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Arpalo: Il Tesoriere di Alessandro Magno

Argomento: Storia

di Simone Tinari
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Pubblicato il 20/01/2026 21:57:08

Sin dal 354 a.C. Filippo II di Macedonia mostra un forte interesse verso la Grecia; le miniere d'oro del Pangeo, gli sbocchi sul mare del nord). Filippo ha fin da subito un ruolo centrare negli affari greci; nella terza guerra sacra venne nominato capo dei Tessali, avendo sconfitto i Focesi e, soprattutto, divenne protettore del santuario di Delfi.

Demostene, resosi conto dell’imminente pericolo, decise di pronunciare le prime orazioni contro il re di Macedonia (tre Olintiche e quattro Filippiche) apertamente ostili, in cui ricercò peraltro un’alleanza strategica con la Persia.
Nel 346 a.C., dopo la fine della terza guerra sacra, Demostene è parte attiva della delegazione che stipula un trattato di non belligeranza tra Greci e Macedoni, per motivazioni strategiche, cioè la pace di Filocrate.
Seguirono anni di scambi diplomatici: Filippo cercò di stabilizzare i rapporti con Atene, tentando di insediarvi una fazione filomacedone a suo favore.
La storia, memore di personaggi e eventi, ricorda lo scontro acerrimo tra Demostene e Eschine.
Quest’ultimo, di posizioni filomacedoni, viene accusato da Demostene di essere un avversario della democrazia ateniese, di tramare contro la libertà fornendo appoggio militare a Filippo.
Ricordiamo che Demostene era alla guida dello schieramento interventista, assieme ad altri personaggi come Iperide, e pertanto non può che opporsi al partito avversario e filomacedone di Eschine.
Il culmine avvenne con la sconfitta di Cheronea nel 338. a.C., quando un’alleanza strategica, ormai tardiva, tra il battaglione sacro Tebano e i Corinzi, affrontarono l’immenso esercito macedone, permettendo altresì al re di espandersi e stabilire un’egemonia duratura sulla costa della Grecia balcanica. 

Da tale smacco, nacque la Lega di Corinto, che vedrà una tragica fine durante la resistenza ai Romani, nel 146 a.C.
In questo quadro tragico, s’infrange il sogno di Demostene, e in politica interna la fazione di Eschine raccoglie consensi e legittimità: egli, con un’orazione, Demostene l’indegno, denigrerà l’avversario, ma Demostene riuscirà ugualmente vittorioso dal confronto grazie all’orazione più celebre: Sulla Corona (330 a.C.).
Filippo, morto nel 336 a.C., fu succeduto al trono dal figlio Alessandro.

 

Vita:

Arpalo apparteneva alla famiglia dei principi di Elimea, imparentata con Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, da quando quest'ultimo aveva sposato la sua seconda moglie, sorella di Derda (imprigionato da Filippo a Olinto) e Macata, padre di Arpalo.
La famiglia del tesoriere fu sempre avversa a Filippo II, che li aveva privati dei loro domini ereditari.
Dopo la morte di Filippo II, Alessandro Magno riabilitò la famiglia e fece entrare Arpalo nella sua cerchia.
Arpalo era zoppo ad una gamba, dunque esente dal servizio militare, infatti non seguì Alessandro nella sua campagna contro la Persia.
Nondimeno, gli venne assegnato l'incarico di tesoriere del re in Asia Minore e Alessandro gli chiese dei consigli su alcune letture, nel tempo libero.
Arpalo inviò al re le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide.

La prima fuga:
Nel novembre del 333 a.C., il regno di Macedonia affrontò l’impero Persiano nella Battaglia di Isso, nell’Anatolia meridionale, a confine con la Siria. L’epilogo sancì la vittoria di Alessandro Magno. In questo periodo, il tesoriere del re, Arpalo, poco prima della battaglia, decise di fuggire verso la Grecia con una quantità ingente di denaro, conscio di aver commesso delle ruberie.
Nel diritto penale italiano, possiamo descrivere questo atto con il termine di “peculato”; essendo un pubblico funzionario, Arpalo comprese di poter essere punito severamente.
Eppure, ricevette una lettera da Alessandro con la richiesta di tornare e di essere totalmente perdonato.
La promessa venne mantenuta ed egli fu addirittura reintegrato nella carica di tesoriere.
Come vedremo, Arpalo sarà nuovamente coinvolto in altri scandali.

