Pubblicato il 20/04/2008
Stamane c il sole. Meno male: almeno non sentiremo freddo. giorno di festa per i nostri guardiani e, quindi, oggi non si lavora. Nel ghetto, la gente uscita dalle case. Case le chiamiamo cos anche se viviamo in quattro famiglie in due camere ed il bagno in comune con tutti gli abitanti del fabbricato: dieci piani, ogni piano sei appartamenti. Ma noi Mischlinge (Ibridi), come ci chiamano loro, siamo gente forte e non facile fiaccarci. Ci hanno messi a lavorare in un campo, dentro capannoni puzzolenti. Falegnamerie, sartorie, calzaturifici, fabbriche del vetro, botteghe orafe, laboratori per la lavorazione del marmo, tipografie. Allinizio stata dura: molti non avevano mai fatto il lavoro assegnatogli. Ma abbiamo imparato. Le sarte fanno abiti copiando i modelli dei grandi stilisti che erano di moda circa quindici anni fa, i calzolai realizzano scarpe extralusso in finta pelle, i falegnami e gli ebanisti fanno mobili di falso antiquariato, i vetrai copie di cristallerie preziose, gli orafi gioielli con metalli non nobili e pietre finte. Il peggio capitato ai marmisti ed ai tipografi. Gli uni realizzano busti dei Triumviri che comandano sul paese ed i tipografi stampano il Giornale del Popolo. Dopo la Grande Recessione dellinverno del 2008 non c stato pi niente per nessuno: prima la depressione ha colpito gli USA, poi arrivata in Europa. Ma i nostri Signori non vogliono rinunciare al lusso a cui erano usi. Cos noi creiamo per loro la finta ricchezza. La sera, dopo quattordici ore di lavoro, usciamo passando sotto il cancello che costituisce lunico accesso al campo. Passiamo sotto alla scritta Arbeit macht frei" (il lavoro rende liberi) e sghignazziamo in silenzio. Ognuno di noi ha in tasca qualcosa: un pinocchio in legno, un cigno di vetro soffiato, un paio di pantofoline, un abituccio fiorito. I nostri bambini avranno qualcosa con cui giocare al rientro dalla fabbrica dove producono trastulli sofisticati per i figli della razza pura. Ma i tipografi portano il bottino pi prezioso: carta ed inchiostro. Nel ghetto reato possedere un libro, un giornale, carta, penna, matita, gomma. Quando siamo entrati ci hanno tolto tutto. Ma oggi niente lavoro. Nellunica piazza della citt gironzoliamo, scambiandoci occhiate esaurienti, brevi parole. Unamica scrittrice mi fa scivolare fra le mani, nascosto sotto un pomodoro avvizzito, un foglietto spiegazzato. Che dono: questa sera si legge. Ci muoviamo lenti, ci sorridiamo tristi, ci stringiamo forte la mano. Chi eravamo: insegnanti, giornalisti, scultori, pittori, registi, scrittori, poeti, webmaster, musicisti Molti di noi non erano neanche famosi. Accudivano alla propria arte nei ritagli di tempo, senza tante pretese, alternando una vita comune ad unesistenza selvaggia, esaltante, notturna. Quando sono venuti a prenderci non sapevamo neanche come fossero arrivati ai nostri anonimi nomi. In realt, eravamo tutti spiati dai satelliti, controllati e schedati. Ora attendiamo che decidano cosa fare di noi. Qualcuno gi parla di Endl sung. Potrebbero eliminarci tutti. Forse ci useranno come cavie per i loro esperimenti. Non so se sia una leggenda ma qualcuno mormora che alcuni scienziati del regime abbiano trovato il modo di ricavare energia dalla disgregazione molecolare dei corpi umani. Risolverebbero la crisi energetica: siamo in tanti. Noi siamo nei ghetti rossi, quelli dei criminali politici, gli omosessuali o presunti tali in quelli rosa, gli zingari e gli extracomunitari nei campi neri, gli studiosi di Sacre Scritture sono chiusi in ex conventi tinteggiati di viola. Se questa storia vera e la Soluzione Finale verr attuata noi siamo pronti. Abbiamo nascosto pezzetti di carta sotto ogni mattonella, in ogni intercapedine, dietro ogni mattone. Abbiamo messo messaggi dentro centinaia di bottiglie e le abbiamo gettate nei fiumi e nei mari. Sono poesie, racconti, pagine di musica, articoli, saggi, parti dei grandi libri del passato imparate a memoria e trascritte, fotografie, programmi scritti in C++ e Java, codici matematici, pagine di diario, i compiti che facciamo svolgere ai nostri figli quando non sono distrutti dalla fatica. Lo ripeto: se verr la morte noi siamo pronti. E ai posteri lardua sentenza.
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