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Il Grande Gatsby’ la de-costruzione di un mito.

Argomento: Cinema

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 20/05/2013 16:32:17

‘IL GRANDE GATSBY’: la de/costruzione di un mito.

1925, 1926, 1949, 1974, 1999, 2006, 2008, 2010, 2012, queste le date, o meglio, gli anni che hanno segnato l’evoluzione di un romanzo divenuto ‘cult’ per intere generazioni di lettori. Pubblicato per la prima volta a New York nel 1925 non fu salutato come un evento eccezionale, tuttavia la sua fama crebbe in seguito a una nota critica di T. S. Eliot che lo definì “il primo passo in avanti fatto dalla letteratura americana dopo Henry James”. Il suo autore, lo statunitense Francis Scott Fitzgerald, ‘Di qua dal paradiso’ (1920), seguito da ‘Belli e dannati’ (1922) ai quali faranno seguito altri romanzi più o meno di successo: ricordo per tutti ‘Tenera è la notte’, condusse una vita di importanti affermazioni tuttavia segnata da lunghi periodi di ‘depressione’, e comunque sempre superiore alle possibilità finanziarie di cui in realtà disponeva. Nel 1918 conobbe Zelda Sayre che sposò poco dopo, dando inizio a una vera e propria leggenda mondana, sebbene non duratura, poiché funestata dall’alcolismo di lui (che morì a soli 44 anni) e dalla malattia mentale di lei, costretta a frequenti ricoveri in casa di cura.
Nessun altro in verità ha descritto meglio di lui quelli che furono gli ‘anni ruggenti’ che edulcorò nei suoi romanzi più famosi e nelle numerose raccolte di racconti: ‘Storie dell’Età del Jazz’ (1922), e di saggi ‘L’età del Jazz’ (1945) successivi a un ultimo romanzo lasciato incompiuto ‘Gli ultimi fuochi’ (1941), usciti postumi:
“Il successo economico, la ricchezza, erano ormai metro di giudizio. Non c’era posto per i poveri, non c’era posto per i deboli, non c’era posto per i falliti nell’America di Ford. Poeti e pittori, critici e romanzieri, giornalisti e produttori, valevano soltanto se guadagnavano quattrini. Peggio per loro se non ce la facevano: voleva dire che erano cattivi scrittori, pessimi artisti. Chi non aveva quattrini non aveva credito e chi non aveva credito non aveva quattrini. La gente non voleva più sentir parlare di guerra: voleva sentir parlare di pace, e distrarsi in tutte le maniere possibili, distrarsi finché qualcosa accadesse, che finalmente non provocasse più delusioni” – scrive Scott Fitzgerald.
Per lo più magistralmente tradotti dalla nostra Fernanda Pivano i romanzi di Francis Scott Fitzgerald, appaiono in Italia a partire dal 1950. A lei dobbiamo l’ampio apparato critico, che di volta in volta accompagnava la traduzione dei testi di molti autori a noi sconosciuti, l’aver indotto un sempre più vasto pubblico di lettori alla letteratura del Novecento e alla maggiore comprensione, sono convinto di questo, di quelle che erano e rimangono le idee innovative ‘portanti’ della narrativa anglo-americana nel nostro paese.
‘Il grande Gatsby’ è soprattutto una ‘storia d’amore’ che definirei ‘sospesa’ fra il cielo e la terra, fra l’amore autentico e indivisibile (celestiale), e il desiderio ossessivo e carnale (terreno), la cui edonistica morbosità sconvolgeva allora e sconvolge oggigiorno allo stesso modo, per la sua ‘grandezza’ emotiva che scuote i sentimenti e l’ ‘amarezza’ di ciò che, al pari di un sogno irrealizzabile, non può durare per sempre e, comunque, è destinato a finire. Ciò che meglio definisce la ‘dimensione’ inalienabile del personaggio Jay Gatsby e del suo ‘folle sentimento’ per Daisy, esclusivo oggetto del suo desiderio, lo stesso che Scott Fitzgerald riservava a sua moglie Zelda. La storia, al di là dall’essere complicata si snoda nell’ambiente descritto nel romanzo, popolato esclusivamente da ricchi newyorchesi che passano da una festa all’altra e da una sbronza all’altra in una sorta di perenne baldoria, con la musica, le chiacchiere e le risate a coprire i sordi brontolii che preannunciano il disfacimento di un mondo che di lì a poco sarebbe naufragato con tutto il suo carico di orpelli e sregolatezze. Sul quale nondimeno si sarebbe fondato il fatidico ‘sogno americano’ destinato irrimediabilmente a restare tale.
