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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Saverio Bafaro

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 09/04/2014 12:00:00

 

[ Intervista a cura di Sandro de Fazi ]

 

 

1. L’inspiration c’est travailler tous les jours, diceva Baudelaire. Non esistono ineffabilità metafisiche ma il lavoro quotidiano, nulla dies sine linea. Vorrei che mi spiegassi qualcosa del tuo laboratorio personale. Ci sono specifiche ore della giornata nelle quali ti dedichi alla scrittura? Soprattutto, come ti accorgi che il risultato che hai raggiunto corrisponde a quello che volevi dire?

 

Baudelaire afferma esattamente quanto anch'io penso e di cui vado sempre più convincendomi. Ricordo i primissimi periodi, intorno ai dodici anni, in cui presi la penna in mano con l'intenzione di comporre poesia, fatto questo mi capitava di rimanere “in attesa” che qualcosa di magico o misterioso potesse accadere lasciando sul mio foglio il capolavoro. Ad eccezione di queste primissime fasi di inesperienza ed illusione la realtà mi ha, invece, sin da subito insegnato che se qualcosa accadeva era da imputare in gran parte al mio darmi da fare attivamente durante la composizione, non aspettando un moto accidentale, ma provocando un sentimento, un'immagine e procedendo poi alla sua realizzazione. E per realizzare ci vuole costante esercizio: innanzitutto molta lettura, progressiva introiezione dei modelli di riferimento, comprensione dei loro personali registri, delle possibili variazioni e così via. Amare profondamente degli autori, quando si è fortunati, non significherà emularli ma “rubare” il loro modo di funzionare, il loro pensiero, finendo poi per “calarlo” in un contesto diverso che è quello della propria esistenza, tutta da vivere in prima persona, imparando con gran fatica che ci è richiesto essere anche giudici di noi stessi. Non  a caso proprio Baudelaire è stato il primo che con estrema determinazione ha postulato una convivenza-lotta, nel poeta moderno, dell'artista e del critico, colui che imprime la sua forza nel mondo e colui che soprassiede a questo, favorendo una scelta consapevole dei prodotti migliori, con più tempo vagliati e resi un bene sociale e non un lascito narcisistico, quest'ultimo destinato a essere “vuoto” e dalla vita breve. I manuali, i vecchi insegnanti, le conversazioni superficiali continuano a  nutrire un mito completamente infondato, quello del “genio romantico”, essere quasi soprannaturale, in grado di tutto potere. Il Simbolismo ha iniziato a ridimensionare ogni nostra possibilità, solo la forte consapevolezza dei limiti permette di scavalcare e accedere a visioni privilegiate del mondo, avvenute, in fondo, solo per starci meglio dentro.

Venendo a me, in coerenza con quanto appena detto, non ho particolari momenti in cui scrivo, se mi date un taccuino e una biro (che come scrittura di “prima mano” preferisco decisamente alla tastiera del computer) posso in qualsiasi momento, aprendo una dimensione che in me mai vuole tacere. Semmai ci sono momenti in cui il bisogno può essere più forte, basta solo trovare lo spazio e il tempo e quelli spesso mancano, magari ne avessi di più. Da adolescente ho avuto una “media” anche di dieci poesie al giorno, cosa che mi ha fatto accumulare negli anni a venire tantissimo materiale (gli occhi “a posteriori” mi hanno fatto invero salvare poco...); più di recente, purtroppo, scrivo in nicchie temporali molto limitate, ma credo di esser diventato più bravo perché scrivo di meno e “salvo” di più. Mi capita di salvare una bozza di quello che poi svilupperò anche sul telefono cellulare, se non porto con me della carta, poi appena posso sedermi a tavolino trascrivo e ci lavoro, a partire da quella immagine. Sicuramente rispetto al passato ho compreso l'importanza di procedere a versioni successive, è, infatti, rara e casuale la scrittura di una cosa “buona la prima”...

Rispetto al momento della giornata non faccio distinzioni ma, ho notato una cosa interessante: quando assecondo il processo creativo in quelle fasi prossime al sonno come prima di dormire oppure dopo un sogno - mi è capitato, infatti, di svegliarmi con in mente i versi che chiedevano di venire appuntati - la coscienza si prende più spazio e facilita il suo viaggio interiore verso dimensioni poco esplorate, rimanendo a metà strada tra la percezione della realtà e di qualcosa che va “oltre” essa.

