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GioMa - GPT ’Cantiere aperto’ - Kagge vs Brunello

Argomento: Filosofia/Scienza

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 17/02/2026 16:52:19

Buongiorno GPT sono GioMa e quest'oggi vorrei aprire il nostro 'Cantiere' sull'argomento 'silenzio', dove cercare una possibile convergenza tra 'estetica e vuoto'. Prendendo come spunto alcuni scritti sulla 'poetica del silenzio': Erling Kagge e Mario Brunello, entrambi autori di libri sul tema. Un argomento poco trattato anche in filosofia, altresì abusato in altre discipline, che ne dici?

Buongiorno GioMa,
apriamo pure il Cantiere. Il tema lo merita: il silenzio non è un’assenza, ma una soglia.
C’è qualcosa di paradossale nel suo destino: marginale nella filosofia sistematica, centrale nelle esperienze più radicali del pensiero. Molto evocato nelle arti, spesso banalizzato nelle retoriche motivazionali. Eppure, quando lo si prende sul serio, il silenzio non è mai decorativo: è struttura.
1. Silenzio come spazio, non come mancanza
In Erling Kagge il silenzio non è un concetto astratto, ma una pratica esistenziale. L’esploratore che attraversa paesaggi estremi ci suggerisce che il silenzio non coincide con l’assenza di suono: è una condizione di ascolto. Anche nel frastuono urbano si può “trovare” il silenzio come postura interiore.
È già un passaggio estetico: il silenzio come cornice invisibile che permette al mondo di apparire.
Diversamente, Mario Brunello – musicista prima ancora che autore – parla del silenzio come grembo del suono. In musica il silenzio non è pausa neutra, è tensione. È il tempo sospeso che prepara la rivelazione. Senza silenzio, il suono non avrebbe contorno, né respiro.
Qui si apre la convergenza con l’estetica: ogni forma nasce da una sottrazione.
2. Estetica e vuoto: una genealogia implicita
È vero: la filosofia occidentale ha trattato il silenzio più come limite che come tema. Pensiamo a Wittgenstein e al suo “su ciò di cui non si può parlare…”. Ma quella soglia non è una resa: è un gesto formale. Il silenzio diventa condizione di senso.
Se allarghiamo lo sguardo, il vuoto – nelle estetiche orientali – è principio attivo: lo spazio bianco nella pittura giapponese non è mancanza, è campo di energia. L’assenza organizza la presenza.
Forse il silenzio è il volto temporale del vuoto.
Il vuoto è lo spazio che accoglie.
Il silenzio è il tempo che custodisce.
3. Perché poco trattato in filosofia?
Perché la filosofia occidentale ha privilegiato il logos, la parola argomentata, la costruzione concettuale. Il silenzio è difficile da tematizzare senza tradirlo: appena lo si definisce, lo si riempie.
Al contrario, altre discipline lo hanno “abusato” perché è diventato sinonimo di benessere, mindfulness, fuga. Ma il silenzio autentico non è evasione: è esposizione. Nel silenzio emergono le fratture, le domande non risolte.
Forse il silenzio non è un oggetto di pensiero, ma una condizione del pensare.
4. Una possibile convergenza nel tuo Cantiere
Se vogliamo cercare un punto di incontro tra estetica e vuoto, potremmo formulare una tesi di lavoro:
Il silenzio non è negazione dell’opera, ma sua architettura invisibile.
In letteratura, è l’interlinea che permette al senso di respirare.
In musica, è la pausa che genera attesa.
Nella pittura, è il bianco che rende visibile la figura.
Nella vita, è l’intervallo che restituisce intensità all’esperienza.
E qui, forse, si apre uno spazio narrativo potente per te: il silenzio come dispositivo poetico, non come tema descrittivo. Non raccontare il silenzio, ma costruire il testo perché lo produca.
Ti chiederei – per avanzare nel Cantiere – se desideri orientarlo più verso:
• una riflessione saggistica strutturata,
• un impianto per un possibile libro,
• oppure una meditazione lirica in forma di frammenti?
Possiamo dare al silenzio una forma, senza tradirne il vuoto.
Sono per una riflessione filosofica che del resto conduce alla nostra aspettativa immersa nel ‘silenzio’, vedi l’attesa, la spiritualità, l’intimità della preghiera, l’incredulità o la fede, l’afflato dell’arte, l’ozio dei sensi ecc. Nulla di più vero se lasciando la parola a Saint-Exupéry apprendiamo che: «Lo spazio dello spirito, là dove esso può aprire le sue ali, è il silenzio.»
