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Il paradosso di essere giovani - Inchiesta

Argomento: Società

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 06/03/2019 08:57:57

“IL PARADOSSO DI ESSERE GIOVANI” - 1
(inchiesta sul disagio e sul condizionamento critico dei giovani).

“Siamo davvero ciò che siamo, o siamo quello che la società vuole che noi siamo?”

È la domanda che più spesso ci si sente rivolgere da molti giovani che solleva non poche perplessità sulle possibili risposte da dare al ‘problema’, perché di questo si tratta, che una domanda siffatta accende nel dibattito costante tra famiglia e società. Come del resto provoca l’andare alla ricerca di una causa e/o di una colpa da attribuire al fenomeno scatenante – ad esempio – del ‘bullismo’, quale degenerazione di un autentico disagio sociale. Oppure l’esercizio di una effettiva provocazione, per cui i giovani, presa coscienza della pressante difficoltà generazionale, si sono dati una risposta a prescindere: “Noi non siamo chi la società pretende che noi siamo”.

Ciò che equivale a rispondere a una domanda con una domanda ‘altra’ che va nella stessa direzione e che lascia insorgere un ulteriore problema su chi deve e/o dovrebbe gestire il complesso fenomeno del ‘bullismo’ sul piano sociale, se la famiglia o la scuola o se entrambe? Se non altro per il sempre maggior numero di aggressioni apparentemente senza scopo e talvolta di perdite di vite umane che riempiono le cronache dei quotidiani e dei networks , divenute in breve tempo una consuetudine sconcertante che allarma e preoccupa l’opinione pubblica. Sia riguardo alla scolarizzazione (se è utile mandare o no i propri figli a scuola?); e le istituzioni, riguardo a nuove formule d’istruzione (se serve una regolamentazione giuridica e interventi propedeutici alla giustizia sui minori), visto che il fenomeno riguarda per lo più gruppi organizzati presenti nelle scuole e, nei centri urbani giovanissime gang di quartiere.

Sarebbe alquanto ingenuo, nell’evolversi di questa analisi, pensare che alle difficoltà evidenziate, si possano dare risposte semplici o superficiali che ne attribuiscano le cause al solo ‘paradosso di essere giovani’. Non è certo colpa dei giovani se la ‘storia’ loro l’hanno subita, non l’hanno mica scritte loro le regole del vivere comune cui non sentono di appartenere. Se non altro per il fatto che i dettami che regolano la società, la vita comunitaria ecc. loro sono chiamati a rispettarle, anche se finora nessuno (né la fimiglia, né la scuola, né le istituzioni), gli le ha mai spiegate; almeno da quando a scuola è stata abolita l’educazione civica. Quante volte si è sentiti rispondere che: "no, noi non c'eravamo", e che la loro limitata conoscenza delle regole (dei diritti e dei doveri dei cittadini), è fatta di parole tramandate, ‘le quali potrebbero non avere nulla a che vedere con la realtà d’oggi. Che lquelle che spacciamo per ‘verità della storia’ ce le siamo inventate noi delle generazioni precedenti per instaurare una società di diritto come piaceva a noi; che gli abbiamo sottaciuto, in modo da nascondere cento, mille altre verità, sui guasti che abbiamo creato noi (dalle guerre, alla fame nel mondo, al buco nell’ozono ecc.). Come se la verità della storia si possa nascondere, quando i guasti fatti sono sotto gli occhi di tutti.

Ma la verità infine viene sempre a galla, e mentre noi non ammettiamo ancora oggi, nell’era delle macroscopica interazione comunicativa, i nostri madornali errori e non sappiamo ancora chi siamo e dove stiamo andando; loro (i giovani) si sentono autorizzati a non credere a niente e a nessuno, tantomeno alla società, come alla politica, e in molti casi anche alla religione. Sta di fatto che quelli che dovevano essere i ‘valori’ (le virtù morali, il rispetto per la vita, ecc.) che avremmo dovuto trasmettergli, noi per primi li abbiamo dapprima messi sotto i piedi, poi gettati nei cassonetti insieme alla spazzatura, senza neppure rendercene conto.