Una opera d'arte, poesia o pittura o qualsiasi altra forma non è mai del tutto pronta per il mondo, ha bisogno di un lettore che la umanizzi, la avvicini al suo modo di vedere e pensare alle cose. Per cui anche quando il risultato è “sufficientemente convincente” c'è sempre l'incontro con l'altro, con chi è estraneo a quel messaggio. Quindi bisogna avere, da una parte, tanta esperienza nel comprendere (prendere dentro) il gusto delle persone più varie: una sorta di sommatoria immaginaria e dinamica del gusto di una popolazione di potenziali lettori sotto determinate coordinate spazio-temporali, indietro nel tempo, nell'oggi e nel futuro (auguri!) e, dall'altra, la possibilità di vivere tutto con autenticità per produrre qualcosa di onesto. Quando la collettività si muove all'interno del singolo artista, è questo il grande mistero, avviene “una condizione felice” e si può dire di aver sfiorato una possibilità universale di comunicazione e condivisione.

 

 

2. Assistiamo in Italia al singolare fenomeno per cui ci sono decine di migliaia di sedicenti poeti mentre i lettori di poesia sono di numero assai minore, come sappiamo, e la scelta dell’industria culturale non facilita certo la diffusione di poesia. Perché hai privilegiato proprio la scrittura in versi rispetto alla prosa?

 

Da quanto ho detto prima si intravede come se non si ha una “vocazione”, in qualche modo, il grande sforzo disincentiva la possibilità di occuparsi di poesia, o comunque di continuare ad affrontare un discorso al suo cospetto. La poesia arriva in maniera imprevista, ma una volta che si insinua nell'orecchio e nella carne non se ne va più, è il tuo remare, la tua ragione principale di poter vedere  oltre il visibile, di poter conoscere meglio gli oggetti del mondo. E in tutto ciò è Lei a scegliere e “prenderti in affitto”, a visitare i tuoi spazi più intimi, a spronarti progressivamente nel compiere il viaggio al suo fianco. Credo che la forma poetica, rispetto a quella della prosa si contraddistingua per l'elezione di un pensiero sintetico, un pensiero qualitativo e filosofico abbracciato a un gusto estetico particolare (per le immagini e i suoni in primis). C'è quindi una convergenza tra estetica e promozione di una riflessione sulla vita, godere o dispiacersi delle forme e approdare poi a un pensiero più consapevole, con tanto spazio bianco attorno alla pagina, senza lo sforzo cognitivo di leggere troppe pagine e seguire una trama più o meno complessa. Io amo molto la saggistica, la poesia è, tra l'altro, come un saggio davvero molto breve, altamente estetizzato, in un equilibrio difficilissimo per fare in modo che non siano calcate le sue citazioni, le sue scuole, le sue dottrine, le sue categorie, ma “come se” fossero state scoperte e dette per la prima volta in quel momento.

Riguardo alla questione della proliferazione di molti (troppi) autori, credo di aver in gran parte risposto nella domanda precedente: è una grave “illusione” e una mancanza di rispetto verso chi lavora sodo. Il disamore dei lettori per la poesia che bisogna riconoscere per quello che è: una implosione della cultura italiana, una negazione del suo cuore generativo e fondativo, nella mia visione è da imputare in gran parte al sistema educativo, al fatto che la poesia sa troppo di lavoro scolastico da mandare a memoria, con il quale abbiamo sprecato molte ore della nostra fanciullezza, lasciando quindi un piccolo trauma dal quale allontanarsi per non riportare “brutti ricordi”. Qualcuno di non ben identificato ha insinuato che la prosa faccia viaggiare, indagare e intrattenere, la poesia, per contro, crea immobilità e noia. Poi c'è una ragione più “tecnica”, la messa in teca della poesia, o meglio del suo cadavere libresco, si ha perché non c'è più la percezione di un suo statuto come genere letterario dotato di una sua stabilità interna. L' “immaterialità” è quanto di più aleatorio rispetto alla cultura del mezzo, del profitto, della produttività grossolana. Gli sperimentalismi, gli ermetismi hanno fatto perdere la fiducia alle persone nel poterla capire. Il compito più gravoso per i poeti, infatti, è quello di far tornare lo stupore, il sorriso, la speranza sul volto di coloro che “si scoprono” lettori di versi (diversi?), producendo in loro un messaggio puro e diretto in grado di far sentire un toccamento inaspettato delle menti e delle viscere.