La seconda fuga:
Quando Alessandro conquistò la Persia nel 330 a.C., dopo le vittoriose campagne sul fiume Granico, dell'Isso e Gaugamela, nella speranza di trovarvi il re fuggitivo Dario III, decise di inseguirlo e spingersi, dapprima, all’interno dell’Asia, e successivamente in India, per un’altra campagna militare.
Orbene, lasciò la città di Ecbatana nelle mani di Arpalo; egli si spostò a Babilonia, ricoprendo la carica di custode dei tesori reali.
Numerose fonti, come Arriano, Plutarco e Diodoro Siculo, raccontano di come il fantomatico tesoriere soleva dedicarsi ai lussi più sfrenati, vivendo a pieno secondo la sua natura di esteta, sperperando quasi completamente il tesoro.
Queste preziose fonti citano anche un altro aneddoto: frequentava numerose donne ma, stanco di quelle locali, decise di invitare direttamente da Atene la famosa etera Pizionice, a spese dello stato.
La relazione fu intensa stando a quanto racconta Pausania, giacché dopo la morte dell’etera, avvenuta nel 324 a.C., Arpalo, grato della sua presenza, la fece consacrare come “Afrodite Pizionica”, facendo erigere una statua nella città di Babilonia, in suo onore.
Destò il malcontento della popolazione, considerando che la spesa per il mantenimento dell’opera ammontava a circa 200 talenti, oscurando peraltro altre personalità importanti come Pericle e Milziade.
È interessante riflettere a quanto corrispondano 200 talenti.
Il “talento” era un’unità di peso usata per i metalli preziosi: ogni civiltà deteneva il suo talento, vi era per esempio il talento attico della Grecia classica, ma anche quello ebraico/babilonese.
Non era una moneta, appunto, e per questo un talento corrispondeva al peso di circa 33 chilogrammi di metallo.
Se consideriamo l’oro, facendo una conversione moderna (il prezzo dell’oro, oggi, ruota attorno a 60.000 euro), 200 talenti corrisponderebbero a circa 396 milioni di euro.
Diodoro Siculo e Ateneo di Naucrati raccontano anche che Pizionice fu sostituita da Glicera, altra etera, compagna anche del commediografo Menandro.
Persino qui, Arpalo e Glicera, attirarono l’odio della popolazione e della corte; ma la sventura non cessò, perché Alessandro Magno fece ritorno, fortemente adirato con quei funzionari che si erano resi responsabili di abusi di potere e della dissipazione delle risorse reali.
L’esito è piuttosto intuibile: Arpalo decise di fuggire una seconda volta, con circa 500 talenti, arruolando 6000 mercenari.
Giunse celermente sulle coste per imbarcarsi sulle navi, volendo raggiungere Atene.