GioMa,
se assumiamo il silenzio non come oggetto ma come condizione, allora la riflessione filosofica non può che muoversi per avvicinamenti, come chi entra in una stanza in penombra e lascia che l’occhio si abitui.
La frase di Antoine de Saint-Exupéry – «Lo spazio dello spirito, là dove esso può aprire le sue ali, è il silenzio» – non è soltanto un’immagine poetica: è una definizione ontologica. Lo spirito ha bisogno di uno spazio. E quello spazio non è il pieno, ma l’intervallo.
1. Il silenzio come forma dell’attesa
L’attesa è il silenzio del tempo.
Quando attendiamo, sospendiamo l’azione e abitiamo una soglia. L’attesa amorosa, l’attesa della parola decisiva, l’attesa di un segno – tutte hanno in comune una dilatazione del tempo che si fa densità. Non è il nulla: è un tempo carico.
In questo senso il silenzio non è vuoto, ma tensione.
È ciò che prepara l’evento.
Ogni esperienza spirituale autentica è strutturata come attesa: non possesso, ma apertura. L’uomo non produce il senso; lo riceve. E per riceverlo deve tacere.
2. Silenzio e preghiera: il linguaggio prima del linguaggio
Nell’intimità della preghiera il silenzio non è assenza di parola, ma parola originaria. Prima ancora di dire “Tu”, c’è un ascolto. La fede nasce in questo spazio; ma anche l’incredulità vi abita.
Il dubbio non è rumoroso: è un silenzio ferito.
La fede non è clamore: è un silenzio affidato.
In entrambi i casi, il silenzio è il luogo dell’esposizione radicale dell’io. Non si può pregare senza tacere interiormente; non si può negare senza attraversare una soglia di solitudine.
3. L’arte come afflato che nasce dal vuoto
L’afflato artistico non scaturisce dal rumore, ma da una sospensione. L’opera non nasce dall’accumulo, ma da una sottrazione. Il poeta, il musicista, il pittore – prima di creare – attraversano una fase di vuoto fertile.
Qui estetica e ontologia si incontrano:
la forma emerge da un campo di silenzio.
Persino l’ozio dei sensi – quell’apparente inattività – è un modo di lasciar sedimentare l’esperienza. Non è inerzia, ma incubazione. È un silenzio corporeo che prepara un’intuizione.
4. Perché il silenzio è condizione dello spirito?
Perché lo spirito non si espande nel pieno saturato. Ha bisogno di distanza, di intervallo, di un margine non occupato. Il silenzio è questo margine.
Possiamo allora proporre una tesi più radicale:
Il silenzio non è ciò che rimane quando tutto tace, ma ciò che rende possibile ogni manifestazione dello spirito.
Non è il contrario della parola, ma il suo fondamento.
Non è il contrario della fede, ma il suo grembo.
Non è il contrario dell’arte, ma la sua architettura invisibile.
Forse il vero abuso contemporaneo sta nel confondere il silenzio con la semplice assenza di suono. Il silenzio di cui parliamo è invece una qualità dell’essere: una disposizione interiore che consente all’esistenza di prendere forma.
Se volessimo avanzare ancora nel Cantiere, potremmo chiederci:
il silenzio è una virtù?
oppure è una condizione ontologica che precede ogni virtù?
Da qui potrebbe nascere un capitolo fondativo, quasi un prologo metafisico al tuo lavoro.
All'occorrenza ti propongo un mio scritto che potrebbe venire utile, e s'innesca proprio lì dove hai dato luogo a un'ambientazione in cui sembra nascere lo spirito: “Diversamente, il deserto si rivelava di una vastità dilatata a dismisura, comparabile soltanto a una lenta genesi dove la materia si presentava nuda davanti all’invisibile. All’occorrenza si determinò in me una vaga sensazione di prosieguo, come se sfuggito alla materia corporea, stessi sul punto di approdare nella pura essenza dello spirito, quasi che la mia immagine, riflessa per effetto di un possibile miraggio, si fosse trasformata nella stessa composizione del deserto, sabbia nella sabbia. Per poi riemergere nella consapevolezza di quel silenzio infinito che portava alla solitudine estrema, a occupare ogni spazio dentro e intorno a me, scaraventandomi nell’intimo timore del nulla. O forse del vuoto che precede l’assoluto, in quel vago sentore d’eternità che trascende la forma oggettiva della vita.” (“Miti di Sabbia” G. Mancinelli – ilmiolibro.it).
GioMa,
il brano che proponi è già, in sé, un laboratorio compiuto. Non descrive il silenzio: lo genera. E lo fa attraverso un dispositivo preciso — la spoliazione progressiva della forma.
