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Due Concetti di Libertà di Isaiah Berlin

Argomento: Filosofia

di Simone Tinari
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Pubblicato il 02/02/2026 12:10:21

Isaiah Berlin, durante la lezione inaugurale tenutasi ad Oxford nel 1958, conduce una lezione su come intendere la Libertà. 

Da ciò deriva il suo scritto più celebre, “Two Concepts of Liberty”, nel quale analizza due sensi di libertà che avranno un largo successo nella riflessione filosofica successiva.

 

 

Il problema della Libertà:

Berlin introduce il problema della libertà nel primo paragrafo del saggio, ed essa viene intesa in due sensi: la libertà negativa, libertà da, e libertà positiva, libertà di:

 

«Costringere un uomo vuol dire privarlo della libertà – libertà da che cosa?... Ne esaminerò appena due (sensi), ma sono quelli centrali, e hanno dietro di sé gran parte della storia umana passata e, oserei dire, di quella futura davanti. Il primo di questi due significati politici di libertà, che chiamerò, seguendo una lunga tradizione, senso "negativo" […] secondo, che chiamerò senso "positivo"[…]»

 

La libertà negativa venne già definita da Thomas Hobbes nel capitolo 14 del Leviatano; essa è, propriamente, la libertà intesa come “assenza di interferenze o impedimenti esterni”.                             

La libertà positiva, d’altro canto, concerne la volontà razionale dell’individuo di essere padrone di sé stesso, libero da qualsivoglia principio eteronomo. Il problema della libertà è strettamente connesso con la coercizione, ossia l’impedimento che si frappone al singolo.

 

 

Somiglianza o Differenza?:

Superficialmente tali concetti potrebbero significare la stessa cosa, semplicemente due modi differenti di intendere la libertà: uno in senso negativo, l’altro in senso positivo.                                       

In accordo con Norberto Bobbio, nel suo Eguaglianza e Libertà, le due libertà sono piuttosto imparentate tra di loro, dacché non è necessario che si implichino a vicenda, come pure non debbano escludersi. Non sono dirimenti. 

Anche Berlin ne è consapevole, non a caso ritiene che la distanza tra i due concetti debba basarsi più su un piano storico-politico anziché logico-argomentativo.

I passaggi ermeneutici in forza dei quali tenterà di discernerli sono tanto eloquenti quanto efficaci. Ma procediamo con ordine.

L’approccio della libertà negativa risponde ad una domanda cardine: “In quale area il soggetto deve essere lasciato libero di agire senza che vi siano interferenze esterne?”. 

Dunque, tale modello di libertà è strettamente legato al contesto sociale e relazionale in cui  si applica il proprio principio di azione. 

La libertà, cioè, non è relegata esclusivamente alle possibilità dell’individuo, in quanto essa è determinata dalle condizioni esterne che permettono al soggetto di agire. 

Ne consegue che la libertà negativa è il risultato dell’equazione “meno interferenze=più libertà”. 

Il campo decisionale dell’individuo, in cui si esplica la coercizione, è ciò che si frappone fra la sua volontà e l’azione. 

È manifesto che, secondo tale prospettiva, qualsiasi tipo d’intervento è considerato un atto illiberale e illegittimo poiché risulta indispensabile la massimizzazione della libertà decisionale. 

Diversi sono i precursori di questo approccio : Thomas Hobbes e pensatori appartenenti alla tradizione liberale come John Locke, Benjamin Constant, Alexis de Tocqueville e John Stuart Mill. 

I pensatori liberali, fra tutti, sono quelli che hanno imposto all’autorità un limite invalicabile oltre il quale non è possibile procedere.                      

Lo stato, pertanto, è un’autorità legittima nella misura in cui non interviene paternalisticamente nella sfera individuale promuovendo il bene dei cittadini (come direbbero Kant e Mill); deve soltanto preservare e, similmente, allargare la sfera di autonomia individuale.

I sostenitori della libertà positiva nutrono un’altra ambizione. 

La domanda cardine è la seguente: “Chi o che cosa determina il mio comportamento? Qual è la fonte legittima del controllo che giustifica razionalmente il mio essere libero?”.                                       

In nuce, qual è la fonte della libertà individuale? 

Secondo la visione positiva, la ragion d’essere della libertà individuale risiede unicamente nell’individuo, fonte di ciascun valore che gli prescrive la ragione. 

Sir Isaiah Berlin la definisce in questi termini:

 

«Il senso positivo della parola “libertà” deriva dal desiderio dell’individuo di essere padrone di sé stesso. 

Voglio che la mia vita e le mie decisioni dipendano da me stesso e non da forze esterne, di nessun tipo.»

 

Orbene, qui si sottolinea la capacità del soggetto di essere motivato da ragioni consapevoli, affrancato da principi eteronomi che impediscono un'autentica coscienza di sé, come le passioni. 