Seppure segnato da un ineluttabile destino che gli sarà ‘fatale’ il sogno d’amore di Gatsby resta pur sempre un sogno, la cui ‘sospensione dorata’ gli sopravvivrà malgrado l’intransigenza del destino, a dispetto delle forze oscure che la realizzazione di quel sogno scatenano negli animi dei personaggi del romanzo che infine soccombono senza possibilità di una ‘verità’ che li riscatti. È questa una personalissima chiave di lettura di questo romanzo che il cinema aimè non è riuscito a cogliere, perdendosi spesso, nella superficialità delle descrizioni che pure l’autore considera come cornice di un quadro che non delimita la prospettiva della narrazione, in fondo Jay Gatsby è insieme uno degli artefici e la prima vittima del mondo che egli descrive, travolto dal suo stesso sogno di ‘felicità’ che vede sfuggirsi dalle mani, la cui fine segnerà per tutti, personaggi e protagonisti quali noi siamo come lettori, ‘la fine di un sogno d’amore’, bello in grandezza e dannato perché conduce alla morte.
Il 1926 è l’anno del primo adattamento cinematografico (muto) dovuto al regista Herbert Brenon con Warner Baxter, Lois Wilson e William Powell nella parte del narratore. È il tipico esempio di film andato perduto di cui molto si parla e che, stando alle notizie, si dice essere in assoluto il miglior adattamento filmico fino ad oggi prodotto. Un trailer, custodito presso National Archives è tutto quello che ne rimane.
Al 1949 si deve la prima versione cinematografica (sonora) ad Elliot Nugent regista, con Alan Ladd, Betty Field e Shelley Winters che, per ragioni di copyright non è più apparso sugli schermi, né tantomeno se ne conosce l’esistenza in DVD in lingua italiana (solo in iglese). Non avendo visto il film non sono in grado di darne un commento critico, tantomeno di fare un esame comparativo con i film successivi.
Risale al 1974 il secondo remake dovuto al regista Jack Clayton e alla penna di Francis Ford Coppola la versione fino ad oggi più famosa del film con Robert Redford, Mia Farrow e Sam Waterston nel ruolo del narratore Nick Carraway. Un film di pregio anche se un po’ troppo patinato ma che illustrava con garbo ed eleganza quella che invece era considerata un’epoca ‘roaring’ (ruggente): “Nelle notti estive giungeva la musica dalla casa del mio vicino...”, ci dice il narratore (lo stesso Scoot Fitzgerald), quelle più in voga: “What’ll I Do”, “We’ve met before”, “My favorite things”, “The Ring”, fantastiche canzoni di quello straordinario e romantico Irving Berlin, divenute in breve popolarissime, autore inoltre di molta musica per film e di musical di successo. “Ed ancora risa e chiasso e Charleston...”, dal titolo di un brano di C. Mack e J. Johnson che in breve aveva fatto il giro del mondo. E “Who?” di Oscar Hammerstein e Jerome Kern le cui note si perdevano ormai nei cieli dell’internazionalità, seguite dalle altrettanto melanconiche “The Sheik of Araby” di F. Weeler e B. Smith le cui parole erano sulle labbra di tutti gli uomini e nella testa di tutte le donne che, senza pudore ripetevano: “Io sono lo Sceicco d’Arabia, il tuo amore mi appartiene. La notte mentre dormi, entrerò furtivo nella tua tenda”, sull’onda travolgente di quel “mito” vivente che era Rodolfo Valentino idolo incontrastato della ‘Age of Jazz’.”
È infine per questo che il film verrà ricordato, penso, più per la bellezza delle scenografie e la completezza della colonna sonora che per la stucchevole interpretazione dei protagonisti: “Una musica da bere come lo champagne, da gettare via come un sigaro appena acceso, da usare come un eccitante pizzico di follia, magari immersi nella fontana ‘a bagno maria’ dopo un ultimo brindisi. (..) Gente con troppi soldi, pochissimo discernimento e nessuna tradizione che si abbandonava all’orgia del tempo. (..) Strano come sia radicato l’errore che più si fa chiasso e più si è importanti. La gioventù di quel tempo agiva da irresponsabile, si sfrenò un po’ più del dovuto e dopo anche negli Stati Uniti si erano visti anni di grande prosperità economica, tutta la nazione aveva ripreso il suo normale tran-tran quotidiano”.
