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Il «miracolo crudele» della parola - Lo sguardo inverso

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Il «miracolo crudele» della parola 

Lo sguardo inverso di Maria Benedetta Cerro si manifesta fin dal primo sguardo come un testo esigente, refrattario - come del resto tutti i libri della Cerro - a compromessi e accomodamenti di sorta. Il linguaggio con cui sono costruite le poesie in esso presenti è fortemente ellittico e allusivo, poco incline a mettere a suo agio il lettore e decisamente più propenso a provocarlo e a depistarlo. Per questo motivo è un linguaggio implicitamente rivolto a un lettore motivato, pronto a mettersi in gioco nell’atto della lettura, disposto a ingaggiare un vero e proprio corpo a corpo con la pagina scritta. Un lettore in cerca di evasione non farebbe al caso dello Sguardo inverso, insomma. D’altro canto i libri esigenti - o, per riallacciarci al lessico di Volponi, potremmo dire: i libri “buoni” - sono quasi sempre quelli che prima e più di altri meritano di essere letti, e a questa regola non fa eccezione Lo sguardo inverso di Maria Benedetta Cerro. È questo, infatti, un libro che, se affrontato come esige di essere affrontato, può porre il lettore di fronte a una interiorità assai intensa e sofferta, in grado di interrogarlo radicalmente. Faccio riferimento al concetto di “interiorità” perché il discorso poetico dello Sguardo inverso si svolge quasi tutto entro il perimetro dell’io. In questi versi, infatti, la realtà esterna viene menzionata in maniera piuttosto cursoria e, soprattutto, viene connotata negativamente, come il regno dell’inautentico, del fittizio e del convenzionale. Insomma: come tutto ciò a cui si contrappone lo «sguardo inverso» del poeta: lo sguardo di chi, letteralmente, guarda da un’altra parte e, quasi agostinianamente, cerca la verità dentro di sé e non nelle cose del mondo. Penso, nel dire questo, ai versi del primo componimento della raccolta, la cui funzione incipitaria è resa palese anche dal carattere tipografico in corsivo, che lo differenzia da quasi tutte le altre poesie del libro: Ebbi nozione dell’inverso e ne sondai l’inganno. Da quel punto vidi la realtà farsi apparenza. La lingua delle convenzioni rantolare un dire fuggiasco il diverso gettare all’opposto l’unico ponte prossimo al vero. È bene precisare, a scanso di equivoci, che l’impostazione di questa ricerca è essenzialmente metafisica e non ha nulla di intimistico o, men che mai, di solipsistico. La voce del poeta, in Maria Bendetta Cerro, desidera la verità della propria esistenza e la cerca dentro di sé senza compiacersi nella rievocazione di sentimenti provenienti dal privato e senza tentare di isolarsi dal resto del mondo. È anzi possibile rilevare che in più occasioni l’io poetico, nello Sguardo inverso, cede il passo a un «noi» di carattere fortemente meditativo («Conosciamo le nostre finestre / il ritardo nel porgere alla vita / la perfezione dell’incontro / il tentativo di essere nel giusto / e la certezza di un passaggio / per tendere all’altro / le nostre speranze disperate» ) o si spinge a invocare un «tu» che, di volta in volta, può essere un interlocutore più o meno occasionale, il lettore o, come nei versi che seguono, un’ipostasi della poesia stessa: Miracolo crudele che ha guarito gli occhi - ora ciechi e dallo sguardo inverso - Lo strumento di questa inquieta indagine interiore è la parola poetica, e Lo sguardo inverso può essere in larga misura considerato una sofferta meditazione intorno alle sue possibilità e ai suoi limiti. Alla Cerro essa appare «sorgiva» - Il dire sorgivo è il titolo della prima delle nove sezioni che costituiscono la struttura del libro - perché il suo manifestarsi accade ogni volta come se fosse la prima, risultando dunque in grado di riattivare quella meraviglia di fronte all’esistenza che i più tendono a spegnere nell’abitudine e di cui il poeta - incapace di perdere di vista il fondo misterioso del vivere - non riesce a fare a meno («Il cielo neutro della parola / manifestò il suo dire sorgivo / e il lutto / fu animato dalla meraviglia» ); ma al tempo stesso, con un’altra metafora legata al campo semantico dell’acqua ma dotata di senso