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Gianmaria Ferrante un poeta nel labirinto specchiato delle p

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Gianmaria Ferrante … un poeta nel labirinto specchiato delle parole.

«Corrono i monatti, alla nuova pestilenza metropolitana … cadono tamburi, striscioni, fantasmi anneriti dal tempo … un cieco testimone batte i pugni, sotto i portici del Duomo … è Sabato» - scrive il poeta, traducendo dall’ebraico Shabbat, il giorno del riposo, ma che è anche il ‘giorno delle streghe’.

Voler conoscere Gianmaria Ferrante attraverso la sua poesia da la sensazione di riflettersi nello specchio del tempo e trovarsi, o forse solo ritrovarsi, dentro la dimensione onirica della conoscenza, in quella spazialità incommensurabile tra passato e presente che ottunde ogni riflessione razionale che si completa nel labirinto del presente. Lì dove, al dunque, ogni dimensione è resa possibile in divenbire esercizio mentale che dal realistico penetra nel fantastico e viceversa, dando luogo a una sequenza connettiva di emozioni, caleidoscopiche visualizzazioni e sentimenti fluidi di cui quasi si disconosce l’appartenenza. E dire che curiosando tra le righe (interconnessione di linee e spazi) si denota nel poeta, in quanto uomo del nostro tempo, una certa solidità di pensiero che mette in luce un’eredità agreste riconducibile a un’indubbia appartenenza secolare, consolidata nel tempo della sua formazione (crescita, maturità, affermazione sociale).

«Io dissi (loro), e tutti si girarono per colpirmi … vecchi guerrieri a caccia nella palude terrena … non riuscirete a sottrarre il manto prezioso (il vello), costruito nell’infanzia (dei miei giorni).»

Una testimonianza congruente questa solo se ci si sofferma a ponderare il ‘messaggio culturale’ costitutivo del suo fare poesia, «..estremamente profondo e complesso, che va affrontato con particolare attenzione», e aggiungo ‘particolare interesse’ nel voler conoscere il suo pensiero: cioè la sublimazione del sapere in tutte le sue accezioni significative, i pieni valori esponenziali, il senso che si vuole dare alla propria vita, per cui: «La poesia intesa come espressione sublime del linguaggio, può diventare un santuario dove rifugiarsi per una sosta rigeneratrice. Aiuta a ‘sentire’ la vita, fa riscoprire valori, amicizie perdute, incontri dimenticati tra le pieghe nebbiose dell’esistenza. Possiede una insospettata capacità evocatrice; può annullare il tempo e, nelle mani sensibili dell’artistsa, diventare uno scalpello. Crea figure dal nulla, scolpisce episodi, cristallizza sensazioni. Riempie il vuoto senza l’uso del marmo.»
La poesia quindi, intesa come espiazione di un passato che ci sospinge tutti verso quel futuro ‘futuribile’, in quanto concezione lineare del tempo, in base a una previsione razionale del possibile. Ecco che il ‘medioevo futuro’ concepito nella poesia di Gianmaria Ferrante trova la sua ragione d’essere in quanto riferimento allo spazio temporale di ‘infinito’, e non già che si oppone al passato quanto, invece, di avanzamento di quanto deve ancora accadere.

Una presa di posizione questa che definirei stoica in quanto coraggiosa, impertubabile di fronte agli accadimenti della storia, e se vogliamo eroica, che si scontra con la variabilità e la mancanza di senso della poesia dei nostri giorni. È questa una posizione forte, che vede abbandonare l’efferatezza della barbarie per rivendicare una contiguità che pure c’è stata, più che in letteratura e in filosofia, proprio nella poesia che, nel sostenere le emozioni, restituisce vitalità alle esperienze umane, al tempo stesso, offrendosi come opportunità dotata di dignità e individualità relazionale.

«Voi maledetti, lasciate sempre una traccia indelebile, al vostro passaggio … violenti demoni sbucati dai sotterranei, in fiume tumultuoso che tutto rovina al suo passaggio. … Era un giorno di Gennaio, il bosco intatto piangeva agli spari di un armigero calato dal grande freddo, con una maschera d’acciaio … venne il grido del figlio sconvolto, in ginocchio accanto al padre ucciso da un topo sotterraneo. Un moto di rivolta dopo tanta follia, raggiunse il Padrone del Creato … spiegò le mani al cielo madido, chiedendo aiuto … venne un alito leggero, il canto di un bimbo appena nato, il pianto di un corvo chiamato a testimonio.»

