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Il Monachesimo e San Benedetto

Argomento: Filosofia

di Simone Tinari
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Pubblicato il 08/01/2026 10:02:08

Il Cristianesimo medievale seppe esprimere un nuovo modello di vita comunitaria, sviluppato nella dialettica tra due aspirazioni fondamentali: da un lato la fuga dal mondo terreno — inteso come esilio da cui rifugiarsi in Dio, seguendo il contemptus mundi — dall’altro l’amore per il prossimo, fondato sugli insegnamenti evangelici e sulla carità (diakonìa), che richiedeva impegno attivo nella vita quotidiana.
Tale visione considerava effimera l’esistenza terrena e le sue conseguenze, pur valorizzando la responsabilità verso gli altri. In questo contesto si sviluppò il monachesimo, inizialmente nella pars orientis dell’Impero, in forma anacoretica o eremitica: individui che sceglievano la solitudine, la contemplazione di Dio e la preghiera, praticando digiuno e austerità.
Particolare fu il fenomeno degli stiliti — ricordiamo fra questi San Simeone Stilita — che vivevano sulle colonne nelle città senza abbandonare del tutto la dimensione urbana.
Una svolta decisiva si ebbe con Benedetto da Norcia, la cui esperienza influenzerà profondamente il filosofo scozzese Alasdair MacIntyre.
I monasteri benedettini, grazie a una solida organizzazione amministrativa e culturale, riqualificarono l’agricoltura e gli strumenti produttivi, salvaguardarono la cultura classica e offrirono protezione a gente povera e umile, in un’epoca segnata da disorientamento e conflitti.
In un periodo che rischiava la frammentazione sociale e demografica dell’Europa, essi divennero un baluardo di stabilità, di trasmissione del sapere e di progresso.
La biografia di Benedetto, redatta da Gregorio Magno, racconta il suo ritiro a Subiaco, disgustato dal degrado morale dell’Urbs, e la fondazione del monastero di Montecassino, dove redasse la Regula. Accanto alla preghiera, un ruolo primario era affidato al lavoro manuale:                     ora et labora non rappresentava l’otium vivificante antico, ma l’antidoto a quel tipo di ozio sterile e vizioso che è l'inedia. Agricoltura, artigianato, studio, trascrizione dei codici e lettura delle Sacre Scritture costituivano la vita quotidiana del monaco. Il monastero, distrutto più volte nei secoli, divenne simbolo di pace e di unità europea.
Benedetto, come ricordava Gerolamo, riaccese la “fiaccola” della cultura in un’epoca di oscurità.
A scanso di equivoci, è in virtù della presenza dei monasteri, questi centri culturali che rappresentarono dei veri e propri fari di luce, che l'alto medioevo fosse per l'odierna storiografia tutt'altro che un periodo buio.
Basti pensare al monastero di Subiaco, com'è già accennato, il quale conteneva al proprio interno oltre 130 mila volumi.
Conservare un vasto patrimonio culturale di simili dimensioni era a tutti gli effetti un esempio universale di virtù.
Alasdair MacIntyre, nel suo saggio morale Dopo la Virtù, intende riprendere l'esempio di Benedetto per ricostruire una sana coscienza morale occidentale, andata perduta a causa di una frammentazione graduale che si ebbe tramite un contrasto netto con la tradizione aristotelica che si perpetrò fino al medioevo; un distacco che ha avuto delle conseguenze irreversibili.
Nell'ultimo capitolo del testo, MacIntyre intende recuperare nella nostra modernità disgregante proprio il modello di San Benedetto (con i suoi discepoli) e dei monasteri.                                             
Cito testualmente:
"Ciò che qualche conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell'ultima età oscura, non
siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano di là dalle frontiere: ci hanno gia governato per parecchio tempo.                  Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando: non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso".
Perché la scelta di Benedetto?
Possediamo già tutte le premesse per rispondere a questa domanda.
Intorno all'istituzione del monastero la sopravvivenza non era più lo scopo principale, la teleologia a cui tendere.
Intorno ad esso, la stagnazione culturale era combattuta grazie alla preghiera, al lavoro e allo studio; una comunità siffatta aveva tutti i requisiti per permettere ai suoi membri di svilupparsi in un periodo di per sé oscuro dal punto di vista sociale e culturale.
Da questa prospettiva, l'intento di MacIntyre è pressoché evidente: recuperare San Benedetto, e la comunità dei monasteri, come atto fondativo, suggerisce l'idea che anche la nostra epoca è in attesa di un profondo miglioramento spirituale e morale. 
Chissà, forse il prossimo San Benedetto, senza dubbio molto diverso, si aggira tra   di noi e non ne siamo ancora coscienti.


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