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Stefano Rodotà - ’Elogio del moralismo’

Argomento: Educazione

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 26/10/2013 16:26:23

Stefano Rodotà: “Elogio del moralismo” – Editori Laterza 2012

“L’obbligo di verità da parte delle istituzioni diviene diritto d’informazione sul versante dei cittadini”.

“Non un sussulto moralistico ma l’affidabilità stessa del politico rende inammissibile la menzogna”...

...Scrive Stefano Rodotà in questo breve e concentrato ‘elogio’ della moralità rivolto ai fatti più recenti della politica italiana e il quadro che se ne evince non è certo dei più illuminati della nostra storia patria. Tuttavia, “nessun discorso nostalgico, ma la presa d’atto dell’accantonamento colpevole di un tema politico centrale (la mancanza di moralità), causa non ultima della crisi di cui siamo (noi tutti) vittime” e aggiungerei ‘carnefici’. Quasi fossimo tutti quanti superstiti di una carneficina autolesionista che ci siamo inflitti masochisticamente. Ed è così. “Rifiutata, appunto, come manifestazione di fastidioso moralismo, l’aborrita «questione morale» si è via via rivelata come la vera, ineludibile «questione politica»” da tutti noi accettata e sostenuta coi nostri voti. “Ma questa spiegazione (per così dire) antropologica non è convincente, anzi rischia di offrire una giustificazione e una legittimazione ulteriore a chi vuole sottrarsi agli imperativi della legalità e della moralità pubblica” cui siamo chiamati, tutti indistintamente, a incominciare dai politici che abbiamo visti derubricare l’imperativo della ‘moralità’ a sostegno di situazioni materiali indecenti (leggi disoneste), e prendere le difese di posizioni immorali indifendibili.

“Di che cosa sia il moralismo si può certo discutere – scrive Rodotà – ma la critica non può trasformarsi in pretesto per espellere dal discorso pubblico ogni barlume di etica civile. L’intransigenza morale può non piacere, ma la sua ripulsa non può divenire la via che conduce a girare la testa di fronte a fatti di corruzione pubblica, derubricandoli a ininfluenti vizi privati, annegandoli nel «così fan tutti» (e tutte, non tanto per tornare alla corretta citazione mozartiana, ma per alludere a recentissimi costumi). La caduta dell’etica pubblica, indiscutibile, è divenuta così un potente incentivo al diffondersi dell’illegalità, ad una sua legittimazione, sociale”. Far decadere o archiviare una sentenza (per colpa o innocenza che sia) della Magistratura significa delegittimare uno Stato di Diritto a favore della barbarie istituzionale, la ratifica dell’illegalità, a scapito dell’autorità giudiziaria e l’imparzialità della giustizia.

L’esigenza di razionalità come criterio per discernere la qualità metodologica di un comportamento morale, corrisponde a una presa di coscienza formativa che ha come oggetto la ‘responsabilità morale’ (*) che, non andrebbe mai messa in discussione, come invece spesso avviene, in ambito politico. Poiché attinente alla dignità della persona, infatti, essa rientra in quella condizione, per cui ci si sente in dovere di rendere conto di atti, avvenimenti e situazioni in cui si ha una parte, un ruolo determinante: si dice, infatti: “assumersi le proprie responsabilità; fare qualcosa sotto la propria responsabilità; incarico, mansione di cui si è responsabili; così come assumere un impegno, o obblighi che derivano dalla posizione che si occupa, compiti, e incarichi che si sono assunti, ecc. per cui un soggetto giuridico è tenuto a rispondere della violazione amministrativa, civile, penale, da cui si forma spesso un giudizio”