Ciò a dimostrazione di come il solo mero accordo morale, fine a se stesso, avvalori oggi come ieri e in futuro, lo scambio reciproco; quel donarsi astratto e indistinguibile che pur ci rende grandi. I sentimenti giocano un ruolo essenziale nella genesi e nella costituzione del principio di ‘poesia’, cioè: «..la capacità di ‘empatia’ come presupposto emozionale per un’assunzione di ruolo ideale. (..) Di immedesimarsi e di accettare la prospettiva degli altri, sia con individui socializzati in una forma di vita estranea o dissonante. (..) Si tratta di una disposizione cognitiva che ci rende sensibili alla ‘diversità’, cioè alla singolarità e alla particolarità dell’altro che rimane aggrappato alla sua alterità rispetto alla tradizione.» (Martha Nussbaum).

Per il resto, l’immaginazione narrativo-poetica di Gianmaria Ferrante è solo una parte di quanto egli riesce a trasmettere attraverso i suoi scritti, trasmessi in questo libro nel linguaggio degli haiku, quella caratteristica scrittura giapponese i cui segni, trasmissione di immagini, portano a decifrare sentimenti sensoriali ispirati da elementi naturali, un momento di bellezza o un’esperienza subliminale, pari a quella dei veri artisti e dei poeti, anche se non è di loro escluviva padronanza. Nasce da questa esperienza di scrittura per immagini: «..il parallelo tra il medioevo propriamente detto, quello curtense, e il medioevo metropolitano moderno, cioè delle metropoli, che si fa evidente nella commistione fra manifestazioni di popolo antiche e attuali, in un gioco volutamente allusivo e sognante, di sovrapposizione, di dissolvenza incrociata tra la naturale rappresentazione immaginifica del centro urbano medievale e la puntualizzazione di carattere attuale.» (dalla nota introduttiva la testo).

D’altro canto una scrittura siffatta, rappresenta una fonte di ispirazione per le emozioni del lettore (per me che scrivo in particolare), di richiamarsi al migliore impiego possibile dell’immaginazione letteraria in generale e, nella poetica (oralmente trasmessa) in particolare. Ma veniamo ad alcuni esempi ‘sonori’ insiti nell’utilizzo della parola ‘a se stante’ tenendo presente che le pause (i bianchi o i vuoti che siano) offrono un ampio spettro di forme ‘etiche’ del comunicare, proprie di chi legge in silenzio, o che emetta il suono delle parole. Così l’artista della materia che può essere la pittura o la scultura «..può farci comprendere come la vita sia dipingere un quadro, o dare forma a una scultura, non fare una somma di tutta un’esistenza.», (in M. Nussbaum). Da cui il ‘senso’ delle cose nella realtà/irrealtà dei sentimenti e delle emozioni che forgiano la nostra cultura.

In ciò Gianmaria Ferrante riveste i panni smessi del tempo per dedicarsi ai ‘suoni’ arcani delle parole, alle sospensioni diversificate dalle pause, dei contenuti aspersivi delle note musicali in essi contenute, così come negli accostamenti degli ossimori che riverberano l’ampiezza acustica aggettivante dei suoi concetti, talvolta inespressi, e che pure sono pregni dell’efficacia dell’esperienza ridondante di tutta una vita, la sua vita (?), che quasi viene da chiedersi, quanto di essa rientri nell’autodeterminazione agiografica dell’individuo; e quanto nella divulgazione futuribile di ciò che si è stati; e che preclude la ricerca di un’equilibrio irraggiungibile, che oscilla tra ciò che si è e ciò che si è cercato di essere nel corso dell’intera esistenza di un uomo. Senza considerare i confini (limiti e soglie) fra il vissuto e l’irrealtà filosofico-culturale d’indirizzo, come particolarmente significativi ai fini della scelta.

«L’acqua di cristallo, risplende nella nebbia mattutina che dirada leggera, nell’incanto di una valle nascosta … mormoro una preghiera sommessa, mentre scendo leggiadro la tua china … la stupenda pineta rinsce alla mia vista, mi avvolge un effluvio inebriante. Palpita serena l’anima mia … la vita fluisce libera come il frullo di un passero solitario, il canto del galo cedrone, nascosto nel bosco inviolato … il guizzo della trota salmonata che risale il torrente scosceso.»

Sebbene l’immergersi nel labirinto interstiziale della città/mente da cui prende forma ‘Metropolis’, dopo un inizio di cercata storicità, è qui abbandonato al fine di aprirsi a una visione ‘spalancata’ su un mondo che non gli appartiene, del quale il poeta vuole/cerca le linee intersecanti che gli restituiscano il ‘senso’ di un più sano vivere cui prestare attenzione, in quanto parte essenziale di un’educazione civica almeno accettabile e alla razionalità pubblica della giustizia che l’utilitarismo ha finito col soggiocare. Ma questo che potrebbe sembrare un parlare d’altri tempi non riguarda la vivida scrittura del poeta, tutto è sottinteso e resta nella sfera di quel sentimentalismo di disapprovazione interiore che talvolta lo sovrasta.

