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Il maledetto Modigliani

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 Nelle pagine del suo diario una giovane Achmatova scrive a proposito di Modigliani:
"Lo colpiva in me, più di ogni altra cosa, la capacità di indovinare i pensieri, di vedere i sogni altrui, e altre piccolezze..."
 La poetessa russa delinea il profilo di un artista niente affatto male-detto: non solo a motivo del fatto che, durante la loro frequentazione parigina, egli non fosse mai stato sorpreso ubriaco oppure intento a bere. Nella Parigi del 1910 Modigliani non aveva ancora raggiunto la fama a cui, si sa, quanto più grande è il successo, tanto più si accompagna la tendenza a estremizzare e deformare, in un'immagine mitica o dannata, la biografia del genio. L'artista livornese infatti sembra essere diventato maudit - o Modì, per giocare su una felice abbreviazione - soprattutto dopo la sua morte. A distanza di un secolo da quell'evento il riconoscimento artistico, con tutto il suo carico di mitizzazione, pare davvero essersi mutato in una maledizione: le "celebrazioni" dell'anniversario si limitano a circoscritte esposizioni nella città d'origine e alla rapida rassegna cinematografica tesa tra la narrazione romanzata e l'agiografia a rovescio; continuano a moltiplicarsi i falsi immessi nel mercato, così come gli aneddoti legati alla vicenda personale, drammatica e dissoluta, dell'artista, su cui si è lungamente polarizzata l'attenzione dei critici e degli storici dell'arte.
 Insomma dell'artista si discute ma se ne dice male, anche nel senso che non se ne dice abbastanza.
 
 Eppure una vera e propria rivoluzione Modigliani l'ha compiuta ed è a questa rivoluzione che bisognerebbe tornare. Le parole annotate dall'Achmatova ci aiutano a riposizionare lo sguardo sull'opera e sul travaglio che ne ha guidato la genesi, perché quella "capacità di indovinare i pensieri" e di "vedere i sogni altrui", che contrassegna ogni profonda sensibilità umana, appartiene allo stesso Modigliani, e ne sono un riflesso i quadri come la ricerca intellettuale.
 
"On communique", ripeteva un giovanissimo Amedeo all'Achmatova, forse già in parte consapevole di quanto egli avrebbe "scoperto" nell'incontro con l'arte egizia e primitiva, durante il cosiddetto Période nègre. In quel mondo arcaico tutto è (in) magica comunicazione: ogni elemento naturale, ogni accadimento è carico di molteplici significati non sempre linguisticamente riferibili; ogni cosa è un nodo di infinite relazioni, è parte di una realtà inesauribile, non conoscibile appieno con le sole armi del pensiero logico. C'è qualcosa che sfugge, un mistero impenetrabile allo slancio dell'attività intellettiva: intuizione, emozioni, sentimenti fusionali, ritmi cadenzati e danze tribali si riscoprono come gli strumenti necessari di una comprensione più estesa e più profonda delle magiche forze che animano il mondo.
 
 Ecco allora, sul piano pittorico, l'addolcirsi delle forme, che diventano via via più morbide e sinuose, inscritte nel segno di una circolarità che suggerisce l'idea di un continuum armonico tra corpo e spirito, spazio e tempo, interiorità e realtà esterna. È attraverso la rappresentazione quasi esclusiva della figura umana che Modigliani realizza la sua rivoluzione, al contempo stilistica e filosofica. Una rivoluzione che si svolge in due passaggi: il rifiuto del realismo e la "divinizzazione" della figura. La raffigurazione del collo allungato alla maniera delle statue egizie, che contribuisce a conferire ai soggetti rappresentati un atteggiamento di solennità e immobilità, la semplificazione dei dettagli, le tinte forti privilegianti i colori primari definiscono una scelta stilistica che rende estremamente riconoscibili le opere dell'artista. Tuttavia, è nel particolare dell'occhio vitreo e privo di pupille che risiede la cifra inequivocabile della sua produzione.
 
 Gli uomini e le donne ritratti da Modigliani sono come trasfigurati in una dimensione estatica, in cui lo sguardo non è vacuo, ma è piuttosto segno della percezione di una pienezza che eccede i limiti della stessa visione. Ogni uomo, sembra dirci Modigliani, è capace di vedere oltre ciò che si concede alla vista, di "indovinare i pensieri e i sogni altrui" scrutando a fondo nell'animo dell'altro. Il corpo, i gesti, le espressioni del viso, il tono della voce raccontano silenziosamente agli altri la nostra storia e l'intera realtà alla quale apparteniamo assomiglia ad un discorso, impercettibile, ininterrotto: "On communique..."
 
 
Bibliografia
A. Achmatova, Le rose di Modigliani, Il Saggiatore, Milano 1982
G. Cortenova, Modigliani, Giunti Editore, Firenze-Milano 1988 

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