riferimento di un qualsiasi ordinamento, (..) che deve trattarsi insomma di entità che possono dar luogo a beni in senso giuridico” (Pugliatti). “Occorre dunque limitarsi ad assumere la nozione giuridica di ‘cosa’ (oggettiva o oggettivata) che si rileva nella fase precedente alla qualificazione giuridica, a seguito della quale si trasforma da entità del mondo fenomenico a ‘bene’ in senso giuridico” (Scozzafava).
Da cui la diatriba scaturita fra i due nello spazio dell’ordinamento giuridico, rientrata poi nell’ambito della vasta categoria delle ‘cose’, per cui “in senso giuridico può rientrare qualunque ‘cosa’ in qualità di ‘prodotto materiale’ nel senso comune dell’espressione” (Pugliatti). In tal senso appare condivisibile la nozione di ‘cosa’ fatta propria da D. Messinetti secondo il quale la nozione di cosa “comprenderebbe tutte quelle entità rispetto alle quali l’ordinamento configura modalità di appropriazione caratterizzate dal tratto dell’esclusività a prescindere dall’essere entità materiali o immateriali”. In altre parole, dire che sono ‘beni giuridici’ le cose oggetto di diritto significa tradurre sul piano giuridico una relazione che già sul piano fattuale manifesta i caratteri del dominio tra soggetto e realtà circostante.
Per quanto, il concetto di ‘bene’ presuppone sempre un riconoscimento da parte dell’ordinamento, le differenze tra le teorie realiste e quelle formaliste sta nel diverso modo di intendere il ruolo di tale qualificazione: “da un lato è il piano della realtà che determina e condiziona la qualificazione di ciò che è bene giuridico (tal senso ad esempio il concetto di bene giuridico si sovrappone a quello di bene economico); dall’altro è l’ordinamento che ritraduce in termini propri, secondo criteri autonomi, la complessa fenomenologia del reale, assumendo, e dunque distinguendo ciò che è bene giuridico da ciò che invece non lo è”.
Non è un caso che tutti gli ordinamenti, (prima di tutto quello comunitario, il cui, il cui obiettivo è un ‘livello elevato di protezione’ della proprietà intellettuale) hanno intrapreso una chiara strategia di ampliamento: “sia orizzontale (annessione al diritto d’autore di opere caratterizzate da una netta prevalenza utilitaristica); che verticale (istituzione di nuovi diritti di utilizzazione economica, compressione dell’area riservata alle ‘libere utilizzazioni’, rafforzamento dell’apparato sanzionatorio), dei ‘diritti di esclusiva’, sintetizzabili sotto la formula generale della ‘proprietà intellettuale’, determinando una progressiva attrazione della conoscenza ” – che ancori in maniera forte la nozione di ‘bene’ a quella di ‘cosa’ nell’ampio significato precettivo – peraltro non solo economico – del criterio di ‘riconoscimento’ dei ‘beni giuridici’.
“In tema di ‘beni comuni’ dunque – se si segue la via di un formalismo attenuato – non vi sarebbe una lacuna in senso tecnico, ma esclusivamente una lacuna ideologica, che necessiterebbe di essere colmata non dall’interprete ma dal legislatore. In tal senso, il progetto di riforma della Commissione Rodotà per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici, “muovendo da una distinzione dei beni secondo gli interessi o le utilità che essi manifestano, procede all’elaborazione della categoria dei beni comuni per una qualificazione giuridica di quelle entità che esprimono utilità funzionali all’esercizio di diritti fondamentali nonché al libero sviluppo della persona e sono informati al principio della salvaguardia intergenerazionale delle utilità”.
“La scelta tutta politica tra carattere ‘pubblico’ e ‘privato’ della conoscenza, dunque, non sembra ammettere alternativa di sorta in ragione di ‘bene pubblico’, a meno di non accettare la disuguaglianza tra gli individui come un dato strutturale della ‘democrazia’, contravvenendo al alcuni diritti fondamentali sanciti fin dall’epoca dei lumi, quali il diritto all’istruzione, al perseguimento della felicità e dell’uguaglianza” – scrive Fiorello Cortiana nella ‘premessa’ all’edizione italiana dell’importante saggio di Charlotte Hess, direttrice della “Digital Library of the Commons” alla Syracuse University Library, ed Elinor Olstrom, professore alla Indiana University di Bloomington (Usa), una delle massime studiose delle conseguenze del rapporto tra gli ‘uomini e l'ambiente’, insignita del prestigioso Nobel 2009 per l’Economia.
Il loro importante saggio oltre a mettere in evidenza come tutta la conoscenza sociale accumulatasi nel corso dei millenni della storia umana, essendo frutto di una competizione di interessi e di una cooperazione, costituisce un ‘bene comune’, e si concentra infatti su un tema di grande rilievo nella società contemporanea: la necessita di considerare la conoscenza come ‘commons’, cioè un ‘bene comune’ disponibile per tutti, al pari della terra, dell'acqua e dell'aria, con la differenza che “la fruizione della conoscenza da parte di un soggetto non ne limita l'utilizzo da parte di un altro”.
Dichiarazione che permette di affrontare un rilevante aspetto della conoscenza ancora non del tutto esplorato, rivolto al ‘libero accesso’, agli ‘open content’ ed ai ‘creative commons’ rappresentativi, in fatto di ‘diritti d’autore’ con valenza giuridica (dal 2005), il cui sito ufficiale Creative Commons Italia è attualmente gestito (http://www.creativecommons.it/), dall' EIIT-CNR del Politecnico di Torino. “Oggi – scrive ancora F. Cortiana: – attraverso Internet la conoscenza è potenzialmente disponibile per tutti con un solo click. Ma proprio nel momento della sua apparente maggiore accessibilità, il sapere è soggetto a norme sempre più restrittive sulla ‘proprietà intellettuale’, che limitano l’accesso alle risorse on-line. Queste nuove forme di ipermoderne enclosures mettono a rischio il carattere di bene comune della conoscenza. E proprio di fronte a tale pericolo, questo volume ribadisce che il sapere deve essere una risorsa condivisa, il propellente stesso per le moderne società che legano la loro prosperità e il loro sviluppo alla ricerca, alla formazione e alla massima diffusione sociale di saperi creativi e innovativi”.