«Attendo, nel cristallo immobile del mattino, il tempo concesso al magico sortilegio … giocano luci opali a rimpiattino, stolte figure vagano minacciose sui binari d’acciaio … è un pallido giorno questo, dai vagoni ammassati nel deposito ferroviario s’aprono voragini oscure, risorte … nell’ultimo (mio) viaggio.»

Gianmaria Ferrante risponde con veemenza alla consuetudine dell’accettazione, a suo modo si ribella alla fatate sottomissione degli antichi, e invoca il sempiterno Iddio d’incedere senza clemenza su quei moderni che ‘a parer suo’ pur conoscendo i propri limiti attuano politiche di esclusivi interessi individuali, perdendo nel processo economico-utilitaristico, tanto l’identità quanto la dignità d’esseri umani. È forse il passato che ritorna? Proprio così, è il nostro passato che, anche dopo l’accurato rimaneggiamento e la necessaria quanto inevitabile evoluzione, sovrasta il presente e s’inoltra nel futuro d’una città (Milano), a ricreare tensioni e paure che da sempre ci poprtiamo dietro. Questi in sintesi i contenuti aperti, anzi spalancati, di un fare poesia d’attualità che, pur nella sua ‘liquida’ essenza d’intenti, non lascia spazio ad alcuna promessa di facile riscatto.

«..Il quadro dell’orologio ruota instancabile, l’indice tremante al soffitto plasticato … è l’ora tredicesima questa, l’attimo della sosta, in basso … gli uomini macchina.»

«..è un giorno strano questo … l’ultimo arrivato prepara il giaciglio, stende per terra cartoni sfatti e un sacco … nero di condominio.»

«..dai muri sorge un avviso imperioso, il dito puntato contro il randagio cittadino … lo scalpiccio continuo di piedi ansanti che grufola sotto il porticato.»

È allora che la città metropolitana che viaggia nel sottosuolo diventa la megalopoli di superficie, si popola di individui ‘pallidi’ come fantasmi, ‘scuri’ come la notte, ‘plumbei’ e spaventosi come la morte; i palazzi, le gallerie, i viali, le arcate, i portici, i semafori, l’asfalto che ricopre il tutto; gli strilloni di giornali, i Titoli di Borsa, i tram, le auto, le grida, gli spari, le sirene impazzite, i camminanti, i viandanti, gli impiegati che varcano i tornelli, i telefoni, le stampanti, gli orologi cristallizzati sotto la neve, ma basta una sferzata di forte vento per smascherare il tutto, si tratta di una finzione, di una sosta-pausa scritta, che solo il poeta-principe della regia riesce a far agire sulla scena. Il titolo? Metropolis: «Un rombo indistinto, compressori, fischiano idrovore, ventole arrochite … fruscianti filobus stracciano nel cielo violenti riverberi elettrici, sferragliano i tram sui binari, si bloccano stridendo vicino a grappoli di uomini …» ossessionati da una ricerca di fuga, da ‘uno strappo improvviso’ che li riporti alla ragione, o forse che li consegni alla definitiva pazzia.

«La gente, scivola lontano dal Metrò, portando il vuoto pauroso, fisso nello sguardo … Il mattino scende, in lavacro nelle strade polverose, ramazzando gli scarti della notte, presenta solenne un proclama al popolo in disarmo, il monatto dell’ultima pestilenza (di moda), schizza da un muro dipinto di bianco, il fagotto dell’Inverno si stringe, nelle spalle rattrappite dal gelo, scambierà l’abito grigio, per un tiepido intruglio.»

Quella gente che, come tutti noi e voi, possono dirsi monatti, o forse ‘migranti’ di pestilenze bugiarde, che di città in città si portano dietro il vuoto pauroso fisso nello sguardo. Quelli siamo noi, come voi, amorfi impiegati che sognano la fuga dal mondo: «..non sai decidere tra la prigione dorata che ha reso anonimo il tuo passo … e il grande spazio oltre le guglie del Duomo. Corri amico imbelle, vola sulle ali del sogno, la quinta stagione è questa … nessuno conosce la fine, nemmno il finto santone vestito d’arancio che agita il campanello … al tuo passaggio.»

Ed eccolo al dunque dall’angolo più remoto, affacciarsi sul nostro quotidiano, il ‘medioevo futuro’ di cui stavamo appena blaterando, i cui protagonisti non possiamo che essere noi, quei monatti imbrattati sulle pareti del tempo, fuoriusciti dalle figure graffite sui muri, nelle scritte d’una lingua misconosciuta dedotta da antichi libri esoterici che hanno dato sembiante ai simboli della trasformazione e dell’immaginazione mitica, agli animali e ai mostri fantastici, alle maschere rituali e agli Arcani maggiori, ai segni dello Zodiaco e agli oroscopi, alle fattucchiere e alle cartomanti che s’aggirano di notte in Galleria a Milano, come a Roma, a Napoli e Torino; a quei gargoiles che s’affacciano dalle guglie delle cattedrali, quei doccioni che tanto spaventavano le genti medievali con la promessa di mondarli d’ogni colpa contro la reiterata assenza di una fede certa.