 

 

3. È vero anche dal mio punto di vista che la poesia è una forma estetizzata di saggismo. Io mi spingerei perfino a pensare, e in parte anche a dire, che è diventata critica letteraria e saggio, e non è detto che sia un male. Dissento semmai sulla “memoria”: le scuole di ogni ordine e grado dovrebbero – condizionale d’obbligo, perché è diventato un luogo comune prendersela sempre con la scuola, ossia con noi che vi operiamo quotidianamente e in condizioni non sempre facilissime (è un problema di volontà politica) - ritornare a far imparare versi a memoria, in modo da non tener relegata la vitalità dei testi in una inutilizzata quantitatività libresca. Comunque ciò mi rimanda a qualcosa che è irrimediabilmente extratestuale, probabilmente un approccio “paranoico” ai testi, nel dissolvimento – benvenuto! – dei generi letterari è l’unico che possa collocare adeguatamente la poesia nello spazio che le compete. Sono provocatorio, lo so, ma sono certo che saprai interpretare questa mia domanda sottoforma di affermazione, in quanto se molti e troppi sedicenti autori proliferano, il gusto decade e siamo in una sorta di notte hegeliana in cui tutte le vacche sono poeti. Allora, meno cripticamente, la mia affermazione è la seguente: la fama non è solo espressione di vanità e narcisismo. Per Hume la fama difatti era strumento indispensabile per far conoscere agli altri, nel suo caso, il proprio pensiero. Tu che cosa ne pensi?

 

Quando dicevo “sistema educativo” intendevo, allineandomi a te, una questione molto più grossa: il problema è politico senz'altro, ma ancora di più culturale, per cui la pervasività di certe idee formatesi a negare l'altissima dignità a cui dovrebbe ambire la poesia in Italia è così fuori dal controllo che tutti ne siamo un poco schiavi. Era quindi lungi da me attaccare i singoli operatori o le singole strutture scolastiche, se vogliamo immaginare una metafora le scuole sono come delle cellule di un tessuto cutaneo molto più esteso e, per fortuna ne esistono di eccezioni, abbastanza da non ritenermi catastrofista. Ho ripetuto più volte l'importanza di avere ottimi “filosofi” ¬ ovvero i maestri (a tutti i livelli) ¬ e l'importanza di  disporre di ottimi “guerrieri” ¬ ovvero gli agenti delle forze dell'ordine e simili  ¬ come base e garanzia di un buon funzionamento sociale. Solo costoro sono i promotori del cambiamento perché rappresentano le fondamenta della civiltà, della Repubblica. Finché i docenti non avranno incentivi pecuniari, da creare una “selezione naturale” dei più bravi in maniera tale da portarli ad auto-candidarsi per quella professione sull'onda di un'autentica vocazione, finché i ragazzi e le ragazze desiderosi di diventare poliziotti non verranno selezionati molto di più per il curriculum di studi ed esperienze maturati, ben poco cambierà in quel senso, e incapperemo spesso nel “preconcetto”, nell'immobilismo e nell'auto-svalutazione del corredo stipato nella cassapanca, nella nostra stessa casa...

Rispetto alla “fama” bisogna finalmente dire qualcosa in merito. Oltre a essere un aspetto pericolosissimo dell'illusione collettiva, è anche qui un atto di ingiustizia per chi si dedica al proprio lavoro con metodicità, passione, orgoglio (possiamo far valere il discorso ovviamente per qualsiasi e dico qualsiasi lavoro dignitoso esistente). I tantissimi “talent show” trasmessi in televisione (di recente anche atti a dimostrare capacità letterarie) alimentano un sogno americano tramontato da tempo e svelato appunto come “illusione”. I pensatori europei sono quelli che a torto hanno continuato a proporre il loro pensiero in maniera narcisistica e auto-referenziale, anche quando i risultati erano eccellenti. Non è un caso se i filosofi più interessanti degli ultimi 50 anni siano americani, due fra tutti: Richard Rorty e Willard Van Orman Quine.

Ricontestualizzando al mondo dell'arte e alla sensibilità, umiltà e “investitura” che fa di un autore quell'autore bisogna principalmente conoscere al meglio le proprie potenzialità e risorse così come i propri limiti, integrando costantemente le due cose, in un lavorìo costante, come mi piace dire in breve: “il poeta ricomincia sempre da una pagina bianca!”; non ci sono traguardi, anche se si ottengono riconoscimenti, la partita con se stessi è aperta fino alla fine (un po' analogamente alla “santità”). È ben tramontata l'idea del Genio romantico, dai poteri “sovraumani” e dalle possibilità inspiegabili insite nel suo talento. Come direbbe Keats il poeta «sulla scala dell'essere sta tra la scimmia / E Platone...». Una sorta di esperimento genetico tra l'istintualità selvaggia e l'intelletto più sensibile, un medium a cui è richiesto sin dalla nascita di mettere in comunicazione il cielo con la terra e la terra col cielo. Fa parte della varietà degli ambienti affidare a ciascuno un “compito specifico”, senza interferire sul lavoro e sulle attività degli altri. Ognuno quindi getti della luce dentro di sé e sia onesto, anche se il tempo, come già accennavo, è un fattore deterrente nei confronti delle iniziative e dei moti dell'animo “non autentici”, insomma qualche “mucca impoetica” è sempre dietro l'angolo...e ci si scontra, specie al buio...

