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Gare Avenue de Saint-Ouen – Louanges profanes

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Attraverso rapido il Boulevard des Maréchaux lasciandomi alle spalle il chiacchiericcio di un bistrot e i quattro sfaccendati che si gustano i raggi del sole primaverile, insieme alle macchie d’inchiostro del quotidiano appena stampato e qualche goccia di Pastis, che colora appena l’acqua, come le vaghe nuvole che rappezzano stanche il cielo questa mattina. Oltrepasso la breve hall della stazione e proseguo a passo deciso sulla scalinata dritta che scende al binario. Controllo l’orologio, le 10:27, e già sento il piccolo convoglio sferragliare scivolando sotto la stazione mentre viene ad allungarsi ai miei piedi. Mi siedo accanto ad un finestrino, il cappello e il bastone si accomodano nella retina, i guanti li tengo, non si sa mai quali e quante mani sono passate qua prima di me, e i miei polmoni già sono in subbuglio per l’enorme quantità di polvere che si muove nell’aria, piccole volute minacciose si aggrovigliano placide nelle strisce di sole, filtrate dagli alberi lungo la ferrovia, mutevoli nel procedere del vagone mentre si avvicina ad un austero cartello che informa che il brutto edificio di mattoni che sta sorgendo all’orizzonte è solo la stazione di Saint-Denis. Mi sfilo i guanti ma non so risolvermi se posarli sulla retina, metterli nella borsa o continuare, come sto facendo, a muoverli qua e là nel pugno destro, come la corrente quando cerca di portar via le ninfee, forte della primavera che ne ingrossa la portata. Assorto in fuggevoli pensieri mi porto i guanti al viso e, da qualche luogo remoto dei viali parigini, da qualche salotto ancora sigillato dal maltempo, mi giungono soavi squilli di campanelli d’oro, è l’essenza di neroli che si stira di fronte i miei sensi stupiti, ne posso quasi avvertire il gusto liscio sul palato. La mente si affretta a trovare una collocazione a questo sentore, passa in rassegna pouf e divani, guarda incedere maestose aigrettes e zinali fuggire via discreti. Ai fiori candidi si affianca improvvisa la cremosità del giglio bianco, insieme evocano i biancospini; ma non quelli vivi e quasi sanguinanti delle siepi della mia infanzia, ne avverto i sospiri rinchiusi in un segretissimo sachet, li sento cinguettare fitti con il benzoino, rimbrottati solo il giusto, e per non essere dimenticata, dalla pimenta racemosa. Dietro le mie palpebre, appena appesantite da una invincibile spossatezza, s’affaccia l’origine delle spiraleggianti volute. Attraverso un flacone trasparente di angoli retti, dalle linee tese e contrassegnato appena da un numero, riappare quell’ultimo giorno: dietro le persiane trapuntate dalla luce del pomeriggio, la sua camicia di lino appena gualcita dal segno che ancora tentenna sul lenzuolo, neanche scostato dall’impellenza dell’incontro. Il braccio che mi porta da un passato che contiene tutti i tempi, tutte le genti, i guerrieri di Sparta, tutte le volute d’incenso che si sono levate per salutare vittorie o sconfitte improvvise, cedimenti, o vette conquistate con l’impudenza di un piano ben congegnato, la sua mano a schiudersi sul mio viso, le punte delle dita come una lingua inventata per celebrare con odi profane il momento. Il palmo della mano si apre come un anemone di mare sulla mia guancia che ne sugge tutto il calore, la pelle a leggere la fitta rete di misteri che scivolano con i globuli rossi nella circolazione, misteriosi ed invisibili convogli che si intersecano su minuscole ferrovie in grado di trasportare montagne, astri, sistemi di vite, segreti di esistenze obbligate a circolare in maniera interminabile, a nutrire un cuore che - come la stazione di Belleville-Villette, che si sta approssimando al mio viaggio, - ha bisogno di inferriate ed un cancello, pronti a proteggere chi sale e scende dal vagone. La polvere che sentivo negli occhi mi diceva che quei cancelli si sarebbero aperti di li a poco, il treno sarebbe ripartito tra fischi e sbuffi nel suo immutabile circolo attorno al cuore pulsante della città. Ma io me ne stavo allontanando per sempre, i cancelli non si sarebbero dischiusi rischiando di lasciar entrare il chiacchiericcio che accomuna serve e baronesse, il convoglio deve circolare su binari sgombri da immondizia, celandosi durante il suo tragitto in brevi gallerie, ma potendosi gloriare del pieno sole in altri tratti. E i raggi del glorioso astro sgranati dalle imposte stavano bruciando la mia guancia, quel pomeriggio in una stanza poco distante la stazione di