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Zygmunt Bauman: ’Paura Liquida’

Argomento: Sociologia

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 25/09/2013 06:44:33

“Paura Liquida”, Zigmunt Bauman – Editori Laterza 2006

Parlare di Zigmunt Bauman come di un ‘non positivo’ è indubbiamente riduttivo, così come aggettivarlo ‘catastrofista’ o addirittura ‘apocalittico’ è altrettanto calamitoso. Il suo occhio sociologico, ‘da grande fratello’, si scopre impegnato a cercare gli aspetti, tutti gli aspetti, relativi ai rischi ‘calcolabili e incalcolabili’ delle tensioni rilevanti la nostra ‘ignoranza’ o, come talvolta accade, della nostra ‘mancata risolutezza’ nel risolvere i ‘problemi’ che ci assillano. Perché di questo in realtà si tratta. In questo suo libro “Paura liquida”, infatti egli osserva “..la vita liquida che scorre, o si trascina, da una sfida all’altra, da un episodio all’altro. (..) mentre i pericoli che innescano le paure hanno finito per apparire compagni permanenti e ‘inseparabili’ della vita umana, anche quando si sospetta che nessuno di essi sia ‘insormontabile’. (..) Così, “..ora abbiamo ragione di considerare le probabilità negative troppo alte per giustificare la misura rischiosa, o troppo basse per dissuaderci dal correre il rischio” di combatterle.
Nel contesto ‘liquido-moderno’ innescato dal grande sociologo, il pensiero metodologico rincorre la ‘paura’ e ne sviscera i numerosi aspetti, fin dalla sua origine (la paura della morte e la paura del male), alla dinamica d’uso (volontà e necessità della paura); dall’orrore dell’ingestibile (precarietà e insicurezza come derivati della paura), al terrore globale (problematicità e catastrofismo insiti nella paura): arrivando, nella sua efficace analisi, a proporre i ‘rimedi’ o, perlomeno, le precauzioni e i suggerimenti per affrontare quelle che sono le ‘paure’ più diffuse, che egli ritiene nate e alimentate dalla nostra ‘costante insicurezza’. Da cui, nei due capitoli finali, “Far affiorare le paure” e “Il pensiero contro la paura” mette in evidenzia il paradosso di una “conclusione provvisoria per chi si chieda che fare”.
Tuttavia lo schema cui Bauman affida le possibilità di una presumibile risoluzione delle ‘paure’, non è dimostrativo, bensì ‘conoscitivo’, in quanto discopre alla ragione quanto c’è nel substrato umano di tipo psicologico, le cui certezze sono messe a rischio dal continuo mutare delle ‘paure’ cui andiamo soggetti, anche a nostra insaputa: dal ‘millenium bag’ alla febbre ‘aviaria’ o la ‘mucca pazza’; dalla minaccia del ‘buco nell’ozono’ alla ‘sofisticazione alimentare’ o la ‘guerra batteriologica’ la cui capacità distruttiva potrebbe mettere a dura prova la sopravvivenza umana; ecc. Ma queste sono solo le grandi calamità, più o meno vicine che denunciate, ci riportano alle apocalissi bibliche di là da venire. In verità, non c’è niente di ‘apocalittico’ in Bauman, se non che ci mette di fronte alle nostre ‘paure’ più prossime riguardanti il presente e la nostra capacità di ‘sopravvivenza’ economico-sociale, culturale e politica prossima futura.
I riferimenti sono per lo più alle nostre ‘paure’ quotidiane: “I mezzi sono i messaggi. Se le carte di credito e i libretti di risparmio ispirano certezza nel futuro, un futuro incerto reclama a gran voce un futuro degno di fiducia. (..) Un futuro che certo arriverà e che, una volta giunto, non sarà tanto dissimile dal presente (..) che darà valore a ciò cui noi diamo valore (..) prosperando sulla speranza / aspettativa / fiducia che, grazie alla continuità tra il presente e il futuro, farà la differenza, determinerà la forma del futuro”. Ciò non sorprende: “possiamo preoccuparci solo delle conseguenze indesiderabili che siamo in grado di prevedere, e soltanto queste possiamo cercare di evitare”. (..) Dobbiamo tuttavia notare che la ‘calcolabilità’ (di rischio) non significa prevedibilità ciò che si calcola è solo la ‘probabilità’ che le cose vadano male e che sopraggiunga il disastro. Il calcolo delle probabilità dice qualcosa di affidabile sulla distribuzione degli effetti di un gran numero di azioni simili, ma è quasi inutile come mezzo di previsione quando lo si impiega (alquanto impropriamente) per orientarsi in una specifica impresa”.