opposto, la parola risulta essere «prosciugata», perché nella tensione verso la purezza del linguaggio la ricerca del poeta si spinge addirittura fino alla sua negazione, ovvero a quel silenzio ricercato anche dai grandi mistici di ogni epoca («Purché sia la gioia: la profondità della gioia. / Deve farsi spillo, essere trafittura. Sottile ed essenziale. / Tale la parola prosciugata fino al suono. / E ancora prosciugata, fino all’assenza del suono. / Perché meditativo e intimo è il luogo che origina la folgore» ). Si tratta, con ogni evidenza, di una concezione mitico-religiosa della poesia che affonda le sue radici nella tradizione orfica e che si muove in decisa controtendenza rispetto alla svalutazione postmoderna della parola e, contestualmente, rifiuta ogni tentativo di ridurre il linguaggio a una dimensione puramente strumentale. Agli occhi della Cerro, infatti, il poeta non può disporre della parola, la quale gli viene in qualche modo donata da una ulteriorità misteriosa che possiamo chiamare Dio o destino ma da cui, in ogni caso, egli si sente investito. Illuminanti, in proposito, sono le parole che l’autrice ha impiegato nel respingere l’idea che la sua poesia possa essere definita «terrifica e infelice», che, a causa del bisogno di autodefinizione che esprimono, possono essere lette come una vera e propria dichiarazione di poetica e, con la costruzione al passivo del terzo periodo, mostrano che l’autrice non si percepisce padrona del proprio linguaggio: Tu mi dici “terrifica e infelice” io sono schiuma che brulica sui rovi. Mi fu dato il conoscere e il ritorno. Dico il muto abisso di cui posseggo chiave e profezia. Malgrado possieda «chiave e profezia» del «muto abisso», però, il poeta non è in grado di proferire parole esaustive e, al contrario, il suo dire è costantemente esposto all’esperienza dello scacco e all’esigenza di ricominciare daccapo la propria ricerca. La verità a cui approda - o da cui si sente posseduto - il poeta è infatti frutto di una consapevolezza irrimediabilmente precaria, destinata a naufragare nel giro di un istante e a costringerlo a fare ogni volta ritorno sui suoi passi, e questo conferisce al suo poetare un carattere oscillante e contraddittorio, mai pacificato ma, al tempo stesso, mai arrendevole. È molto probabile che sia questa dialettica senza sintesi tra pienezza di senso e spaesamento esistenziale la vera matrice della poesia di Maria Benedetta Cerro e la fonte da cui sono nati i versi dello Sguardo inverso, ed è certamente da questo contrasto permanente che nascono i campi semantici della luce e del buio che - come abbiamo potuto vedere anche nei brani precedentemente citati - attraversano in lungo e in largo le poesie di questa raccolta. Laddove la luce - che compare soprattutto in forma di lampo, folgore, bagliore e quasi mai come luce piena - è metafora dell’acquisita consapevolezza del vero, infatti, il buio allude allo smarrimento a cui il poeta sa in ogni momento di essere esposto e, in fin dei conti, destinato («Ciò che è vivo vive al buio» ). L’alternarsi di buio e luce contribuisce inoltre a dare un tono fortemente coloristico alle poesie che la Cerro ha affidato a Lo sguardo inverso, nelle quali i rimandi espliciti alle arti visive sono assai più parsimoniosi di quel che accadeva ne La congiura degli opposti ma da cui comunque emerge una volontà di costruzione dell’immagine di matrice pittorica. E, benché il buio costituisca la tonalità dominante, la pagina della Cerro non rinuncia mai a coltivare, con una fermezza che giustamente è stata assunta «sotto la categoria della virilità» , un filo sottile ma tenace di speranza, la quale costituisce, forse, l’unico, vero - e inevitabilmente proiettivo - approdo a cui giungono i molti ossimori che attraversano la sua poesia: Claudicante, sola, ubriaca, folle. Ferita, ignorata, esposta alla caduta è colei che dall’ombra è irrimediabilmente scissa. Non temere le folgori - mi dice - hanno i bagliori del vero. Luminose ferite apre la gioia nell’abisso. Così puoi vedere per un attimo nel fondo splendere la perla. Cantala piano, scagliala a distanza. Nel buio dell’indifferenza, prima o poi splenderà. Tommaso Di Brango

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