Roger Scruton (*) ci ricorda che: “Le persone sono vincolate da leggi morali che articolano l’idea di comunità di esseri razionali che vivono nel mutuo rispetto e che risolvono le loro dispute attraverso il negoziato e l’accordo. Questi principi altamente astratti, che Kant chiama ‘formali’, sono meno significativi della procedura che implicano. Le persone hanno un solo e prezioso mezzo per risolvere i loro conflitti, un mezzo precluso al resto della natura. Infatti, esse sono in grado di riconoscersi a vicenda come esseri liberi, che si assumono le responsabilità delle loro decisioni e che, possiedono diritti e doveri rispetto alla loro specie. le idee di libertà, responsabilità, diritto e dovere contengono il tacito presupposto che ogni partecipante al gioco morale conti per uno e nessun partecipante per più di uno. Pensando in questi termini, riconosciamo ogni persona come membro insostituibile e autosufficiente dell’ordine morale. I suoi diritti, doveri e responsabilità sono cose che possiede in quanto persona. Solo lui può adempiere o rinunciare ad essi, e solo lui dev’essere chiamato a dar conto dei doveri che ha eventualmente trascurato”.

Non sto qui a dilungarmi oltre sulla questione morale che già Immanuel Kant sottolineò avere un carattere assoluto per cui i diritti non possono essere calpestati arbitrariamente o soppesati in relazione a un eventuale vantaggio di ignorarli. Va però aggiunto che il diritto morale va rispettato al di là degli interessi conflittuali, o di barriere create ad oc in opposizione ad esso. Ma se “tutti hanno il diritto di avere un’opinione su quali comportamenti possano considerarsi accettabili e di esprimere quell’opinione con tutta l’eloquenza e la forza di cui sono capaci”, tutti hanno anche il dovere di rispettare gli altri; è un fatto questo di ‘equità sociale’ (‘pari opportunità’) e, soprattutto, di ‘etica sociale’ (disciplina e solidarietà), secondo la definizione di Albert Schweitzer (*), Premio Nobel per la Pace 1952: “Il primo passo nell’evoluzione dell’etica è un senso di solidarietà con gli altri esseri umani”.
Moralismo, o grado minimo della deontologia professionale e dell’etica pubblica?

Rispondere a questa importante domanda non è cosa semplice, soprattutto se non abbiamo convinto noi stessi, almeno in astratto, che il problema dell’appartenenza deontologica sussiste in quanto la società odierna, è la “società dell’incertezza” e – come affermato da Zigmunt Bauman (*) – “..che respinge la stabilità e la durata, e preferisce l’appartenenza alla sostanza”. Perché, altrimenti, l’apparato ontologico decade e diventa un semplice esercizio squisitamente filosofico, ma di nessuna utilità pratica. Mentre invece – come giustamente rileva l’autrice de “Il segmento mancante” () la pratica ontologica, ha origine speculativa, cioè porta alla consapevolezza di una insostituibile risorsa antropologica.

Ed è forse qui che più si coglie il ‘senso’ del ragionamento di Daniela Verducci, che fa della ‘metafisica’ (già aristotelica, scheleriana, e husserliana), l’oggetto fondamentale del suo studio, lì dove questo si sposa con l’ ‘etica sociale’ che, l’esperienza sociale e psicologica della studiosa evidenzia. Ma quali caratteristiche presenta il fenomeno in questione? È una delle domande che ci si devono porre e alle quali in questo libro di Rodotà si cerca di rispondere in modo adeguato, portando all’attenzione una carenza marginale dell’edificio filosofico, ciò che in astratto ha nome ‘ontologia’ e che fluttua “tra la dimensione dell’ideale e l’approdo al reale”; senza la cui mediazione non è possibile condurre a un esito effettivo gli scopi e le intenzioni che la ‘saggezza’ filosofica indica all’agire, nella sua strenua ricerca di ‘senso’.

“Si vuole piuttosto ricercare nell’attualità dell’esperienza umana – aggiunge Daniela Verducci – la traccia di quel ‘segmento mancante’ che ha nome ‘ontologia’ ai fini del ripristino del contatto coscienziale con quel rivolo di energia vitale che, configurandosi in attività di produzione socio-politico-lavorativa, conduce alla realizzazione di scopi e intenzioni”. Come dire che il fattore ‘ontologico’ è un prerequisito indispensabile non solo alla comprensione meno superficiale dei fenomeni sociali (divergenze, differenziazioni, ecc.), ma anche alla individuazione di strategie di cambiamento.