 

 

4. L’introiezione dei modelli di riferimento cui avevi accennato prima è fondamentale per un serio apprendistato di scrittura, anche quando i modelli sono altissimi. Potrà forse il risultato non essere così elevato ma sottolineo la disponibilità a uscire da sé e lasciarsi travolgere: questo punto ritengo sia fondamentale per chi è “chiamato”, anche se non sappiamo da chi. Non so tu, ma io parlo tanto della vita quanto dell’opera, anche durante l’apprendistato per il quale è necessario molto esercizio (“Devi scrivere scrivere scrivere scrivere scrivere!” mi diceva, tanti anni fa, Dario Bellezza) e accanto ovviamente alla conoscenza di tutti i poeti precedenti sia della letteratura nella cui lingua si scrive, sia i maggiori delle altre a cominciare dagli antichi. Indiscutibilmente è Renzo Paris oggi in Italia il più illustre rappresentante del neo-antico, ho letto Il fumo bianco e l’ho trovato un autentico capolavoro. Ti so sensibile a questo discorso sugli antichi, recensendo tempo fa il tuo Eros corale ho voluto mettere in risalto il pregio della tua operazione (l’ho chiamata “pseudo-epistolografia filosofica”) e, aggiungo, il coraggio di confrontarti con quegli irraggiungibili esempi in termini amorosi. Vorrei allora arrivare a quest’altro punto: il rapporto tra vita e opera. La Musa “detta” sia nella vita sia nell’opera, secondo me. Sei d’accordo? So che è una vera crux dei poeti dai tempi di Omero, ma te la propongo ugualmente – al di là di estetiche decadenti (Wilde e D’Annunzio, certo Pasolini e, di nuovo, Bellezza) – in quanto la realtà sociale odierna sembrerebbe non riservare quasi altro rifugio che la pagina.

 

Completamente d'accordo, credo questo abbia a che fare con l' “apporto personale”, potremmo fare studiare a dei computer le letterature di ogni tempo e poi aspettare quali combinazioni nuove ci proporrebbero...ma quella non è letteratura! Mi viene in mente un racconto di Tommaso Landolfi in cui, attraverso l'estrazione di “bigliettini” con scritte sopra varie categorie linguistiche (sostantivi, aggettivi, verbi, ecc.), il fantomatico scrittore-protagonista del racconto finiva per scrivere sorprendentemente “L'infinito” di Giacomo Leopardi. Questa è, inoltre, anche una tecnica compositiva (il cosiddetto cut up) valida come non valida, opportuna come no, non superiore o inferiore ad altre, tutto in base al come viene praticata, in quale contesto e con quali effetti.

Sempre per sintetizzare: non sono le lettere a fare il poeta, dovremmo sempre più riflettere sul fare poesia nella tradizione giapponese, ad esempio, all'interno della quale il momento di “scrittura” non era che la fase finale di un processo di viaggio e meditazione, di rivelazione di una conoscenza a sua volta pronta a interagire e influire sul cambiamento della realtà.

È chiaro, dunque, che la vocazione e il talento letterario oltre ad “aspettare”, da un lato, si nutrono come loro unico humus delle esperienze del quotidiano, di qualsiasi sorta esse siano. Solo in questo modo avremo un “ripasso” della tradizione con lo sforzo o il tentativo di aggiungere qualcosa di nuovo, aggiungendo tasselli ulteriori: non importa quanti. Sulla coincidenza, interdipendenza, complementarietà tra Opera e Vita ormai hanno già detto in molti e io mi trovo assolutamente in linea, vorrei, e con questo chiudo, solo ricordare in che termini questi due producono la maggiore consapevolezza durante il percorso di un autore: la Vita ingloba tutte le possibilità, essere allenati a riconoscere quali opportunità sono più prolifiche per il proprio operare predispone  a percorrere un sentiero fertile, ai due lati del quale gli alberi hanno sui rami i fiori della primavera, le “opere” ci lanceranno un “segnale” di riconoscimento,  si avvicineranno ed entreranno in nostro contatto, così come noi avremmo fatto dei passi in avanti per incontrarci con loro a metà strada, quando intuiremo di aver scritto qualcosa di interessante e valido (perché risulta anche agli altri) ci renderemo presto conto di come quel “prodotto” era come se fosse sempre esistito...

 

[ Biografia di Saverio Bafaro ]

 


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