«Cento guglie di marmo, forano il cielo nevoso, ringhia livore il passaggio dell’ultimo raduno … volano striscioni vermigli negli occhi puntati sul Duomo, corrono macchine e sirene attorno … sollevano bardature guerresche, caroselli impazziti sbucati dal passato, lo squillo di una sirena urlante … seguito da uno sparo.»

Uno sparo, un sussulto nel buio mentre… «Questa notte, le pareti oscillano curiose mentre viaggio oltre i confini del noto … la mente libera riordina il passato … affastella parole e suoni di morte raccolti dal tuo cuore malvagio … fra poco, lasciando a terra questo mio fardello, spiccherò il volo … per l’ultimo viaggio.»

C’è un ché di ‘nero’ che coinvolge il lettore di queste pagine, come di un desiderio regresso di giungere alla fine, una lunga infinita lettera di richiesta di perdono, verosimilmente mai spedita a un fratello sognatore, scomparso in illo tempore e amato oltre misura … ma chi può dirlo non è certo il lettore, se non il poeta chi?, in cui è detto: «..la vita è pastura di uccelli affamati, una pozza striata nel ghiaccio rigato di grigio … il viso impresso in un lago d’asfalto, il sogno temuto che irrompe improvviso ... mi blocco, pieno di spavento, smarrito in un pozzo … aperto sull’abisso.»

Note sull'autore:
Gianmaria Ferrante, a 22 anni si reca in Inghilterra per mezzo di una borsa di studio e si diploma agli studi, con particolare riguardo alla letteratura Inglese. Tornato in Italia svolge mansioni tecniche di rilevante importanza; passa poi alla Formazione del Personale e alle Relazioni Industriali di una grande azienda milanese, continua i propri studi e l’attività letteraria, gestisce inoltre uno studio professionale privato. Successivamente al suo ritorno in Italia pubblica "Una pallida notte", cesura ideale tra il passato ormai annullato e un ventennio di invenzione artistica e letteraria. Fa seguito la Trilogia della Pietra (La Città Bianca, Mediterranea e Metropolis) tradotte integralmente in Inglese da Peter De Ville; quindi il secondo romanzo " Un Uomo di successo " (per video, book trailer e intervista vedi YouTube Gianmaria Ferrante). Quindi prosegue nella revisione di quanto realizzato in un eterno punto di transito e rifugio, testimone di magici incontri e terrificanti battaglie, immerso nella sua storia millenaria, imbevuto di cultura proveniente dall'intero Mediterraneo e pubblica in questi ultimi due anni la Trilogia del magico (Vento del Nord, Il Cerchio Magico premiato nel 2014 a Lecce e Notte a teatro). Della successiva 'Trilogia del Sogno', nel mese di Febbraio 2015 viene pubblicata a Genova la silloge ‘I Cavalieri di Groen’. In Aprile 2016 esce per GOLDEN PRESS ‘La Soglia. Ritiratosi anzitempo dalla vita attiva per dedicarsi completamente alla letteratura, oggi vive principalmente nella propria azienda biologica, visitata da volontari provenienti da ogni parte del mondo, situata nel Parco degli Ulivi di Puglia, in territorio di Ostuni.

Opere pubblicate:
‘Gli amori verdi’ (romanzo), Editrice Arpa Letteraria, Milano; ‘Il sogno d’alabastro’ (poesie), Lo Faro Editore, Roma; ‘Una pallida notte’ (poesie), Gruppo Albatros, Viterbo; ‘La città bianca’ (poesie), 1° edizione Italiana, 2° edizione bilingue - Inglese con testo a fronte - Golden Press, Genova; ‘Mediterranea’ (poesie), 1° edizione Italiana, 2° edizione bilingue, Golden Press, Genova; ‘Metropolis’ (poesie) 1° edizione Italiana, 2° edizione bilingue, Golden Press, Genova e Il Cerchio Magico, Golden Press. Genova.

Tutti i ‘corsivi’ appartengono all’autore Gianmaria Ferrante tranne quelli in cui è citato un diverso autore.
Per Martha C. Nussbaum , ‘Giustizia Poetica: immaginazione letteraria e vita civile’ - Mimesis Edizioni 2012.

Larecherche.it ringrazia l’autore per aver concesso l’utilizzo dei testi inclusi nel libro ‘Metropolis’, raccolta poetica di Gianmaria Ferrante – Golden Press 2012 con traduzione in inglese a fronte di Peter De Ville.

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