“Ma come preservare questo bene nell’epoca del neoliberismo informazionale globalizzato? Come evitare che il sistema ecologico-sociale della conoscenza ‘utile’ venga travolto dalla privatizzazione?”, ci si chiede.


È a queste domande che le due studiose, che hanno concentrato il proprio lavoro allo studio delle ‘risorse comuni’ e, in particolare, alla loro gestione della sostenibilità sociale, hanno voluto dare una risposta ‘forte’: “..per realizzare questo grande obiettivo democratico è necessario ripensare la proprietà intellettuale e il copyright, ma anche il ruolo delle biblioteche, delle istituzioni formative e delle forme di creazione e condivisione digitale dei saperi, così come il modo in cui i nuovi contenuti digitali possono essere conservati e resi disponibili attraverso il Web. Open content, Creative Commons e Open source possono costituire un efficace modo di garantire l’accesso alla conoscenza e una sua maggiore e più democratica diffusione globale”.
Segnalato dallo stesso Stefano Rodotà, l'operato di C. Hess ed E. Ostrom, mette insieme importanti contributi volti ad analizzare i ‘beni comuni’ della conoscenza nel nostro tempo, che da homo sapiens sapiens ci sta trasformando in homo digitalis (Web, Internet, i-Lab, i-Pad, e-boock, smartphone, tablet ecc.), mutando, come muta, sempre più la natura del lavoro, il suo processo e il suo prodotto grazie a un’innovazione tecnologica pervasiva. Il quale inoltre scrive: “Poteri privati forti e prepotenti sfuggono agli storici controlli degli Stati e ridisegnano il mondo e le vite. Ma sempre più donne e uomini li combattono, denunciano le disuguaglianze , si organizzano su Internet, sfidano i regimi politici autoritari. La loro azione è una planetaria, quotidiana dichiarazione di diritti, che si oppone alla pretesa di far regolare tutto solo dal mercato, mette al centro la dignità delle persone, fa emergere i beni comuni e guarda a un futuro dove la tecno-scienza sta costruendo una diversa immagine dell’uomo. È nata una nuova idea di cittadinanza, di un patrimonio di diritti che accompagna la persona in ogni luogo del mondo. (..) Da qui «la nuova proprietà», proiezione nel mondo nuovo di un passato rassicurante”.
E ancora: “Questa non è una illuminazione improvvisa. È l’esito di una riflessione che riguarda i ‘beni primari’, necessari per garantire alle persone il godimento di diritti fondamentali e per individuare gli interessi collettivi, le modalità di uso e gestione dei beni stessi. «Interessi collettivi e retroterra non proprietario hanno fatto così guadagnare al mondo istituzionale una terza dimensione, nella quale si muovono a disagio i cultori della geometria istituzionale piana.» “Da cui emerge un retroterra non proprietario che si manifesta concretamente l’esigenza di garantire situazioni legate al soddisfacimento delle esigenze e dei bisogni della persona. La via verso la riscoperta dei beni comuni è così aperta”. (..) Una ben visibile ‘terza via’ tra proprietà privata e pubblica, la cui portata si chiarisce meglio analizzando due riferimenti essenziali contenuti nell’art.42 (C.I.) – l’affermazione secondo cui la proprietà deve essere resa ‘accessibile a tutti’ e il ruolo attribuito alla sua ‘funzione sociale’”.
Pur tuttavia, data la possibilità di accedere e a un ‘bene’ senza necessariamente e strumentalmente affermare l’acquisizione di un titolo di proprietà, le due categorie, prese autonomamente in diverse situazioni, si presentano in palese conflitto: “In questo senso, l’accesso costituzionalmente previsto ben può essere inteso come strumento che consente di soddisfare l’interesse all’uso del bene indipendentemente dalla sua appropriazione esclusiva. (..) Come in passato si era distinto tra proprietà e gestione nella prospettiva di una contrapposizione tra proprietà formale e sostanziale, la distinzione tra proprietà e accesso è ormai da tempo un tratto che caratterizza la discussione pubblica”.
“La proprietà (..) non ha bisogno d’essere confinata, come ha fatto la teoria liberale, nel diritto di escludere gli altri dall’uso o dal godimento di alcuni beni, ma può egualmente consistere in un diritto individuale a non essere escluso a opera di altri dall’uso o dal godimento di alcuni beni” . Ciò stabilisce il passaggio, da una proprietà ‘esclusiva’ a una ‘inclusiva’ che, più correttamente, può essere descritta come “riconoscimento della legittimità che al medesimo bene facciano capo soggetti e interessi diversi. Il discorso (processo) di esclusione viene così tramutato in quello sull’accessibilità” a tutti e per tutti.