Altre sono invece le domande che dovremmo porci ancor prima di studiare la fenomenologia del problema che risente di un autentico disagio sociale, al quale, nell’era super tecnologica che stiamo attraversando, si guarda con particolare attenzione, seppure da prospettive diverse, uguali e/o disuguali a seconda dei contesti sociali in cui si propagano e, solo in parte contrassegnati dalla trasformazione in atto che ne attesta le cause. Quali – ad esempio – la multiculturalità, la globalizazzione e, non in ultimo, la svolta prodotta dalle nuove componenti di rischio, come l’abuso di alcolici e di droghe più o meno pesanti, ed a quelli che vengono considerati ‘i nuovi sballi’ come i video giochi, gli sport estremi, in cui prevale l’aggressività nelle forme di violenza gratuita, l’uso delle armi, l’emulazione di atti vandalici, il bullismo ecc.

Sarebbe comunque un modo fin troppo semplicistico di spiegare le cause di un fenomeno che si presenta piuttosto ampio e, per certi aspetti, incongruente quanto inevitabile, più che mai ‘diversificato’ in molti lati oscuri ancora tutti da osservare, se
l’obiettivo di questa analisi non fosse quello di comprendere se il fenomeno sia o no paragonabile ad altre attitudini ben più gravi, come le corse folli sulle auto, le stragi del sabato sera, lo stupro di gruppo, i sassi dal cavalcavia, che riempiono indifferentemente le cronache; e se tutto ciò sia da considerare, oltre che un fenomeno sociale, una ‘anomalia individuale’ radicata e nascosta nella zona più oscura della psiche, prima ancora che collettiva, dai risvolti inquietanti. Oppure un ‘problema’ sommerso da guardare con preoccupazione e diffidenza, quest’ultima in senso di apprensione, dubbio, timore, ma anche cautela nell’affrontare il nocciolo duro di una questione di per sé ostica.è tempo di guardare in faccia la realtà come a un intrico di somiglianze e differenze che implicano interventi razionali e assidui di cui in primis la società tutta dovrebbe farci carico.

L’idea portante è dunque quella di investigare il fenomeno nei suoi molteplici aspetti: sia culturali e gestionali, sia formativi che relazionali, di specifica competenza della famiglia, della scuola che delle istituzioni. Di avviare una profonda riflessione sulle infinite ‘diversità’ e di nuovo ‘somiglianza’ che distinguono e legano certi avvenimenti all’amiente oggettivo: sia quello in cui si vive (la città, la periferia, la comunità ecc.), sia quello profondamente umano (welfare, salute, abitudini ecc. ), che forse bisogna rivedere nella sua completezza. Nel contempo, sostenere l’efficacia delle scienze socio-antropologiche, nonché psicologico-culturali, messe in campo per affrontare quelle che sembrano essere le concause di scelte generazionali che, in qualche modo, stanno cambiando il volto della società, negli aspetti più radicali del costume, delle usanze e delle tradizioni.

Certo l’applicazione del concetto di ‘parità culturale’, sia a livello individuale sia a livello collettivo e anche comunitario, potrebbe oggi portare a una certa congruenza di vedute, più ampie rispetto al passato, verso l’unione, la stabilità e la tolleranza, nonché il riconoscimento comune di appartenenza sociale, tali da riempire un nuovo vademecum della coesistenza, pur nel mantenimento di quella ‘identità antropica’ naturale oggi messa al bando che molti studiosi vedrebbero come concausa degli ‘orrori’ di cui si è sopra tragicamente parlato. È questo l’aspetto indubbiamente più rilevante del ‘problema’ in cui s’innestano le difficoltà più dure da affrontare, proprie della sfera relazionale, attribuibili, seppure in parte, alla più recente contestazione giovanile tutt’ora in atto, nei confronti di una società e, più in generale, delle sue regole.