L’anno 2000 è la volta del regista Robert Markowitz con una produzione TV americana interpretata da Toby Stephens, Paul Rudd e Mira Sorvino che non si distacca dal solito cliché dei sequel costruiti e ordinati. Ma non lasciamoci tradire dalle convenzioni mediatiche che richiedono un prodotto ben confezionato e torniamo per un momento di lettura autentica: “Gatsby rappresentava qualcosa di splendido, una sensibilità acuita alle promesse della vita (..) una dote straordinaria di speranza, una prontezza romantica quale non esisteva in altri e nella sua ambizione. (..) Ascolta! Il mondo esiste soltanto ai tuoi occhi, è il concetto che ne hai che conta. Puoi farlo immenso e piccino come ti aggrada” – scrive ancora Scott Fitzgerald narrando di quegli anni, con in testa le note di “Tre o’clock in the morning”, un valzerino lento e triste molto in voga, mentre gli invitati reclamavano a gran voce di ascoltare il Jazz. In lui c’era però qualcosa di più della semplice critica, c’era la straordinarietà e la disperazione di più di tutta una generazione.
“Il palazzo di Gatsby era qualcosa di colossale, una copia curata di qualche Hotel de Ville della Normandia, con una torre da una parte, incredibilmente nuova sotto una barba rada di edera ancora giovane, una piscina di marmo e più di venti ettari di prato e giardini azzurri dove donne e uomini andavano e venivano come falene tra bisbigli e champagne e stelle. Durante l’alta marea del pomeriggio io guardavo i suoi ospiti tuffarsi dal trampolino e prendere il sole sulla sabbia calda della spiaggia privata, mentre i suoi due motoscafi fendevano le acque dello stretto, rimorchiando acquaplani tra cascate di spuma. (..) Nei giorni di week-end la sua Rolls-Royce diventava un autobus, (..) ogni venerdì cinque casse di arance e limoni arrivavano da un fruttivendolo di New York, (..) arrivava un’intera squadra di fornitori con centinaia di metri di tela e lampadine colorate (..) sulle tavole dei rinfreschi guarniti di antipasti scintillanti, i saporiti prosciutti al forno si accatastavano coperti di insalate dai disegni arlecchineschi insieme a porcellini e tacchini ripieni, trasformati come per magia, in oro cupo. Nel salone principale era impiantato un bar con un’autentica ringhiera di ottone stracarico di Gin e di liquori e cordiali di marche dimenticate da tanto tempo”. Allorquando, sul fare della sera: “Già le sale e i saloni e le verande erano sgargianti di colori e di pettinature nuove e strane e di scialli, (..) le ronde fluttuanti di cocktail permeavano il giardino (..) l’aria risuonava di cicalecci e risa e frasi di convenienza ... le luci divenivano più festose mentre la terra si nascondeva al sole”.
“Il riso si faceva più facile minuto per minuto, veniva diffuso con prodigalità, donato a ogni parola gioconda. (..) C’erano vecchi che spingevano le ragazze all’indietro in continui circoli sgraziati, coppie di classe che si stringevano tortuosamente secondo la moda e restavano negli angoli, e una quantità di altre ragazze che ballavano sole o toglievano per un momento all’orchestra la preoccupazione del banjo o della batteria, mentre scoppi di risa felici e inutili si alzavano verso il cielo estivo” – (avete notato come un sarcasmo più nero fluttua talvolta in una sola frase del Fitzgerald sornione). Jordan Baker e Daisy, la favorita di Gatsby, stavano sul divano.. “...posate come una navicella di un pallone frenato con le gonne fluttuanti e drappeggiate, come fossero appena tornate da un breve giro intorno alla casa”.
Nel 1999 dal romanzo venne tratta un’opera (leggera) col titolo omonimo ‘The Great Gatsby”, commissionata da John Harbison per commemorare il 25anniversario del debutto di James Levine (direttore d’orchestra), che debuttò con la New York Metropolitan Opera.
Simon Levy nel 2006 ne ha tratto un adattamento per il The Guthrie Theater diretto da David Esbjornson, l’unica autorizzata in esclusiva dal The Fitzgerald Estate ripresa successivamente dal Seattle Repertory Theatre. Dalla quale nel 2012 venne tratta una nuova versione (remake) prodotta dal Grand Theatre in London, Ontario, Canada.
È del 2008 la versione radiofonica del romanzo commissionata dalla BBC World Service in 10 puntate letta da Trevor White nella parte del narratore. Ripresa successivamente nel 2012 in versione drammatizzata da Robert Forrest.