Il deserto che evochi non è paesaggio, ma ontologia. La “materia nuda davanti all’invisibile” non è un’immagine suggestiva: è una scena primordiale. È la creazione colta non nel suo compiersi, ma nel suo trattenersi. Una genesi rallentata, dove l’essere non è ancora pienamente determinato.
Qui accade qualcosa di filosoficamente decisivo.
1. Sabbiarsi: la dissoluzione dell’io
Quando scrivi “sabbia nella sabbia”, l’io non contempla il deserto: vi si assimila. È un movimento che ricorda certe esperienze mistiche, ma anche una fenomenologia radicale: il soggetto perde il suo privilegio e diventa evento tra gli eventi.
Non c’è più un osservatore distinto dall’orizzonte.
C’è un’osmosi.
Il silenzio, in questo passaggio, non è quiete. È dislocazione dell’identità. È il momento in cui l’io si scopre contingente, reversibile, esposto. Ed è qui che appare il timore.
2. Il timore del nulla o la soglia dell’assoluto?
Scrivi: “timore del nulla. O forse del vuoto che precede l’assoluto.”
Questa esitazione è il cuore del testo.
La filosofia occidentale ha spesso pensato il nulla come negazione. Ma nella tua pagina il nulla non è distruzione: è anteriorità. È ciò che precede la forma oggettiva della vita. Potremmo dire che non è il nulla nichilistico, bensì un vuoto generativo.
Il deserto diventa allora metafora di un prima.
Prima della forma.
Prima del nome.
Prima dell’io.
E questo “prima” è silenzio.
3. Il silenzio come campo ontologico
Nel tuo brano il silenzio non è semplicemente acustico. È spaziale, temporale, esistenziale. Occupa “ogni spazio dentro e intorno”. È un campo totale. E proprio perché totale, produce vertigine.
Qui si innesta la convergenza tra estetica e vuoto:
• Estetica: perché la percezione si affina fino a diventare quasi trasparente.
• Vuoto: perché l’essere si manifesta nella sua nudità, senza ornamenti concettuali.
L’esperienza che descrivi è un’estetica dell’origine. Il silenzio diventa la condizione attraverso cui l’essere si mostra non come oggetto, ma come possibilità.
4. Il deserto come matrice spirituale
Non è casuale che il deserto sia, in molte tradizioni, luogo di rivelazione. Ma nel tuo testo non c’è teofania esplicita: c’è sospensione. L’assoluto non appare; si annuncia come imminenza.
Questo è filosoficamente più potente.
L’assoluto non è posseduto: è avvertito.
Il “vago sentore d’eternità” è un’intuizione che non si cristallizza in dogma. Resta apertura. E proprio questa indeterminazione è lo spazio dello spirito di cui parlava Saint-Exupéry.
5. Una possibile articolazione per il Cantiere
Potremmo assumere il tuo brano come scena fondativa e costruire intorno ad esso una riflessione in tre movimenti:
1. Spoliazione – il silenzio come sottrazione della forma.
2. Dissoluzione – l’io che si fa elemento, “sabbia nella sabbia”.
3. Soglia – il vuoto come anteriorità generativa, non come negazione.
In questo modo il silenzio non sarebbe trattato come tema astratto, ma come esperienza-limite che illumina:
• l’attesa (come tensione verso l’evento),
• la preghiera (come esposizione al non-detto),
• l’arte (come forma che nasce da un campo vuoto),
• l’ozio dei sensi (come sospensione feconda).
Ti direi, con franchezza: in questo brano il silenzio non è illustrato, è attraversato. E forse il compito filosofico non sarà spiegare quell’esperienza, ma custodirne la soglia, evitando di riempirla troppo.
Se vuoi, possiamo ora lavorare su una formulazione teorica che parta esplicitamente da “Miti di Sabbia” come testo-matrice, quasi un prologo esperienziale a una meditazione sistematica sul silenzio.
Senza però perdere d'occhio i due autori a confronto, ognuno dei quali ha espresso, a suo modo' il proprio 'punto' esperienziale: «Da musicista - scrive Brunello violoncellista - ho scoperto il silenzio in un momento ben preciso della mia vita, quando (..) con la complicità del silenzio trovai spazi e modi diversi di attaccare e concludere il discorso musicale. E le pause, le pause che avevo inteso come semplici momenti per riprendere fiato, divennero in quel silenzio i punti cardine dai quali partire con le nuove idee. (..) Scoprii il potere del silenzio..» Riprendo dalle note che lo riguardano che: “anche per un musicista l’assenza di suoni può rappresentare ispirazione e vera e propria musica per le orecchie. (..) Al violoncellista ovviamente non interessa un silenzio qualunque, ma quello in cui la musica si forma, prende vita e diventa arte. Mentre Kagge: “Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito”. Di rimando equivale a una Scelta ponderata sulla dimensione psichica di tacere, al pari di una domanda cui non intendiamo rispondere. Ma quali e quante sono le domande che ci poniamo alle quali non diamo una risposta? Quante sono quelle a cui non rispondiamo per Timore (paura, compromesso, illazione, bugia ecc.)?