Mi chiedo se tutto questo non comporti il rischio di sfociare nel ‘libero arbitrio’? Ma la domanda resta sospesa in aria.


“In modo efficace si è detto che un uso estremamente lato dell’espressione ‘beni comuni’ – ha affermato M. R. Marella nella durante la conferenza – può comprometterne l’efficacia espressiva e banalizzarne il senso, sì che è indispensabile cercare di cogliere i caratteri comuni che attraversano gli usi eterogenei del termine per poi capire in che misura intorno alla definizione ‘beni comuni’ sia possibile costruire una categoria unitaria di risorse”.
Tuttavia se, diritti fondamentali e ‘libero accesso’ ai beni comuni, disegnano una trama che ridefinisce il rapporto tra il mondo delle persone e il mondo dei beni, “questo almeno negli ultimi due secoli, era stato sostanzialmente affidato alla mediazione proprietaria e alle modalità con le quali ciascuno poteva giungere all’appropriazione esclusiva dei beni necessari”, proprio questa mediazione viene ora revocata in dubbio, in quanto: “la proprietà, pubblica o privata che sia, non può comprendere e esaurire la complessità del rapporto persona/beni. Un insieme di relazioni viene ormai affidato a logiche non proprietarie”.
Logica questa che, se si considera la conoscenza in rete, riapre la discussione e ci si avvede subito della sua specificità, ciò che porta a riesaminare in forme differenziate il rapporto tra accesso e gestione, dunque lo stesso significato della partecipazione al ‘possesso’. Luciano Gallino ne ha giustamente parlato come di un bene pubblico globale: “Ma proprio questa sua globalità rende problematico, o improponibile, uno schema istituzionale di gestione che faccia capo a una comunità di utenti, cosa necessaria e possibile in altri casi”.


Viene da chiedersi in rapporto con la conoscenza nel Web come si collocano ‘l’informazione’ e le diverse tipologie ‘creative commons’, ‘open content’ e ‘libero accesso’?La risposta stavolta viene dallo stesso Rodotà:


“Siamo di nuovo proiettati in una sfida che vede annullate le categorie abituali – scrive ancora Rodotà – in cui la tutela della conoscenza in rete non passa attraverso l’individuazione di un unico gestore, ma attraverso la definizione delle condizioni d’uso del bene che deve essere direttamente accessibile da tutti. (..) Almeno qui non opera il modello partecipativo e, al tempo stesso, la possibilità di fruire del bene non esige politiche redistributive di risorse perché le persone possano usarlo. È il modo stesso in cui il bene viene ‘costruito’ a renderlo accessibile a tutti. (..) Sono dunque le caratteristiche di ciascun bene, non una loro ‘natura’, a dover essere prese in considerazione, perché fanno emergere la loro attitudine a soddisfare bisogni collettivi e a rendere possibile l’attuazione di diritti fondamentali. I beni comuni sono ‘a titolarità diffusa’, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere a essi e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Incorporano la dimensione del futuro, e quindi devono essere governati anche nell’interesse delle generazioni che verranno. In questo senso sono davvero ‘patrimonio dell’umanità’ e ciascuno deve essere messo nella condizione di difenderli, anche agendo in giudizio a tutela di un bene lontano dal luogo in cui vive”.

Un libro/inchiesta/proposizione per un futuro aperto alle frontiere del nuovo, della socialità e della coooperazione, per un mondo più giusto e alla portata di tutti.



 

 

 

 

 

 

 

 

 


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