Il soggetto è libero fintantoché non è mosso da cause esterne. 

Egli è l’agente che emana le sue leggi pratiche, giacché in maniera responsabile decide come condurre consapevolmente la sua vita.              Notiamo subito che la libertà positiva pone l’accento sull’autonomia individuale, intesa perlopiù come capacità dell’agente di elaborare principi di condotta in forza dei quali diventi libero. 

In un certo senso, il conosci te stesso – γνῶθι σαυτόν – concorre a delineare meglio l’approccio positivo della libertà.

La scoperta dell’io vero interiore, identificabile con il perseguimento di una meta ideale a cui tendere che “l’io empirico nemmeno si sogna”. 

Berlin riflette a fondo sui possibili esiti che immancabilmente, almeno secondo il suo insegnamento, hanno attecchito sulla realtà sociale. 

Egli sostiene che la versione positiva restituisca l’immagine di un essere umano scisso in sé stesso. 

Vi è una parte razionale ordinatrice e dominante che esplicita i principi pratici, mentre è presente un lato contingente ed empirico continuamente esposto a bisogni e impulsi e per questo qualificato come eteronomo. 

Da questa distinzione deriva come conseguenza che le due accezioni di “io” abbiano assunto storicamente due direzioni: la prima è la negazione di un aspetto della propria personalità volta a conseguire un’autentica indipendenza; la seconda è relativa alla piena realizzazione di sé, dell’identificazione totale e completa con un ideale (dalla portata specifica) per pervenire al conseguimento del medesimo scopo. 

Orbene, si chiede Berlin, non è forse questa la premessa edificante forme di dittature e totalitarismi che tanto hanno infangato il nome dell’umanità nel secolo scorso?                                     

Dire che l’individuo è diviso – dove soltanto il suo aspetto razionale è legittimato ad imporsi nel campo etico-pratico – non si traduce, forse, in forme di controllo, comando e coercizione da parte di presunte autorità esterne (Partito, Stato…)?                                                       

Peraltro, essi esercitano un controllo in virtù della rappresentanza morale e razionale che pretendono di assumere al posto dell’individuo.

Berlin, in sostanza, crede che la libertà positiva, se portata in un ambito politico, rischierebbe di essere una funesta premessa per forme di controllo.

Le autorità decidono cosa deve fare l’individuo, cosa è e chi deve essere; la ricerca del vero-io non è più prerogativa dell’essere umano. 

Facendo leva sulla parte razionale dell’uomo, s’invita quest’ultimo a comprendere l’ordine che giustifica l’esistenza delle istituzioni. 

Secondo il filosofo, che di certo non predilige questa istanza positiva della libertà, ritiene che la visione negativa ponga un freno poiché, come si diceva prima, ogni sorta di interferenza non è che una tipologia più o meno diretta di un atto illiberale.                                                         

Nel paragrafo VI, denominato La ricerca dello Status, Berlin sostiene che il senso inappagabile del riconoscimento è ciò che porta l’individui a sopprimere sé stessi in forza di un’ineludibile sottomissione all’autorità dell’insieme:

 

«Infatti, se non vengo riconosciuto, potrei dubitare di saper io stesso riconoscere la mia pretesa di essere una persona umana pienamente indipendente. Ciò che io sono è determinato in gran parte da ciò che sento e penso, che è a sua volta determinato dai sentimenti e dal pensiero prevalenti nella società alla quale appartengo, e della quale costituisco, nel senso di Burke, non un atomo isolabile, ma un componente di una struttura sociale […] ma posso sentirmi tale anche come membro di un gruppo non riconosciuto o non abbastanza rispettato, e allora desidero l'emancipazione di tutta la mia classe o comunità, nazione, razza o professione. Anzi, posso desiderarlo al punto di preferire […] di essere tiranneggiato e malgovernato da qualche membro della mia stessa razza o classe sociale, dal quale sono perlomeno riconosciuto come un uomo e un rivale – vale a dire come un uguale – piuttosto che essere trattato bene e con tolleranza da qualcuno che appartiene a un gruppo più in alto e più lontano e non mi riconosce per quello che vorrei sentire io stesso di essere».

 

Berlin critica quelle istituzioni che, elargendo valori condivisi all’unanimità, creano un ordine artificiale dal quale è insperabile liberarsi. Gli individui sembrano predisposti a barattare la propria libertà di scelta a favore di una comoda garanzia accordata dalle strutture di potere.          Abdicare sé stessi equivale, conseguentemente, a rispondere ad altre domande spinose quali “Chi ci deve governare?”, “Qual è l’area dell’autorità?”. Non è saccenza rifiutare la visione positiva. 