Scrive ancora Rodotà: “Mentre la quotidiana attività legislativa smantella pezzo dopo pezzo lo stato costituzionale di diritto, negando quelli che sono i ‘diritti fondamentali’ è quasi fatale che il senso dello Stato venga relegato in un angolo considerato un intoppo del quale liberarsi. Interviene qui la questione del moralismo, (..) pertanto mi limito a registrare almeno due fatti: il primo riguarda l’uso italiano e inverecondo di esecrare il moralismo per liberarsi della moralità. È una vecchia trappola alla quale si può sfuggire solo se si hanno convinzioni forti e non si cede al moralismo da quattro soldi, che spinge ad accettare qualsiasi cosa in nome d’una politica senza respiro. Il secondo lascia aperto uno spiraglio alla speranza, in funzione proprio una rivolta in nome della moralità politica e dell’etica pubblica che ha scosso le fondamenta d’un potere che sembrava saldissimo e che i vecchi riti della politica d’opposizione non riuscivano a scalfire”.

Un esempio datato ma pur sempre valido, tanto che potremmo adattarlo a qualunque categoria, perché fondamentalmente è intercambiabile e applicabile a qualsiasi professione, basterà individuarne i fondamenti etici e giuridici. Scrive Michele Partipilo (*) in “Etica e deontologia”: “Il termine deontologia, letteralmente ‘dottrina dei doveri’, che oggi preferiamo chiamare ‘etica pubblica’ e che accoglie in sé sia l’etica privata che quella politica ha, nel corso degli anni, assunto significato di insieme dei principi e delle norme di comportamento interne a una determinata categoria di persone. La deontologia si differenzia dall’etica (vera e propria) perché accanto all’affermazione di principi (teorici), affianca sanzioni (pratiche) per le eventuali violazioni. Di qui la necessità di appoggiarsi al ‘diritto’ per procedere a una minima tipizzazione degli illeciti a rendere cogenti le prescrizioni che altrimenti resterebbero pure enunciazioni morali”.

Secondo Norberto Bobbio (*): “Norma deontologica vuol dire sostanzialmente ‘norma morale’. La differenza fra un ‘codice morale’ e un ‘codice giuridico’ è che il primo ha una sanzione puramente interna, mentre il secondo ha sanzioni istituzionalizzate: sono istituzioni la procedura giudiziaria, il giudice, l’avvocato, le regole per la conduzione del processo, la sentenza. Nel caso dei codici deontologici, invece, la sanzione tipica è la riprovazione dei membri dell’associazione”. Certo, a fronte di generici ed episodici richiami all’etica da parte dell’ ‘opinione pubblica’, come rileva Umberto Galimberti (*), dobbiamo constatare che viviamo “una sorta di spaesamento dell’etica, che ogni giorno deve confrontarsi con la sua impotenza prescrittiva. Sembra infatti che nel nostro tempo il ‘dovere’ non sia più nelle condizioni di prescrivere il ‘fare’, ma solo di inseguire gli effetti già prodotti dal fare”.

Indubbiamente – scrive Rodotà – “..c’è una trasparenza sociale della quale volentieri avremmo fatto a meno: quella minuziosamente, quotidianamente, incarnata da comportamenti che esibiscono la forza in luogo del diritto, la sopraffazione al posto del rispetto, l’impunità invece della responsabilità. E dunque forza, sopraffazione, impunità diventano regole e indirizzi, di fronte ai quali non può esservi solo frustrazione o acquiescenza. Proprio perché una vera reazione diventa più difficile, la scossa del moralismo può essere salutare. E questo rimane ancora necessario, forse ancora più necessario, anche dopo che la lotta alla corruzione ha segnato un’intera fase della vita italiana”.
“In questi anni, infatti il degrado politico e civile è aumentato, ha conosciuto accelerazioni impressionanti, si è dilatato ben al di là delle frontiere segnate. (..) Sono cresciuti il livello della corruzione e l’accettazione dei comportamenti devianti, con un mutamento profondo del contesto. (..) Abbiamo assistito al consolidarsi pubblico delle situazioni di illegalità e immoralità, con l’appannarsi di una politica che ha pensato di poter trarre profitto dall’affrancarsi da ogni controllo e da una assuefazione/mitridatizzazione della società, senza avvedersi che in tal modo non esorcizzava il moralismo, ma si negava come politica, preparando i contraccolpi che sono poi puntualmente venuti”.