Ménilmontant, accompagnati dall’effluvio della sua pelle, le cui misteriose particelle ancora punteggiano il mio guanto. Ogni volta che ne aspiro il ricordo, forte risale dai fondali dell’esistenza il ricordo doloroso, dal paese dei Cimmeri riappare minacciosa quell’ombra che mi fa cenno di seguirla, ombra cui ho resistito solo nell’apparenza, ma che si è presa il respiro, oggi appena sufficiente ad alimentare il pensiero, i ricordi e qualche uscita pianificata con mille difficoltà e un anticipo talmente vasto da potervi far crescere la pianta velenosa dell’abbandono e della reticenza. Sbatto le palpebre per il sole che ora attraversa le fronde alla stazione di Charonne, rapida passa tra la rètina e i pensieri più reconditi l’immagine dei tigli sotto i quali passeggiavi svelto sul viottolo del bois verso il Jardin d’acclimatation, lasciando dietro di te particelle di aria profumate di gelsomino e menta, come se una folata di vento caldo, attraversando un accampamento di nomadi del deserto intenti a preparare un tè, ti avesse raggiunto e circondato festosa per accompagnarti in quella rapida passeggiata - quasi fuori stagione - ma che segnava l’inizio di un tempo ben più duraturo per i miei sensi. Lessi avido il tuo alito appena accelerato dalla camminata veloce e dalla paura di essere visti tra i cespugli in cui sbocciarono i nostri primi baci, e lo smarrimento nelle tue iridi clandestine, il dovere ti richiamava appena subito dopo l’averti congedato; io ti seguii, cercando di racchiudere nella mia mente quante più sfumature di aria, densità di colori, tonalità di silenzi che ti lasciavi dietro fendendo il pomeriggio. Quella buffa stazioncina che ancora ricordava l’allevamento di volatili utili allo svago di qualche testa coronata, molto pretenziosa, col suo bravo orologio e la cupola a scimmiottare ben altri sfarzi e ingegni architettonici, ti aveva inghiottito, ma le maglie del tempo, che - si sa - non sono tutte fitte e identiche, ci avevano regalato una sospensione di pochi attimi durante i quali eri riuscito in un soffio a sussurrare il tuo nome, o forse il nome di una stazione. O forse entrambi, tant’è che accanto a quella stazione ti ritrovai il giorno seguente e quello seguente ancora, sino a quello che non ebbe mai seguito, ma l’addio avvenne nei pressi di un’altra delle fermate della petite ceinture, quasi a preservare la purezza di quella che portava, storpiandolo, il tuo nome. Ed è qui che mi sto dirigendo con il tuo profumo sui miei guanti e una camelia nella mia borsa, e che non posso appuntare al bavero perché è destinata a te, a racchiudere il ricordo delle linee del tuo corpo, una sinuosa dall’orecchio al pomo d’adamo, una più tesa che, agguantato dall’altra il testimone appena sotto il mento, scende tesa e maestosa lungo il petto, fende il ventre e si perde nella maestà della tua essenza più intima. Come al solito percorro a passi lenti il viale, poi svolto in Boulevard Picpus, costeggio il muro della antica e consacrata magione finché, riparato da una rientranza del muro, getto la camelia oltre il bastione. Da qualche parte, in un’altra vita, una fanciulla compiva lo stesso percorso per essere preservata e poter fiorire a tempo debito, così spero che anche il mio fiore protetto dalle insidie del mondo possa un giorno tornare a me, maturo e pronto per essere mostrato.

Indugio un poco e ripercorro i miei passi, dal giardino celato dal muraglione, giungono folate di iris e un vago suono, appena distinguibile, quando il vento gira in mio favore riconosco la voce familiare di qualche strumento e un rapido succedersi di note; in fondo, penso, non senza un sorriso che mi increspa appena il labbro ma riverbera con una certa forza nella mia mente, spesso la visione più bella che resta di un’opera è quella librata sulle stonature di un piano scordato strappate da dita maldestre*.

Il fischio austero e familiare mi avverte che sono giunto nei pressi delle orribili cisterne che costellano la piccola stazione il cui nome risplende a lettere d’oro, lanciate in cielo da una divinità dall’animo generoso a formare una costellazione, imperitura direzione per una esistenza. Nel mio cuore, solo lì.

 

 

*Dalla parte di Swann

 Maria Musik - 17/04/2017 14:19:00 [ leggi altri commenti di Maria Musik » ]

"... come la corrente quando cerca di portar via le ninfee, forte della primavera che ne ingrossa la portata" questo cameo ha trasportato me fuori da un tempo odioso e tutto meno che sacro, a ritrovare il tempo di valore, sostenuta da un’onda di profumi.
Incantata.

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