Quelle stesse che i giovani, compresi nella fascia di età che va dai 14 ai 18 anni, considerano troppo rigide, inibitrici della libertà d’espressione e causa di una dissonanza cognitiva complessa, in bilico tra aspettative sempre più illusorie, e una realtà fatta solo di impedimenti e contrasti, spiegabile con l’anomia, ossia la mancanza e/o l’assenza di figure e di precisi punti di riferimento. Onde per cui, andare “incontro agli altri” o “conoscere se stessi”, secondo la formula dell’empatia che permetterebbe loro di superare e gestire il ‘paradosso della propria età’, si rivela infine un qualcosa che intralcia la loro crescita mentale e che quindi sentono come non indispensabile al raggiungimento della loro maturità. Più spesso abbandonandosi alla sola esperienza del proprio corpo (fisicità) che permette loro di comunicare con gli altri in modo assai più diretto, all’interno di una società che considerano non conforme alle proprie esigenze e, del tutto incapace a rispondere alle importanti ‘sfide’ che questa mette in campo e che si trovano a dover affrontare.

Un ‘problema’ dunque, prima ancora che un fenomeno, che rivela aspetti complessi e che, in alcuni casi, presenta ‘forme di trasgressione’ difficili da arginare, contrasti: “che hanno prodotto una qualche criticità, introdotta e/o causata da forze esterne travolgenti e ingovernabili” (1)(Alasdair MacIntyre, in “Animali razionali dipendenti” – ed. Vita e Pensiero 2001). Trasgressione che segna un punto focale ove convergono i diversi obiettivi di questa analisi, qui osservata anche dal punto di vista della comunicazione e della prevenzione, messe in atto dalla società nel tentativo di contrastare quegli atteggiamenti di tipo virile, al limite dell’autolesionionismo espressi soprattutto nelle ‘prove di coraggio’.

Aspetti questi di quel disagio di fondo cui solitamente non si parla, ma che sempre più spesso agitano il campanello dell’allarme sociale, inquanto lanciano messaggi di evidente difficoltà, soprattutto d’inquietudini latenti che chiedono di essere interpretati, o quantomeno ascoltate e comprese, alle quali, a fronte delle problematiche rilevate, si cerca qui di capirne la portata, con l’ausilio delle scienze che gli sono proprie in termini di sociologia, psicologia e psichiatria, tendenti a conoscere, pur se entro certi limiti, i comportamenti individuali dei giovani nel vivere il paradosso della loro età, di un sé proiettato alla ricerca di se stessi e/o di altri modi di essere, e di vivere il rapporto con gli altri in funzione di esplorare trame di vita diverse.

Aspetti psicologici e sociali del fenomeno.

Andando oltre la semplicistica comprensione del fenomeno accertato come ‘problema sociale’, che trova una sua esemplificata rispondenza nell’opinione pubblica, si cerca qui di analizzare i diversi risvolti socio-psicologici che ne sono all’origine, privilegiando gli aspetti trasformativi e conflittuali, connaturati e quelli in netta contrapposizione rispetto all’assetto strutturale dell’attuale società. Aspetti questi che riconducono il fenomeno sul terreno del concetto di ‘struttura e anti-struttura’ elaborato da Victor Turner (2), detto di ‘performatività’, implicito nei processi sociali, e che ancor oggi permette di rilevare le strutture portanti e le successive trasformazioni di gruppi e società in molti luoghi e periodi dell’esperienza umana. Così come di: “riconoscere, in certo qual modo, la vulnerabilità dell’identità sociale nel compiere determinate scelte, come condizione essenziale per comprendere le ragioni e le modalità che le rendono necessarie; sostanziale per capire fin dove il genere umano arriva a scegliere in piena autonomia il proprio ruolo nella vita e nel mondo”.
(2) (Concetto di ‘performatività’ elaborato da Victor Turner in “Il processo rituale”, Morcelliana 1972).

È infatti il non poter scegliere in piena libertà e completa autonomia il proprio ruolo nella società che ‘paradossalmente’ fa la differenza. Spesso i giovani interrogati sui rischi che si corrono nel mettersi alla guida dopo aver bevuto fuor di misura, o voler fare comunque le ore piccole, rispondono con l’impudenza che li distingue, che “non vedono il problema”; che semmai, si tratta di nuove virtù (una sorta di plus-valore), il cui raggiungimento concorre, secondo tali e ineludibili necessità, alla loro piena realizzazione in autonomia. Autonomia che si vuole abbia la capacità di far riflettere gli individui sulle loro stesse capacità e/o possibilità, cosa che permette loro “di deliberare, giudicare, ed agire scegliendo fra diverse azioni possibili - per quanto - deve essere limitata, senza che ciò costituisca la negazione della libertà degli altri”. (3), (Antony Giddens, in “la trasformazione dell’intimità” – Il Mulino 1995).