Nel 2010 Elevator Repair Service ne trasse una piece per il teatro sperimentale di gruppo e successivamente una versione teatrale intitolata “Gatz”, letta e recitata dall’attore Scott Shepherd con un cast di 12 attori.
“The Great Gatsby Musical “ prodotto da Ruby In The Dust per il Kings Head Theatre di Londra nel 2012, adattamento di Joe Evans e Linnie Reedman su musiche e canzoni del duo Joe Evans / L. Reedman e interpretato da Matilda Sturridge nella parte di Daisy Buchanan, fu accolto da una modesta presenza di pubblico e di critica. È comunque prevista un remake per il 2013, recasted delle coreografie di Lee Proud.
2013, giungiamo all’ultimo (ennesimo) remake in ordine di tempo del film ‘Il Grande Gatsby’ realizzato da Baz Luhrmann (Moulin Rouge), con Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Amitabh Bachhan e che rivediamo quasi fosse una copia, ben più chiassosa e sfolgorante, ma anche più imprecisa della prima che riduce la ‘leggibilità’ della trama, nel senso che è andata perduta l’atmosfera ovattata che conduceva allo stesso finale sorprendente, per quanto amaro, e per questo molto più pacato, del romanzo. Luhrmann rilegge accelerando qua e là il ritmo, scompone la scena col suo stile vistoso e pacchiano e tutto quanto in Francis Scott Fitzgerald è giocato su un equilibrio se vogliamo precario, sulla caduta di valori nella società statunitense prima della crisi del ’29, e sulla perdita di identità dell’uomo a causa di un amore impossibile.
“Bruciato dalla sua passione per Daisy, Gatsby voleva ad ogni costo ciò che aveva perduto, sebbene la maternità di Daisy e l’amore che aveva provato per il marito, toglievano al suo sogno impossibile l’attimo sublime che egli aveva creduto poter fare suo. Come la fenice nel volo ultimo teso a raggiungere l’infinito, egli poté soltanto stringere i pugni delle sue mani vuote, vittima consapevole della tragedia umana e sociale che si stava consumando in quel breve spazio di tempo fin troppo edulcorato e che si conclude con una pallottola che fatalmente lo colpisce alla schiena”.
In sintonia con i tempi attuali il film scorre il romanzo abbreviando i passaggi e aggredendo lo spettatore con un ritmo soverchiante in certi momenti ma che poi si perde nelle scene ‘piane’ colloquiali; nel dispositivo del ‘riconoscimento’ e in quella ‘sospensione’ che già preannuncia la tragedia umana che di lì a poco avrebbe colpito lo scrittore Scott Fitzgerald che, per una qualche coincidenza astrale negativa, si trovò a vivere come uomo. Un volo di fenice teso a raggiungere l’infinito arrestatosi prima del previsto, come quella gioventù dorata ch’egli aveva immortalata, così per un esile gioco della vita col destino, nei suoi romanzi. Come la fenice nel volo ultimo, egli poté soltanto stringere i pugni delle sue mani vuote, vittima consapevole della tragedia umana che si conclude con una pallottola che fatalmente lo colpisce alle spalle, mettendo fine al suo ‘sogno’ inespugnabile.
Gatsby alla fine si rivelò a posto; fu ciò che lo minava, la polvere sozza che fluttuava nella scia dei suoi sogni a stroncare momentaneamente il fuggevole orgoglio dell’uomo. Come ci dice il narratore: “E mentre meditavo sull’antico mondo sconosciuto, pensai allo stupore di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde all’estremità del molo della villa di fronte alla sua, in cui Daisy viveva con la sua famiglia. Sì, aveva fatto molta strada per giungere a questo prato azzurro e il suo sogno doveva essergli sembrato così a portata di mano da non potergli sfuggire mai più. Non sapeva che il suo sogno era già alle sue spalle, in quella vasta oscurità dietro la città, dove i campi oscuri si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno dopo anno indietreggiava davanti a lui. Gli era sfuggito allora ma non importava – diceva – domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia ... in fondo, è una bella mattina!”