Lo scandalo di Arpalo:
Come dicevamo, timoroso di essere punito a causa dei vizi che scatenarono l’espressione edonistica di sé, decise di scappare da Babilonia nel 324 a.C. per rifugiarsi ad Atene.
Ma andiamo con ordine.
Dal 330 al 325, Atene continua la sua politica di ricostruzione sotto la guida di Licurgo.
La città è colpita da una profonda crisi: rincaro del grano e carestie, ad esempio, producono grai difficoltà nell’approvvigionamento.
La città è sostanzialmente in declino e gli Ateniesi sortiscono l’effetto in tutto e per tutto.
In quel momento, Alessandro è in India, molti credono che non vi sia più ragione di temere il giogo macedone.
Alessandro, però, torna sulla scena mediterranea poco prima della sua morte, avvenuta nel 323, e gli Ateniesi sono carichi di speranza, impazienti di liberare la Grecia dall’autorità macedone.
Il re combatte in Battriana e in India, e molti suoi funzionari approfittano della sua lontananza per usurpare la ricchezza dell’impero e opprimere le popolazioni.
Nel 325 ritorna, ed è prevedibile che vi sia l’intenzione di riprendere il controllo e riassestare la situazione.
La reazione non tarda ad arrivare, perché i satrapi persiani e macedoni, cioè quei funzionari colpevoli, vengono puniti, placando lo scontento dei popoli.
Ciò potrebbe nutrire il senso di vendetta dei satrapi e capi militari, spaventati; per eviatre la rivolta, ordina di sciogliere dei contingenti militari.
Il ritorno di Alessandro Magno colpisce specialmente Arpalo, il quale lascia la Babilonia con 5000 talenti per stabilirsi a Tarso, in Cilicia, per qualche mese. Guadagnatosi una posizione favorevole tra gli Ateniesi, grazie alla sua generosità nei loro confronti, e in particolare con l’invio di un’ingente quantità di grano, ricevendo in cambio la cittadinanza ateniese. Alessandro, sospettoso di un segreto accordo tra Arpalo e gli ateniesi, minaccia questi ultimi di una spedizione punitiva se lo dovessero accogliere.
Tra gli Ateniesi sorse un dibattito circa la possibile custodia del tesoriere: erano indecisi se ospitarlo o meno.
L’arrivo di Arpalo potrebbe fornire i mezzi finanziari per un’eventuale rivolta.
Uomini politici come Iperide e Leostene hanno un’idea strategica molto semplice:  è necessario rigettare tutte le richieste di Alessandro, sia sul ritorno degli esuli che sulla divinizzazione (il re, in questo caos politico, per garantire la completa devozione nei suoi confronti da parte di tutti gli esiliati e non solo, grazie alla mediazione di Nicanore, si chiese a tutte le città di instaurare un culto in suo onore).
Dunque, bisogna accogliere senza mezzi termini Arpalo, il denaro e le truppe.
In effetti, Arpalo fuggì ad Atene con circa 6000 mercenari, ma in un primo momento la sua speranza di essere accolto favorevolmente fu negata.
In seguito, le cose andarono diversamente, dal momento che si decise di non riconsegnare il tesoriere e nascondere il denaro in città.
Arpalo si presenta per la prima volta al Pireo nella primavera del 324, con venti navi e 6000 mercenari (le stime, purtroppo, non sono precise, come le fonti). Ripresentatosi senza truppe e con una sola nave, in un secondo momento, lo stratego del Pireo, Filocle, lo lascia entrare, forse con l’approvazione dell’Assemblea. Alcuni, peraltro, pensano che Arpalo volesse incitare Atene alla guerra contro Alessandro Magno, facendo capire agli Ateniesi quanto fosse labile la loro pace.
La venuta di Arpalo come supplice rafforzerebbe un’altra questione: Atene e la Grecia, per tradizione, consideravano lo xenos – lo straniero – come sacro, da proteggere, giacché voluto da Zeus. Accogliere gli esuli o i supplici era un comandamento divino a cui non era possibile sottrarvisi.
Arpalo, sì, aveva la cittadinanza, poteva appellarsi a questo requisito, quantunque non lo fece proprio per questa condizione strategica.
Nondimeno, oltre ogni ipotesi, Olimpia, Antipatro e il satrapo macedone Filosseno reclamarono con insistenza l’estradizione dell’infedele tesoriere.
In Contro Demostene, Iperide ci parla dell’atteggiamento di Demostene: “[Demostene] Non è, disse, né onorevole per la nostra città consegnare Arpalo agli emissari di Filosseno, né opportuno lasciare, a causa di questi, che il popolo non muova alcun rilievo ai reclami di Alessandro;. la cosa più sicura per Atene era trattenere allo stesso tempo il tesoro e l’uomo, e far portare sull’acropoli tutto il denaro con il quale Arpalo era sbarcato in Attica; l’operazione avrebbe avuto luogo l’indomani, ma allo stesso tempo Arpalo avrebbe dichiarato il valore dei suoi averi: non che Demostrene, a quanto pare, ci tenesse ad essere informato sull’entità della cifra, ma voleva sapere su quali somme doveva percepire la sua personale remunerazione”.