Un principio fondamentale di democrazia che, preso ad esempio, sul piano istituzionale, sconvolge non poco lo status di relazione sociale di appartenenza. Pertanto, se vale che l’autonomia aiuta a definire i contorni della personalità, necessari per gestire con successo le relazioni con gli altri, la base strutturale della promessa di democrazia va estesa non solo all’area relazionale della società, ma anche a quella più intima dell’ambito famigliare, genitoriale o tra genitori e figli, altresì alle ulteriori forme di relazione nei rapporti interrazionali, di parentela, di amicizia e di gruppo, che trovano nella solidarietà e nella promessa reciproca dello stare insieme comunitario un medesimo rapporto equivalente. A questo proposito si ravvisa comunque un rischio, cioè che: “quando la solidarietà viene sostituita dalla competizione, gli individui si sentono abbandonati a se stessi, affidati alle proprie - penosamente scarse e chiaramente inadeguate – risolse. Lo sperpero e la dissoluzione dei legami comunitari, hanno fatto di loro senza chiederne il consenso, degli individui de jure; ma opprimenti persistenti circostanze ostacolano il raggiungimento dell’implicato status di individuo de facto. […] Lo spettro più spaventoso è quello dell’inadeguatezza”. (4) (Zigmunt Bauman in “The Individualized Society”, Polity Press Cambridge 2005).

Niente di più profetico è stato detto fino ad oggi, anche alla luce dello stravolgimento in corso della società – qui intesa come corpo di una comunità di individui – tendente ad abbandonare, volendo qui usare un concetto del sociologo polacco Zigmunt Bauman; i legami sociali per liquefarsi. Resta il fatto che un fenomeno come quello che stiamo analizzando preclude tutto quanto detto fin qui, per aprire invece connessioni parallele che vanno, nei soggetti più giovani, dalla superficialità nel valutare i rischi, alla irresponsabilità di fronte ai pericoli e alla mancanza di consapevolezza del valore della propria vita e di quella altrui.

Indubbiamente molteplici sono gli aspetti trasformativi della personalità che il problema presenta e che rendono difficile il tentativo di classificazione. Diverse infatti sono le cause che possono produrre questa difficoltà, ed è interessante esaminarle, seppure solo in parte, in modo da accrescere la comprensione dell’argomento. Tuttavia c’è una valutazione che fin d’ora è possibile fare, e che riguarda il principio fondamentale della nostra ‘vita psicologica’, secondo cui l’individuo: “tende a correggere gli eccessi e le deviazioni, risvegliando quegli elementi che sono oppposti o complementari a quelli dominanti”, all’interno del proprio sé. Per diverse ragioni, però, questo potere di auto-regolazione di compensazione non sempre funziona alla perfezione, sia nella nostra ‘vita’ fisica che in quella psicologica: “talvolta è insufficiente, in altri casi opera all’eccesso, producendo reazioni esagerate, o ciò che potrebbe essere chiamato iper-conpensazione, per cui la tendenza a sopravvalutare le qualità che gli mancano”. (5). (Roberto Assagioli, in “I tipi umani”, Istituto di Psicosintesi – Giuntina 1987).

È quanto accade in genere quando si avviene a uno stato di incapacità di percepire il pericolo e, in modo specifico, quando ci si adopera, consciamente o inconsciamente, ad andare oltre nella fluttuante dimensione dove il tutto e il niente si equivalgono: “la negazione della morte”, diversamente dall’affermazione dell’amore per la vita, che dovrebbe essere come fin’ora è stato, fondamentale per la sopravvivenza del genere umano. Fenomeno quello della ‘morte’, che tutt’oggi conserva il suo aspetto di “livella sociale” che tutto appiana e conforma, e che da sempre costituisce, così come avveniva fra le popolazioni primitive, un “fatto sociale” che determinava una crisi non solo all’interno del gruppo famigliare ove si verificava, quanto in quello più ampio della stirpe, della discendenza, del clan e della tribù per cui “le strutture sociali reagivano ad essa attraverso una serie di mezzi mitici e rituali che inducevano gli individui a vivere la morte secondo i paradigmi offerti dalla società”. (6) (Jean-Didier Urbain in ‘Morte’, “Enciclopedia” - Einaudi 1980). E in “Enciclopedia di Filosofia” – Garzanti 1995).