È qui che Nick Carraway (il nostro narratore) si scoprirà testimone, complice e disgustato, del tramonto del sogno americano: “Sono un branco di porci – gridai attraverso il prato – tu da solo vali più di tutti quanti loro messi insieme.” Sono sempre stato lieto di averglielo detto. Fu il solo complimento che gli rivolsi mai, perché lo disapprovavo dall’inizio alla fine. Dapprima fece un cenno educato e poi il viso gli si aprì in quel sorriso raggiante e comprensivo, come se fossimo sempre stati grandi complici. (..) Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.
Non meravigliamoci quindi! Baz Luhrmann ci regala indubbiamente un altro show originale, diversamente trasposto nel musical, un genere che in altra occasione abbiamo visto attagliarsi di più, e che invece a fatto di Gatsby un paranoico insopportabile che tuttavia non attende alla trasformazione fisica del protagonista, la profondità dell’ossessione, necessarie a restituire l’anima del romanzo: “Ma c'è anche un'anima, nel romanzo, autobiografica e disperata, che parla molto più in sordina di quanto non faccia il film di Luhrmann, che pecca in più riprese di un'eccessiva esplicitazione dei sentimenti in campo, si compiace rovinosamente nel finale, e di fatto non trova una via altrettanto personale, se non quella di ripetere modi e caratteri di ‘Moulin Rouge’ il suo film sicuramente più fortunato” - (articolo ripreso da Internet). Di Caprio, ma anche gli altri, stanno al gioco come dei manichini che vengono spostati a seconda della sceneggiatura, alquanto scarna, che ci fa dire, che non bastano poche frasi ‘eccellenti’ per dare quelle emozioni che il pubblico pretende dal cinematografo, ci vuole ben altro. Per quanto si voglia dire neppure la colonna sonora, giocata sulla tecnicizzazione di vecchi motivi e dei nuovi ci accalappia più di tanto, un taglia e incolla di pezzi scollegati, senza un leit-motiv che almeno avrebbe dato una certa compattezza e, in più, avrebbe soddisfatto almeno l’udito, visto che il colpo d’occhio d’insieme manca del tutto.
Ma per de-costruire un ‘mito’ ce ne vuole. Ci hanno pensato Charlie Hoey e Pete Smith i creatori del video-game letterario ‘Il Grande Gatsby for NES’ un platform uscito per la prima console di Nintendo ma che in realtà è un videogame in 8 bit uscito nel 2010. Già nella schermata d'apertura regala un sussulto agli amanti del romanzo: dietro la classica scritta “Press Start” appare infatti il volto stilizzato su sfondo blu che compariva sulla sovraccoperta della prima edizione del libro, pubblicata dall'americano Scribner's nel 1925. La formula adottata è lineare e si svolge in quattro livelli che seguono la trama del romanzo. Nei panni di Nick Carraway ci troviamo a evitare i minacciosi camerieri della villa di Gatsby e gli ospiti ubriachi che ci lanciano contro bottiglie vuote e poi eccoci a New York, a West Egg, all'eterno inseguimento di Gatsby. Una sorta di Super Mario insomma in cui spicca l'omonimia tra l'amata di Mario, la principessa Daisy e la Daisy Buchanan del romanzo. Con l’uscita del film il gioco è tornato alla ribalta. Giocabile gratuitamente online sul sito ufficiale del gioco, si è rivelato un successone tanto da contare oltre due milioni e mezzo di visite dal febbraio 2011, 235 mila Like su Facebook e oltre novemila tweet. C'è da dire che la linearità di gioco e la semplicità dei controlli permettono di goderlo appieno anche con la tastiera anche se ovviamente il richiamo del controller si sente fin dai primi passi.

Cambiando genere ecco Classic Adventures: ‘The Great Gatsby’ anche su i-Pad – ci informa Alessio Lana. Questa volta siamo all'interno di un'avventura grafica per Windows (XP, Vista, 7 e 8) che ripercorre le vicende del romanzo seguendo il narratore Nick Carraway e facendoci rivivere i ruggenti anni '20 con ambientazioni ovviamente statiche e un buon numero di minigiochi che comprendono indovinelli e rompicapi. La versione di prova dura un'ora ed è gratuita mentre il gioco completo costa 2,99 dollari. Volendo si può giocare anche su i-Pad con la stessa formula: prova gratuita e poi 4,49 euro per arrivare in fondo alla storia. Certo, la fine la si conosce già ma giocarla ha tutto un'altro sapore.
Tuttavia il ‘mito’ continua a sedurre e ci aspettiamo che la sfida cinematografica possa continuare ancora. Di una sola cosa possiamo esser certi, che “Non si può ripetere il passato”.

 

 

 


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