Un aforisma che mi sento di cogliere è il seguente: “L’incomprensibile è diventato normale”. Con ciò si mette in luce un aspetto della ‘paura’ tutt’ora sotterraneo, scaturita dalla sindrome spaventosa della ‘catastrofe personale’ per cui si teme di essere presi ‘a bersaglio’, di essere personalmente distrutti “.. per essere lasciati indietro, di essere esclusi”. “Che simili paure siano tutt’altro che immaginarie, lo si desume dalla preminente autorità dei mezzi di comunicazione, fautori – visibili e tangibili – di una realtà che non si riesce a vedere né a toccare senza il loro aiuto”. Acciò “potremmo dire che la Bibbia si è ridotta al solo Libro di Giobbe” – prosegue Bauman – mettendoci così sull’avviso che tutte le favole morali (che ci vengono inculcate) in verità agiscono seminando paura. Ma, mentre le favole morali di ieri servivano a redimere le minacce che le generava “per vivere una vita senza paura”; le favole morali del nostro tempo sono tendenzialmente impietose: non promettono alcuna redenzione.
“Irreparabile.. irrimediabile.. irreversibile.. irrevocabile.. senza appello.. Il punto di non ritorno.. il definitivo.. l’ultimo.. la «fine di tutto». Esiste uno e uno solo evento cui si possano attribuire a pieno titolo tutte queste qualificazioni nessuna esclusa, un solo evento che renda metaforico ogni altro loro impiego, l’evento che conferisce a quei termini il loro significato primario, incontaminato e non diluito. Quell’evento è la ‘morte’. (..) La morte incute paura per via di quella sua qualità diversa da ogni altra: la qualità di rendere ogni altra qualità non più superabile. Ogni evento che conosciamo o di cui siamo a conoscenza – ogni evento, eccetto la morte – ha un passato e un futuro. Ogni evento – eccetto la morte – reca una promessa, scritta con inchiostro indelebile anche se a caratteri piccolissimi, secondo cui la vicenda «continua». (..) Soltanto la morte significa che d’ora in poi niente accadrà più, niente potrà accadere, niente che possa piacere o dispiacere. È per questa ragione che la morte è destinata a restare incomprensibile a chi vive, e anzi non ha rivali quando si tratta di tracciare un limite realmente invalicabile per l’immaginazione umana. L’unica e la sola cosa che non possiamo e non potremo mai raffigurarci è un mondo che non contenga noi che ce lo raffiguriamo”.
L’endemico nella morte sta nella personificazione dell’ ‘ignoto’, l’unico tra tutti gli ignoti che sia pienamente e veramente ‘inconoscibile’: “Qualsiasi cosa abbiamo fatto per prepararci alla morte, la morte ci troverà impreparati. E anzi, aggiungendo il danno alla beffa, essa invalida e svuota la stessa idea di «preparazione», ossia di quell’accumulazione di conoscenze e capacità che definiscono il sapere della vita. Ogni altro caso di assenza di speranze, d’infelicità, d’ignoranza e d’impotenza potrebbe essere sanato, con sforzi adeguati. La morte è insanabile. La «paura originaria», la paura della morte, è qualcosa di innato, di endemico – appunto – che noi uomini sembriamo condividere con tutti gli animali, per via dell’istinto di sopravvivenza programmato nel corso dell’evoluzione in tutte le specie, o almeno in quelle sopravvissute abbastanza a lungo da lasciare sufficienti tracce della propria esistenza”.
E aggiunge: “Soltanto noi uomini sappiamo che la morte è inevitabile (sebbene non ce ne facciamo una ragione), e siamo alle prese con il compito tremendo di sopravvivere all’acquisizione di tale consapevolezza, con il compito di vivere con – e nonostante – la nozione dell’inevitabilità della morte”, spingendosi poi a citare Maurice Blanchot per cui “l’uomo non è a conoscenza della morte solo in quanto uomo, ma piuttosto è uomo solo in quanto è morte nel divenire”. Con ciò si vuole qui contrastare, o neutralizzare, la ‘paura’ che non viene dall’arrivare della morte, ma trasuda dalla nostra consapevolezza che sicuramente prima o poi essa arriverà. Ma Bauman va oltre, e spezza una lancia in favore di questa umanità defraudata della speranza, scolpendo una sua frase sulla dura pietra della filosofia: «Tutte le culture umane possono essere decodificate come ingegnosi congegni che rendono la vita vivibile, nonostante la consapevolezza della morte».