Tra le diverse definizioni proposte riguardo al fenomeno, si fa qui riferimento alla distinzione “astratta” della morte violenta, intesa più come denuncia della fine dell’esistenza, e consistente nell’assunzione di comportamenti ed opinioni congruenti con questo titpo di evenienza. Fondamentalmente, si rilevano almeno tre variabili strettamente influenti fra loro: una prima riguarda “l’incoscienza” che si annida nel senso di insicurezza-sicurezza tipico del fenomeno legato in parte al caso, alla fatalità e quant’altro; una seconda , dovuta alla sfrenata corsa ad andarle incontro “in spregio del pericolo” e della propria sopravvivenza; e una terza detta “di rottura” con il mondo interiore (la propria identità) e, non in ultimo con la società di appartenenza.

A questo proposito va detto che la diretta conoscenza degli accadimenti e delle vittime, coglie soltanto una minima parte dei cittadini, quelli che per caso si trovano sul posto degli incidenti, e i più vicini affettivamente colpiti, come parenti e amici; la maggior parte riduce l’evento ad un fatto di cronaca, da catalogare assieme con le altre notizie di morte, di guerre, attentati, affondamenti delle carrette del mare e bambini che muoiono di fame in ogni parte del mondo, e che giornalmente affollano le cronache radiotelevisive e dei quotidiani. La consapevolezza delle dimensioni del fenomeno cresce (quando trattasi di incidenti occorsi nel proprio circondario o di persone che ne sono state vittime, tanto più se verificatesi nel proprio quartiere. La cosiddetta “vittimizzazione vicaria” è infatti più probabile e frequente della diretta esperienza personale, e quindi incide più spesso sul livello di ansia (e di paura) della collettività, così come ampiamente dimostrato negli studi pubblicati su “Neighbourhood Watch” il report della Polizia metropolitana britannica sulla Sicurezza Pubblica, rapportato alle esigenze effettive di intervento sul territorio. (7)

In ogni caso, per la società, si tratta comunque di voler salvaguardare (ad ogni costo) la sopravvivenza e l’integrità di un individuo ( quale esso sia), che va accettato e difeso in cambio di una sicurezza interezza interiore che più non appaga, che è andata smarrita, persa nella fitta “rete” dei modern mass media, e della tecnologia che avanza. E che, se da una parte corrompe e degrada il sistema “natura” al quale eravamo abituati, d’ltra parte ci permette l’imperativo di una comunicazione libera e aperta. “Condizione sine qua non, per stabilire una relazione più estesa”, la più ampia possibile, in cui “la propria autonomia e la rottura della coazione sono le condizioni per sostenere un dialogo franco”, con il futuro (8) (op.cit.)

Per completare il quadro, destinato per il momento a restare senza cornice, non bisogna sottovalutare l’attuale cultura dell’immagine diffusa dai mass-media, che spinge ad assegnare il primato all’apparire piuttosto che all’essere, alla quale si accompagna generalmente l’imperativo consumistico, per cui: “l’individuo vale più di ciò che ha che per ciò che è”, che non è uno slogan, ma una constatazione sulla quale almeno si dovrebbe meditare.

Viaggiatori sulla coda del tempo.

Con l’avanzare della spinta individualista-materialistica nella società relazionale che mina alla base la responsabilità della persona verso gli altri, è fondamentale la scelta sociale di una maggiore e collaborativa solidarietà con le nuove generazioni, quale probabile risposta al problema del disagio e della devianza giovanile, e più che mai orientata alla ‘cura’, come antidoto a orientamenti di tipo soggettocentrico – qui di seguito analizzati nell’ottica più ampia possibile che i moderni mezzi conoscitivi mettono a disposizione. Cura in sé diversificata, di tipo ‘informale’ oppure ‘istituzionale’, espressa in termini di comunicazione e prevenzione, nel difficile ma non impossibile rapporto tra società e mondo giovanile, e in grado di garantire una maggiore equità di giudizio da entrambe le parti, necessario ad arginare il problema che le ‘devianze più aggressive’ rappresentano per la società.

