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Natale Contadino

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 19/12/2010 08:40:12

Natale Contadino.

Un grosso Ceppo di quercia, veniva messo a bruciare il giorno della Vigilia e doveva durare fino a Capodanno e, in alcuni casi, se l’inverno era rigido più del solito, anche fino all’Epifania. Il nonno lo spegneva durante le ore più tiepide del giorno: «Per farlo durare più a lungo» diceva. E non faceva che rammentarci il significato di quella che egli definiva la più antica tradizione della nostra regione, l’Emilia. Egli abbinava la durata di dodici giorni del Ceppo ai dodici mesi dell’anno, cioè al giro che il sole compie intorno alla terra, da cui gli auspici e gli influssi benefici per tutta la famiglia. Era anche solito rammentare la potenza purificatrice del fuoco, che considerava detentore di arcane virtù, da cui l’uso di conservare un po’ di cenere che restava del Ceppo e che poi la nonna usava per chissà quali alchimie nascoste nel bucato. La memoria mi rammenta che veniva tagliato qualche tempo prima, e che doveva essere di una precisa grandezza, né più grande né più piccolo, scelto fra i tanti che la vecchiaia aveva ormai essiccato, e conservato appositamente per l’occasione della festa del Natale. Poi, quand’era il giorno stabilito dal calendario, esso veniva deposto su uno speciale alare di ferro battuto e acceso tra la gioia degli astanti, contenti di partecipare a quell’arcano rito. Noi fanciulli venivamo bendati e fatti girare intorno in un girotondo e, a turno, eravamo invitati a picchiare con le molle il ciocco avvolto dalle fiamme e recitare una filastrocca augurale: l’Ave Maria del Ceppo, alla quale si attribuiva la virtù di far piovere dal cielo ogni sorta di doni.La ricordo ancora:

Ave Maria del Ceppo
Angelo benedetto,
L’Angelo mi rispose,
Portami tante cose.

Il rituale del Ceppo si completava per noi proprio nella notte della veglia (perché il significato di vigilia in fondo è quello proprio di veglia), quando, per primo il nonno versava un bicchiere di buon vino sul ciocco acceso. Dopodiché a ognuno era permesso di gettare nel fuoco qualche briciola di pane. Era allora che il fuoco crepitava e la fiamma avvolgeva il Ceppo per intero. Era allora che la luce, scaturita all’improvviso, illuminava le facce perplesse di noi fanciulli e le rughe espressive dei vecchi raccolti tutt’intorno al Presepe nell’angolo in ombra della stanza, dove la favola diventava per un momento realtà. Il “fatto meraviglioso” della nascita del Bambino, a suggellare con la sua venuta, l’antica saggezza contadina.

Usanze e costumi di una tradizione.

Antichissima e caratteristica tradizione delle regioni del settentrione italiano, ma che troviamo anche in Jugoslavia, in Svizzera e in Belgio, quella del Ceppo riporta alla necessità primaria di scaldare il luogo in cui ci si riuniva per l’occasione delle festività natalizie durante la veglia e la recita delle novene. Il significato originario è però dubbio, seppure se ne riscontri la provenienza pagana dell’aldilà, per cui dare fuoco a qualcosa aveva significato di espiazione, quindi di rinascita. Come si è visto al Ceppo erano anche attribuite virtù terapeutiche e propiziatorie: in Puglia, ad esempio, si crede che il fuoco del ciocco simboleggi la distruzione del peccato originale e, man mano che il legno si consuma, sia annullata la colpa commessa da Adamo. In quel di Genova, dove l’usanza si è mantenuta fin quasi un secolo fa, il Ceppo natalizio era offerto al Doge (della Serenissima) dalle genti delle montagne vicine con una cerimonia pubblica movimentata e pittoresca chiamata del “confuoco”. Per l’occasione il Doge versava vino e confetti sul grande ciocco acceso nella pubblica piazza, tra la gioia degli astanti, ciascuno dei quali, prendeva con sé un po’ di brace ardente da portare alla propria casa. In un primo tempo, cioè prima di cadere in disuso per ovvi motivi di carattere pratico e di sicurezza, la tradizione, in ottemperanza alla fede cristiana, il rito del Ceppo, e con esso quello più generalizzato di accendere il fuoco (San Giovanni, Sant’Antonio, Capodanno), assunse significato di invocazione per la rinascita del sole dopo il buio profondo dei giorni invernali. Ma, nella mentalità contadina, tutto ciò, resta pur sempre relegato alla notte dei tempi e all’eccezionalità di altri prodigi: “… è come se l’intero mondo degli uomini e della natura attraversi una strettoia, un passaggio rischioso, che pone fine ai mesi trascorsi e inaugura il ciclo delle nuove stagioni” (*).

(*)Paolo Toschi “Invito al folklore italiano” – Studium Roma 1963.

Tratto da “Anno Domini” di Giorgio Mancinelli – Grafica e Arte – Bergamo 1989.

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