E questo è esattamente il lavoro del sociologo, ‘decodificare’ ciò che in filosofia è criptico e incomprensibile alla globalità; far affiorare e gestire le ‘paure’ antropologiche legate a origini animistiche e superstiziose occultate dal pensiero ermetico, volutamente oscuro, impenetrabile, imperscrutabile, allo scopo di rendere l’umanità consapevole del proprio vivere, del proprio essere su questa terra, cioè: «rendere possibile vivere nell’inevitabilità della morte». “Ricordare che la morte incombe, aiuta gli esseri mortali a restare sulla giusta via nel corso della propria vita, conferendo a quest’ultima uno scopo che rende prezioso ogni momento vissuto”. Frase che riflette della concezione ‘cristiana’ di Bauman con la quale egli esorta l’umanità a esercitare la convinzione di una ‘vita oltre la vita’ alla quale appellarsi nei momenti di maggiore sconforto, per cui è “..proprio quella vita ‘terrena’ così terribilmente breve ad avere ‘potere sull’eternità’, ciò che conferisce alla vita, la possibilità di viverla fino in fondo, nel bene e nel male, con tutto ciò che essa riserva.
Ed è qui che Bauman si spinge oltre, all’obbligo nel ‘memento mori’ di esercitare tale ‘potere’ per annullare lo stigma del peccato originale: “occorre dimostrare spirito di sacrificio e abnegazione – egli scrive – per capovolgere il significato della morte (..) e riconciliare i viventi con la propria natura mortale, conferire alla vita un senso, uno scopo e un valore che il verdetto di morte avrebbe certamente negato se ci si fosse fermati alla sua rigorosa e austera semplicità”. Lo stratagemma qui utilizzato è indubbiamente culturale - filosofico e consiste nello sforzo sistematico di eliminare dalla coscienza umana la preoccupazione dell’eternità (o meglio ancora, della durata in sé) e privarla dei poteri di dominare, formare e ottimizzare il corso della vita individuale.
Tuttavia il sociologo spinge a rendere ‘marginali’ le preoccupazioni per ciò che è irrevocabile, attraverso la svalutazione di tutto ciò che è durevole, persistente e a lungo termine: “..di qualsiasi cosa che abbia probabilità di sopravvivere alla propria esistenza individuale, o anche delle attività in cui è scandito l’arco della vita, ma persino di quelle esperienze che sono il materiale di cui è formata la materia dell’idea di eternità che incita a chiedersi quale posto si abbia in essa. (..) Esistono sostanzialmente due modi per far questo: uno è la decostruzione della morte; l’altro è la sua banalizzazione”. Sulla ‘decostruzione’ lo stesso Bauman cita Jean Baudrillard (in accettazione o in controtendenza non è esplicito), in cui questi dice: “..il simulacro (della morte) non equivale alla simulazione, in quanto ‘falsifica’ le caratteristiche della realtà e in tal modo, inavvertitamente, ne ripristina e riconferma la supremazia”.
Diversamente dalla ‘banalizzazione’ in quanto ‘simulazione’ lo spauracchio della morte “..nega la differenza tra la realtà e la sua rappresentazione, rendendo vuota l’opposizione tra verità e falsità, tra la rassomiglianza e la sua distorsione”. Tuttavia la ‘morte’ non è la metafora di se stessa, e la ‘paura della morte’ è cosa reale, concreta, tangibile, fondata, esistente e, non la si può ignorare, conclude l’autore: “..la morte compare nel dramma della vita liquido-moderna, differisce per vari aspetti vitali dall’originale cui rimane metaforicamente legata: una circostanza che non può che trasformare il modo di pensare e di temere la morte stessa”; ciò che Jung con grandissimo acume, nella sua infinita ricerca, ha trasformato in ‘archetipo’ originario, modello stesso di vita.
Oggi, viviamo un'altra realtà che non ha scacciato l’antica ‘paura della morte’, bensì una volta ‘destrutturata’ si è sovrapposta ad essa, ed è il “feticismo tecnologico” diffusosi dopo l’avvento della comunicazione elettronica e delle ‘reti’ mediatiche. Acciò Bauman cita Jodi Dean, economista americana che ha rilevato nel ‘feticcio tecnologico’ un aspetto prettamente «politico», per cui: “..la tecnologia agisce in nostra vece e di fatto ci mette in condizione di rimanere politicamente passivi. Non dobbiamo assumerci responsabilità politica perché, ancora una volta, è la tecnologia a farlo per noi. (..) È l’assuefazione a questa «roba» a farci credere che tutto ciò che occorre è universalizzare una particolare tecnologia, e che allora avremo un ordine sociale democratico o riconciliato” (niente di più vero/o completamente falso cui andiamo incontro).