Interventi tra privato (informale) e pubblico (istituzionale) che vedono impegnata una pluralità di forze organizzative che vanno dalla sanità, alle forze dell’ordine, al volontariato, ai mass media, agli apparati locali (assistenti sociali, consultori ecc.), tutte ugualmente impegnate a sostegno di campagne di prevenzione sul territorio che stanno dando i loro frutti. Va detto che l’emergere delle urgenze (necessità), a cui le organizzazioni sociali sono chiamate a rispondere, si è particolarmente ampliato in corrispondenza dei drammatici esiti statistici rilevati. Notiamo come le attese risposte (sopra elencate) richiedono una rivalorizzazione, sia a livello locale che periferico, delle aree individuate cosiddette a rischio. Nonché la responsabilizzazione dei soggetti intermedi che operano all’interno e all’esterno dei locali pubblici (gestori di bar, vinerie, discoteche, addetti alla sicurezza ecc.).

In quanto preposta a dare determinate risposte, una migliore organizzazione sociale può fornire un valido contributo alla realizzazione dell’attività preventiva attraverso gli operatori (forze dell’ordine e altre istituzioni) che, per competenze e capacità, sono preposti a mantenere l’ordine ed a far rispettare le disposizioni di legge a riguardo. Alla luce dei mutamenti sopravvenuti e delle nuove realtà che affacciatesi sulla scena quotidiana, la società attuale si è rivelata inaspettatamente anacronistica, mostrando nelle sue crepe profonde i segni di una erosione annosa che non l’ha risparmiata dalla catastrofe, peraltro annunciata, sopraggiunta proprio “nel momento esperienziale della ragione e nel momento riflessivo della critica” (9) (M. D’Avenia, in MacIntyre op.cit.).

Momento in cui le nuove generazioni hanno reagito – e continuano a farlo – andando all’inseguimento di una identificazione diversa, giocata sul piano di “quelli che contano”, e combattere così l’insignificanza del nostro tempo. Non in ultimo, per volersi riappropriare della legittima indiovidualità che compete loro e, al tempo stesso, la pretesa necessità di un protagonismo che li vede uniti, nel riscattare la posizione di semplici spettatori di se stessi nell’evolversi di una società come loro vorrebbero nel compiacimento di ‘una rappresentazione esteriore e narcisistica di sé’. La difficoltà individuata è senz’altro di tipo ‘relazionale’, scollegata (e contraria) dal concetto di auto dominio (padronanza e controllo assoluto di sé), che vede inglobato in un tutt’uno (edoniostico e narcisista) tutto ciò che questo nostro mondo globalizzato e massimamente tecnicizzato mette a disposizione. Il paradosso è quanto più evidente, insito dell’andamento mutato e mutevole di una natura (quella adolescenziale) di per sé ibrida “che oscilla tra la ricerca della propria identità e la proiezione di un futuro ancora incerto, mentre vive il proprio tempo presente nel segno della precarietà e della drammaticità” (10) (Federico D’Agostino, “La metafora giovanile” – Ed.Seam 2001).

L’aspetto più evidente di quella che possiamo definire “una latente crescita individuale”, s’incontra nel complessivo rifiuto che i giovani in età adolescenziale hanno nei confronti della cultura e la carenza generazionale del rispetto degli altri e delle cose referenziali della società in cui vivono (luoghi di aggregazione in genere, edifici pubblici, di culto, monumenti, ecc.) . Due aspetti di una stessa medaglia attribuibili alla mancanza di volontà di crescita, quindi di maturazione; altresì nel ripudio di una presa di coscienza di sé che oscilla tra l’appartenere a una data collettività e lo svincolarsi da essa, tra brame di ribellione e desiderio di libertà che, talvolta, degenera e si trasforma in occasione di conflitto e di scontro violento.