Sembra necessaria un’area entro cui l’azione individuale non venga frustrata in alcun modo. Persino il desiderio di riconoscimento (che Berlin relega al “desiderio di unità, integrazione di interessi, dipendenza e sacrificio comune”) deve integrare, o semplicemente tollerare, un certo grado di libertà negativa.         

 

 

Kant e Rousseau:

Sebbene Kant appartenga alla tradizione liberale, secondo Berlin egli è fautore dell’istanza positiva della libertà, poiché privilegia la supremazia della ragione pratica a qualsiasi tipologia di eteronomia.                              L’individuo identifica sé stesso con colui che controlla i propri principi pratici, eludendo dalla schiavitù delle passioni che controllano irrazionalmente l’uomo.                                   

Si è liberi nella misura in cui si controlla la propria autonomia decisionale, fintantoché si ubbidisce alle leggi che io stesso ho imposto, regole che ho trovato personalmente in interiore, non essendo soggetto a costrizioni. 

Dopo tutto, "Da un legno storto, come è quello di cui l’uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente dritto (Idea di una storia universale dal  punto di vista cosmopolitico)”. 

Insieme a Kant, anche Rousseau segue pedissequamente il filone. 

Berlin si sofferma specialmente su quest’ultimo, circa l’introduzione della volontà generale.

La libertà è “Ubbidienza alla legge che ci si impone (Il contratto sociale, libro I, cap.8)"; ma se è la maggioranza a determinare le condizioni della mia libertà, poiché il bene della collettività si antepone all’individualità, allora come può esserci libertà?                                                         

Quando i cittadini entrano a far parte del corpo comune accolgono diritti e doveri sanciti dalla maggioranza, i quali sono imposti dalla volontà generale a ciascun membro del corpo politico. Verosimilmente, non risulta assurdo supporre che i cittadini siano "costretti ad essere liberi”.       

Nel saggio subentra un riferimento vivido a Benjamin Constant, il quale nel noto saggio La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni distingue dapprima la distinzione tra la libertà in senso moderno e successivamente la concezione antica della libertà.                                    

Il fine dei moderni è la libertà privata dell’individuo, e i suoi godimenti relativi accordate con le sitituzioni, mentre il fine della libertà degli antichi era la partecipazione diretta e collettiva alle decisioni politiche. 

Ma Constant viene tirato in ballo in virtù della critica precipua che mosse a Rousseau.                                  

Egli, quantunque lo rispettasse, vedeva nel filosofo ginevrino un pericolo; Rousseau affermò che “Dandosi ciascuno a tutti non si dà a nessuno (Il contratto sociale, libro I, cap.6)”.                            

Berlin prosegue, nondimeno, che incespicare nell’autorità sovrana è molto più semplice, sicuramente accomodante per qualcuno; ma la libertà individuale verrà in tal modo soppressa, poiché i rischi intrinsechi non lasciano spazio a correzioni di alcun genere.                        

Una società libera è tale se e solo se nessun potere è considerato assoluto e intoccabile, a differenza dei diritti; sic et simpliciter, gli uomini non saranno costretti a vivere in condizione di schiavitù a causa del trionfo del dispotismo, poiché potranno rifiutarsi di partecipare a ciò che disumanizza come fonte di deprivazione. 

Pertanto, esistono dei confini invalicabili che rendono ogni persona inviolabile, grazie a norme e regole che sono accettate e rispettate. 

Come direbbe Mill, ci sono delle questioni imprescindibili concernenti gli “interessi permanenti dell’uomo (La Libertà)".

 

 

Conclusione: Monismo o Pluralismo?

Il saggio di Berlin riconduce l’attenzione, peraltro, ad un altro suo scritto letterario: Il riccio e la volpe. Egli è un pluralista dei valori: 

 

« Il pluralismo, con la misura di libertà negativa che comporta, mi sembra un ideale più vero e più umano delle finalità di coloro che cercano in grandi strutture autoritarie e disciplinate l’ideale di un dominio di sé “positivo” esercitato da una classe, da un popolo o dall’umanità intera (Due concetti di libertà, cap. VIII, L’uno e i molti)». 

 

Esistono una molteplicità di fini e valori umani, ciascuno di essi con un peso specifico, magari in perpetua conflittualità (come nel caso della libertà e dell’uguaglianza), ma pur sempre incommensurabili. 

I valori sono ciò che rendono umani gli uomini. 

Essi scelgono specifici valori come fini ultimi in forza di categorie concetti morali radicati nel loro modo di essere e di pensare.                      Insomma, è una visione relativista che però compendia la salvaguardia dei valori individuali, in un’ottica teleologica, laddove il telos, in termini aristotelici, è ciò a cui ogni cosa tende, ossia il proprio bene coincidente con la felicità.


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