Bauman ci rammenta, inoltre, che tutte le vittorie liquido-moderne sono temporanee, disponibili a innumerevoli cambiamenti (..) e che “..noi uomini, pur condividendo con gli animali la consapevolezza della morte e il timor panico che ciò provoca, siamo i soli a sapere molto tempo prima che la morte ci colpisca (fin dall’inizio della nostra vita cosciente) che essa è inevitabile e che siamo tutti, senza eccezione, mortali. Noi, e soltanto noi tra tutti gli esseri senzienti, dobbiamo convivere per tutta la vita con questa consapevolezza”. Ed è questa, ritengo, la causa più profonda dell’evoluzione non programmata, perciò casuale e maggiormente rischiosa, che possiamo attribuire allo sviluppo moderno e che ha indotto Jacques Ellul (citato nel libro), ad affermare che “..la tecnologia (le abilità e gli strumenti per l’azione) si sviluppa semplicemente per se stessa, senza che occorrano altre cause o motivazioni”.
Il ricorso alla ‘fantascienza’, dove le ‘macchine’ prendono il sopravvento sull’uomo e che ha foraggiato tanta letteratura e tanto cinema, è ormai una realtà del nostro presente, dacché la ‘profezia’ di Ellul, è il risultato di una ‘deviazione’: la più lunga, la vera «madre di tutte le deviazioni», causa abilitante di esse e modello da replicare all’infinito, autentica meta-deviazione, descrivibile, retrospettivamente, come tentativo di sostituire la nostra forza tecnologica e la nostra conoscenza alle forze della natura e alla nostra ignoranza, nel ruolo determinante-supremo della nostra condizione determinata. Ciò che, giunti ormai in fondo al grande balzo verso la libertà passato alla storia sotto il nome di «era moderna», ci fa dire che siamo ancora, come ai suoi inizi se non di più, ‘creature della determinazione’.
Incalza Bauman: “L’unica, ma formidabile differenza tra il punto di partenza e d’arrivo di questa ampia ‘deviazione’ è che ora, alla fine del tragitto, abbiamo perso le illusioni ma non le ‘paure’. Abbiamo cercato di allontanare quest’ultime esorcizzandole senza esserci riusciti; con questo tentativo siamo riusciti soltanto ad accrescere la somma degli orrori che chiedono a gran voce di essere affrontati e allontanati”. E, poiché “temiamo ciò che non siamo capaci di gestire, chiamandola ‘incapacità di comprendere’; ne viene che ciò che non siamo in grado di gestire ci è «ignoto» e l’ «ignoto» fa paura: “La più orribile tra le paure sopraggiunte è quella di non poter evitare la paura né di poter sfuggire ad essa”. Per poi aggiungere lapidario: “La paura è un altro nome che diamo al nostro essere senza difese”.
Giuseppe Galasso del “Corriere della Sera” non a caso ha definito questa analisi di Bauman di non comune interesse “minuziosa e impressionante”, in ragione del suo prevedere l’insinuarsi della ‘paura’ per effetto della ‘globalizzazione negativa’, per cui si può affermare, in aggiunta ai fattori precedentemente indicati, la ‘discontinuità’ che ha reso visibile la forza spaventosa di quella che possiamo/dobbiamo definire come la sfera dell’ignoto, dell’incomprensibile, dell’ingestibile. “Finora – egli scrive – questa fatidica novità è stata indicata con il termine semplificativo di ‘globalizzazione’ come effetto positivo, benché non si sia tenuto conto degli aspetti negativi che vi si nascondono. (..) Una ‘globalizzazione’ totalmente negativa: incontrollata, non completata né compensata da una versione ‘positiva’ che, nel migliore dei casi, è ancora una prospettiva lontana o, secondo alcune previsioni, è già una vana speranza”.