Già negli anni ’50 il filosofo tedesco M. Heidegger annotava che: “Nessuna epoca ha avuto, come l’attuale, nozioni così numerose e svariate sull’uomo. Ed è anche vero che nessuna epoca ha saputo meno della nostra che cosa sia l’uomo. Mai l’uomo ha assunto un aspetto così problematico come ai nostri giorni”; (11) (M.Heidegger, “Vita, pensiero, opere scelte” – Ed. Il Sole 24 Ore 2006). Allorché il virus della post-modernità aveva infettato gli animi delle generazioni di allora. Quando cioè: “La situazione emotiva apriva l’uomo al nudo fatto del suo ‘essere gettato’ nel mondo; mentre la comprensione era la proiezione attiva e ‘progetto’ o ‘interpretazione’ di qualcosa in quanto tale”. (12)(M. H. op.cit.)

Un voler re-acquisire una propria ’identità’ ex-novo, una qualsiasi insomma, nei pensieri e nelle riflessioni, buona o cattiva che sia, per quanto tutto ciò conservi l’illusione che, una volta acquisita, possa rimanere simile nel tempo, pur nella consapevolezza che essa mantiene un aspetto effimero che è sempre assolutamente identico: l’essere ‘mortale’. Ècco quindi che ritorna l’evocato ‘vuoto’ iniziale che si viene a creare proprio in concomitanza col dover fare una e/o più scelte che condizionano la ‘realtà’ giovanile, vista dal loro punto di vista: di mancanza d’identità. “Certo, l’identità genera automaticamente ‘alterità’, chiusura, limitazione o annullamento degli scambi e un senso goffo di superiorità – scrive Adriano Favole (13) , (in ‘La Lettura’ – supplemento de Il Corriere della Sera – 10 Febbraio 2019). “L’identità – aggiunge – difficilmente consente di pensare le trasformazioni e persino il futuro , è come una roccia che si oppone al cambiamento (dello stasus quo?). A livello collettivo, […] tralasciando gli ‘orrori’ del disprezzo e scherno, segregazione, respingimento di chi è bollato come ‘altro’, sussiste (in alcuni studiosi), il pensiero interposto al concetto di identità del ‘vuoto’ assoluto”; cioè l’impossibilità nell’individuo per una condivisione socialitaria “e culturale dell’io e del noi, i quali, privati della identità, sarebbero (facili) prede di alterità più forti, consistenti e voraci”.

È il caso di Francesco Remotti (14) che in “Somiglianze. Una via per la convivenza.” – (Laterza 2018 citaz. in A. Favole op.cit.), “il quale prefigura soggetti e collettività destinate a decadere e infrangersi davanti a portatori di sostanze culturali granitiche”, ponendo al centro la questione del ‘con-dividuo’ come soggetto umano; “una sorta di ‘atomo spirituale’ che percorreva già le pagine di Horkheimer e Adorno quando scrivevano: «Se nel fondamento stesso del suo esistere l’uomo è attraverso altri, che sono i suoi simili, e solo per essi è ciò che è, allora la sua definizione ultima non è quella di una originaria indivisibilità e singolarità, ma piuttosto quella di una necessaria partecipazione e comunicazione agli altri.»

In conclusione si afferma che il ‘con-dividuo’ umano è fatto di relazioni che “aprono la strada non solo alla molteplicità delle ralazioni in cui è coinvolto, ma anche al carattere irripetibile o unico delle loro manifestazioni e delle loro combinazioni: “La convivenza non è soltanto una questione che riguarda i gruppi, ma è già dentro il soggetto umano. […] Che il soggetto umano è già di per sé una convivenza organizzata, da un punto di vista sociale, neurologico, immunologico, ecologico: attraversato dai suoi simili, a cui si legano i diritto persona, […] non necessariamente il frutto di una ‘identità’ predefinita, ma di un’opera di tessitura e intreccio di relazioni che crea ogni con-dividuo un po’ simile e un po’ diverso dagli altri.”

Quali spiegazioni dare al disagio e ai fatti del condizionamento sociale nelle giovani generazioni in fatto di bullismo e quant’altro?

Alcune ‘possibili’ risposte, fra breve nella seconda parte di questa stessa inchiesta.






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