È quasi certo che avesse proposto del denaro a Demostene, ma è difficile stabilire cosa fosse accaduto realmente, se Demostene avesse accettato il denaro o rifiutato.
Per Pausania, invece, quando Filosseno mette sotto tortura l’amministratore di Arpalo, questi non menziona affatto il famoso oratore tra i beneficiari dell’elargizione.
Ciò detto, non sappiamo con certezza nulla.
Iperide stesso risulta incerto, e gli storici si dividono tra chi nega risolutamente e chi incline alla colpevolezza di Demostene.
Si può certamente pensare che Demostene, come altri Ateniesi, avesse intenzione di accettare il denaro poiché utile per la città.
Con questo, s’intende principalmente l’allusione a preparativi militari.
Le risorse “occulte”, in questa prospettiva, sono senza dubbio essenziali per preservare la pace tanto agognata, preparandosi alla guerra.
Ma sappiamo anche che la reazione di Alessandro Magno sarà esemplare, così tanto da non risparmiare i Greci.
Consegnare Arpalo poteva apparire disonorevole, ma tenerlo sarebbe stato pericoloso.
La soluzione stessa di Demostene – imprigionarlo, riconsegnarlo ma nascondendo il denaro – non scioglie ancora dei dubbi.
Per risolvere la controversia, Arpalo dovrebbe fuggire, e si racconta di come Demostene, ma anche altri, ci tenesse a non far sorvegliare troppo la sua prigione.
Alla fine Arpalo fuggirà nell’agosto-settembre 324.
Demostene, avendo ricoperto un ruolo di rilievo, è il principale sospettato.
Girano voci allarmanti: si dice che Alessandro stia preparando una punizione severa contro la città, a causa della fuga di Arpalo e la scomparsa del suo tesoro.
Più della metà del bottino è scomparso. Tutti criticano Demostene, lo accusano di aver ricevuto in regalo 20 talenti.
Diversi discorsi vengono pronunciati contro di lui e, alla fine, l’Areopago si pronuncia, sottolineando le gravi condotte dell’oratore.
S’insiste sul pericolo della fuga di Arpalo: Alessandro avrebbe lanciato una spedizione contro Atene, o comunque richiesto un rimborso.
Demostene è condannato a un’ammenda di 50 talenti, la legge non è sicuramente stata applicata con il massimo rigore, poiché i politici accusati di corruzione rischiano fondamentalmente la condanna a morte; gli altri accusati sono assolti.
Più che per prove certe, sembra che Demostene sia stato accusato dalla politica da lui condotta, non condivisa dalla maggior parte della popolazione.
Iperide, grazie al processo sul denaro di Arpalo, impone la sua politica: in tal modo, diviene migliore di quella di Demostene. Gli Ateniesi vorrebbero incominciare una guerra, ma le risorse e le forze sulle quali contano maggiormente – il denaro di Arpalo, alcuni mercenari e la flotta ateniese – non hanno niente a che vedere con i mezzi di cui dispone il regno di Macedonia.
L'esaurimento di queste risorse lascerebbe i Greci sprovvisti, mentre Alessandro può contare facilmente sui mezzi finanziari, riunire un esercito e una flotta incomparabilmente superiori.
L’oratore, intanto, riesce a fuggire a Trezene e rientra poco dopo ad Atene, in seguito alla morte di Alessandro (323 a.C.).
La morte di Alessandro e la momentanea ribellione di Atene al dominio straniero determinano una dura reazione da parte dei Macedoni, che sconfiggono la flotta ateniese e rientrano in città.
La recrudescenza dei provvedimenti contro i fautori del partito antimacedone colpisce in prima istanza proprio Demostene, che è condannato a morte.
Per sottrarsi all’applicazione della condanna, si rifugia sull’isoletta di Calauria (odierna Poros), in Argolide, e lì, nel 322 a.C., si uccide.
La fine eroica dell’oratore stabilisce anche che fu il primo uomo politico ellenistico in una città greca.

Morte di Arpalo:
Arpalo salpò per Creta portando con sé i propri tesori.
La conclusione della sua vita fu la seguente: nel 323 a.C. venne ucciso. Secondo una versione dei fatti fu condannato a morte e assassinato dai suoi stessi servi, o complici, per questioni di denaro; altri sostengono, invece, che l’assassino fosse un macedone di nome Pausania.
Diodoro Siculo racconta inoltre che l’amministratore del denaro di Arpalo fuggì a Rodi, dove venne catturato da un altro macedone, Filosseno, uno di coloro che avevano chiesto l’allontanamento di Arpalo da Atene.
Durante l’interrogatorio, il fuggiasco stilò un elenco delle persone corrotte da Arpalo.
Alessandro Magno, il quale morirà di lì a poco, continuò a nutrire rancore nei suoi confronti, dopo quanto accaduto nel corso degli anni.
Alessandro, tuttavia, non lo fece né catturare né giustiziare, si limitò a confiscare i suoi beni e a punire i complici rimasti in Asia.
Successivamente, l’incarico di tesoriere sarà affidato ad Antimene di Rodi.


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