Il carattere ‘aperto’ della nostra società, (‘liquido’ secondo Bauman), ha acquisito in questi ultimi anni un lustro nuovo: “L’illegalità globale e la violenza armata si alimentano e si rafforzano reciprocamente. La globalizzazione del male e del danno si ripercuote nel rancore e nella vendetta globale. Affermazione che Karl Popper (citato), inventore dell’espressione «globalizzazione negativa», non avrebbe osato neanche sperare: “.. (quindi) non più prodotto prezioso, fragile di sforzi coraggiosi, faticosi di autoaffermazione, ma destino ormai irresistibile creato dalla pressione di formidabili esterne, effetto secondario della «globalizzazione negativa», vale a dire della globalizzazione altamente selettiva dei commerci e dei capitali, della sorveglianza e dell’informazione, della coercizione e delle armi – il crimine e il terrorismo, tutti fenomeni che ormai disprezzano la sovranità territoriale e non rispettano alcun confine”.
Siamo dunque di fronte a un ulteriore paradosso della ‘modernità-liquida’ scrive Bauman, eppure, contrariamente all’evidenza obiettiva, “ci si sente (e in realtà lo siamo) maggiormente esposti alle minacce, più insicuri e spaventati, più inclini al panico e molto più interessati a tutto ciò che possa essere messo in relazione con la sicurezza e incolumità”. «Tuttavia sembrano esserci vie d’uscita», ma l’apertura mediatica del sociologo va però verso una direzione univoca e imprescrittibile: “Sfuggiti a una società forzatamente aperta dalla pressione delle forze della globalizzazione negativa, il potere e la politica vanno sempre più alla deriva in direzioni opposte. La sfida fondamentale (il rischio) che questo secolo dovrà affrontare è, con ogni probabilità, quella di rimettere insieme potere e politica; e il compito che probabilmente dominerà l’agenda del secolo, sarà la ricerca di un modo per realizzare tale obiettivo”.
“La democrazia e la libertà non possono più essere assicurate soltanto in un solo paese o in un gruppo di paesi; difenderle in un mondo saturo di ingiustizia e abitato da milioni di esseri umani cui è negata la dignità corromperà inevitabilmente gli stessi valori che essa intende proteggere. Il futuro della democrazia e della libertà dev’essere messo al sicuro su scala planetaria, o non lo sarà affatto”. Non è l’ultimo messaggio lasciato da Bauman in queste pagine intense, che vanno lette secondo una specifica propensione di trovare ‘soluzioni’ ai problemi che ci assillano. Nella speranza del ravvedimento contro la crescente ‘paura’ che i nostri comportamenti vanno disseminando e che finiscono per sradicare le nostre ‘radici’ umane, renderci orfani di quella ‘collettività’ economico-politico-religiosa che, nel giusto o nell’errato, abbiamo contribuito a formare, e che dobbiamo (c’incorre l’obbligo) continuare a migliorare.
“Il secolo che viene può essere un’epoca di catastrofe definitiva – lo dicono le vicende politiche in atto e la ‘paura’ di una guerra totale che minaccia la sopravvivenza del nostro pianeta – o, che può essere un’epoca in cui si stringerà e si darà vita a un nuovo patto tra intellettuali e popolo, inteso ormai come umanità. Speriamo di poter ancora scegliere tra questi due futuri..”; che sia scongiurato il pericolo di incorrere in una apologia ‘di sistema’ come quella narrata da Edgar Allan Poe in “Il sistema del dottor Tarr e del professor Fether” (da “I viaggi immaginari” – Gargoyle 2013):
«Qui (siamo nella Maison de Santé nella Francia meridionale). Secondo la mia esperienza, il ‘sistema della dolcezza”, come sa allora in uso, che permetteva ai pazienti di vivere liberi e, di conseguenza, comportarsi particolarmente bene, tanto bene che ogni persona ragionevole avrebbe dovuto capire che si stava macchinando qualche piano demoniaco, proprio dal fatto che i pazienti si comportavano così notevolmente bene. E infatti, una bella mattina i guardiani si sono trovati mani e piedi legati, chiusi in celle dove venivano sorvegliati come pazzi, dai pazzi stessi che avevano preso il posto dei sorveglianti». Non c’è che dire, «..quando dei pazzi sembrano completamente sani, è proprio l’ora di mettergli la camicia di forza!»

Zygmunt Bauman è uno dei più noti e influenti pensatori al mondo. A lui si deve la folgorante definizione della «modernità liquida», di cui è uno dei più acuti osservatori. Professore emerito di Sociologia nelle Università di Leeds e Varsavia, ha pubblicato numerose ricerche sull’argomento, fra le quali mi sento in dovere di sottolineare: “Voglia di comunità” (2008); “La società sotto assedio” (2008); “Vita liquida” (2009); “Modernità liquida” (2009); “Intervista sull’identità” a cura di B. Vecchi, (2009).


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