Sono questi argomenti sempre attuali che molto hanno appassionato Alberto Melucci (*), definito il ‘sociologo dell’ascolto’, aperto ai temi della pace, delle mobilitazioni giovanili, dei movimenti delle donne, delle questioni ecologiche, delle forme di solidarietà e del lavoro psicoterapeutico. Il quale, in anticipo sui tempi, ha esplorato il mutamento culturale dell’ ‘identità’, in funzione della domanda di cambiamento proveniente dalla sfera lavorativa. E che, inoltre, ha affrontato i temi dell’esperienza individuale e dell’azione collettiva studiandone la loro ricaduta sulla vita quotidiana e sulle relazioni di gruppo, riconfermando la validità dell’interazione scientifica tra le diverse discipline, e apportando innovativi contributi alla ricerca sociologica.

Alberto Melucci, infatti, scrive: “Sono convinto che il mondo contemporaneo abbia bisogno di una sociologia dell’ascolto. Non una conoscenza fredda, che si ferma al livello delle facoltà razionali, ma una conoscenza che considera gli altri dei soggetti. Non una conoscenza che crea una distanza, una separazione fra osservatore e osservato, bensì una conoscenza capace di ascoltare, che riesce a riconoscere i bisogni, le domande e gli interrogativi di chi osserva, ma anche capace, allo stesso tempo, di mettersi davvero in contatto, con gli altri. Gli altri che non sono solo degli oggetti, ma sono dei soggetti, delle persone come noi, che hanno spesso i nostri stessi interrogativi, si pongono le stesse domande e hanno le stesse debolezze, e le stesse paure”.

Pur tuttavia – ci informa Rodotà – “Nudi patti di potere ancora ci avvolgono, indifferenti agli uomini e ai principi. Anche questa può essere, ed è, politica. Ma il suo prezzo si è fatto sempre più alto. Per praticarla, per imporre le sue regole ferree, non basta la tendenza insistita verso la cancellazione d’ogni forma di controllo – dei parlamenti, dei giudici, del sistema dell’informazione. Bisogna dimostrare visibilmente, ostentatamente addirittura, che ogni pretesa di far valere interessi generali, logiche non proprietarie, valori culturali, diritti dei cittadini è ormai improponibile: e c’è spazio solo per negoziazioni, accordi, sopraffazioni magari, ma solo tra soggetti forti, che creano essi stessi le regole, affrancati ormai da ogni legge o codice”.

Tantomeno sembra che tutto ciò abbia risolto la sempre più ampia e infinita discussione, sui limiti della politica benché, è innegabile, qualcosa è sopravvenuto a stravolgere il nucleo più duro da sempre presente nell’ ‘inconscio collettivo’ riguardante il ‘dominio’ oggettivo della politica, dalla quale ci si aspetta ancora il ‘riconoscimento’, e che, in psicologia, è conosciuto come ‘metodo del consenso’. Metodo che si basa sulla ‘cooperazione’ e non sulla ‘coercizione’, sebbene ciò richieda qualche sforzo in più per essere unitamente compreso e praticato. Se non c’è l’onesta / volontà di venirsi incontro (legittimazione paritaria), il metodo non funziona, in special modo quando ci si trova di fronte a gruppi eterogenei che intendono mantenere esclusive posizioni di potere, e che non possono o non vogliono cooperare.

L’applicazione del ‘metodo del consenso’ (*), dunque, va inteso come processo democratico che conferisce agli individui il potere di prendere decisioni e, al tempo stesso, richiede a ciascuno di assumersi la responsabilità di tali decisioni. Ciò che non è rinuncia al potere, è ‘potere-insieme’, e non chiede di trasferire responsabilità sugli ‘altri’, ma domanda agli ‘altri’ di rispondere personalmente e completamente delle proprie azioni, al di là delle ‘differenze di genere’ o di coperture coartate. Se non si comprende e si accetta questo, le politiche per le ‘pari opportunità’ hanno davvero ben poca possibilità di successo. Nella sua pur strenua possibilità di affermazione, il ‘metodo del consenso’, porta alla prevenzione dei conflitti nelle relazioni interpersonali, lì dove questi maggiormente si verificano o, come in alcuni casi, compromettono lo svolgimento di procedure etico - deontologiche, che regolano i rapporti interni alle strutture istituzionali. Presupposto necessario per la risoluzione delle contrapposizioni di molti conflitti psicologici che rientrerebbero così in una dimensione di legalità e di ‘giustizia sociale’.

Ovviamente i metodi di risoluzione dei conflitti dovrebbero andare ben oltre gli intenti di pacificazione convenzionali, o delle prese di posizione spesso animate da logiche politico-economiche preferenziali, che per lo più gratificano chi le applica. “Ma questa – spiega Rodotà – non è solo una storia di appetiti scatenati (..) che una teoria dei sentimenti morali può volgere al bene. È anche l’effetto di una vicenda culturale che ha visto due grandi metafore di questo secolo – la dottrina pura del diritto e l’autonomia del politico – piegate ad un uso volgare e vantaggioso. Con essi si volevano sottolineare la forza e la logica interna del diritto e della politica, non conoscibili ricorrendo ai canoni di altri sistemi di regole o di azioni. Ma la purezza del diritto non poteva significare né l’inconsapevolezza dei suoi usi, né la sua riduzione a mera tecnica (..) e l’autonomia della politica non poteva essere tradotta nell’assoluzione di qualsiasi pratica, nella sua definitiva separazione da tutto quanto la vicenda sociale porta con sé”.

E conclude: “È dunque una storia di abusi – politici, personali, concettuali – cui bisogna reagire, raccogliendo i cocci di costruzioni culturali frantumate, ma senza la pretesa di rimetterli ad ogni costo insieme. Bisogna ricostruire, per quelli che sono oggi, i nessi tra azione personale e sociale, tra interessi e valori, tra comportamenti e regole. Muovendo verso questo difficile orizzonte, può darsi che si offuschi la nettezza d’una distinzione tra chi si fa politico e chi si fa filosofo o portatore d’una spinta religiosa. Ma forse un moralista puro e pratico insieme, può dare una mano a chi si accinge a questa più lunga e impegnativa impresa, tenendo l’occhio aperto sulla folla dei fatti minuti e indecenti: registrandoli, denunciandoli e sapendo che la speranza di cambiare il mondo nasce sempre da un comune rifiuto delle deformazioni di quello in cui viviamo”.

“Contro malaffare e illegalità servono regole severe e istituzioni decise ad applicarle. Ma serve soprattutto una diffusa e costante intransigenza morale, un’azione convinta di cittadini che non abbiano il timore d’essersi moralisti, che ricordino in ogni momento che la vita pubblica esige rigore e correttezza”. (Rodotà)


C’è qualcosa d’altro da aggiungere? Bene, se sì, potete aggiungerlo nei commenti di questo articolo. Grazie.

Note:

(*) ‘responsabilità morale’ (cfr Sabatini Coletti: “Dizionario della
Lingua Italiana”).
(*) Roger Scruton (cfr. “Guida filosofica per tipi intelligenti” Il Sole
24 Ore – 2007).
(*) Albert Schweitzer, Premio Nobel per la Pace 1952.
(*) Zigmunt Bauman, “Intervista sull’Identità”, a cura di Benedetto Vecchi, Editori Laterza 2008.
(*) Daniela Verducci, “Il segmento mancante”, Carocci Editore 2003.
(*) Michele Partipilo in “Etica e deontologia” (cfr. Centro di Documentazione Giornalistica).
(*) Norberto Bobbio, "L'Età dei diritti" - Einaudi 2005.
(*) Umberto Galimberti, “Dizionario di Psicologia” Garzanti 2008.
(*) Giuliana Chiaretti e Maurizio Ghisleni (a cura di), Mimesis 2012., in “Sociologia di confine. Saggi intorno all’opera di Alberto Melucci”.
(*) ‘metodo del consenso’, (cfr. www.utopie.it/nonviolenza/metodo_del_consenso.htm).



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