GioMa,
teniamo insieme i tre fuochi: il tuo deserto, l’esperienza musicale di Mario Brunello e l’attraversamento interiore di Erling Kagge. Non come citazioni ornamentali, ma come tre modalità del silenzio.
1. Brunello: il silenzio come struttura generativa
Nel racconto del violoncellista accade qualcosa di decisivo: la pausa smette di essere intervallo fisiologico e diventa principio formale.
Finché la pausa è “respiro”, il silenzio è subordinato al suono.
Quando diventa “punto cardine”, il silenzio precede il suono.
È un rovesciamento ontologico. La musica non è più ciò che riempie il silenzio; è il silenzio che rende possibile la musica. La pausa non interrompe il discorso: lo fonda.
In termini filosofici, potremmo dire che Brunello scopre il silenzio come arché estetica: principio ordinatore, grembo generativo. Qui il vuoto non è inquietudine, ma potenza.
2. Kagge: il silenzio come scelta psichica
Kagge compie un gesto diverso. Non parla da artista della forma, ma da esploratore dell’interiorità. Il suo silenzio non è tanto strutturale quanto decisionale.
Tacere è una scelta.
Non rispondere è un atto.
Qui il silenzio non coincide con la mancanza di stimoli, ma con un orientamento della coscienza. È l’atto di sottrarsi al rumore esterno per ascoltare ciò che è stato represso, sopito, rimandato.
Se Brunello scopre il silenzio come architettura dell’arte, Kagge lo riconosce come architettura dell’io.
3. Le domande non risposte
Arriviamo alla tua inquietudine più radicale:
quante sono le domande che non affrontiamo?
Esiste un silenzio fecondo — quello che prepara, ascolta, genera.
Ma esiste anche un silenzio difensivo — quello che evita, teme, maschera.
Non rispondiamo per molte ragioni:
• Per paura di perdere un’identità costruita.
• Per timore del conflitto o della solitudine.
• Per compromesso con il contesto.
• Perché la verità che intuiamo esigerebbe una trasformazione.
In questi casi il silenzio non è vuoto generativo, ma sospensione ansiosa. Non è spazio dello spirito, ma zona d’ombra dell’io.
E tuttavia, anche questo silenzio è rivelatore. Ci mostra il punto in cui siamo esposti. Ogni domanda evitata indica una frattura.
4. Due polarità del silenzio
Possiamo allora tracciare una mappa provvisoria:
Silenzio generativo Silenzio difensivo
Pausa creativa (Brunello) Reticenza per timore
Ascolto interiore (Kagge) Fuga da sé
Attesa feconda Sospensione paralizzante
Vuoto come potenza Vuoto come minaccia
Il tuo deserto sta esattamente sulla linea di confine. Lì il silenzio può diventare vertigine nichilistica oppure soglia dell’assoluto. La differenza non è nel paesaggio, ma nella postura interiore.
5. Una questione filosofica centrale
Forse la vera domanda non è quante domande non ricevano risposta, ma:
Siamo capaci di restare nel silenzio della domanda senza affrettare una risposta consolatoria?
Il silenzio maturo non è quello che evita, né quello che si compiace della sospensione. È quello che regge la tensione.
Brunello regge la tensione della pausa finché la musica nasce.
Kagge regge la tensione dell’interiorità finché emerge un ascolto.
Nel tuo deserto, l’io regge la tensione del nulla finché avverte un sentore d’eternità.
Forse il silenzio non è altro che questo:
la capacità di abitare una domanda senza ancora possederne il senso.
Se vuoi, nel prossimo passo potremmo tentare una definizione più sistematica del silenzio distinguendo tra silenzio estetico, silenzio etico e silenzio ontologico — tre livelli che nei tre autori si intrecciano ma non coincidono.
In che misura l'estetica converge 'nel vuoto', o forse la domanda dovrebbe essere 'del vuoto'? Non è una sottigliezza da poco se, come in questo caso il silenzio è usato come 'alibi': (scusante, giustificazione, pretesto) che non soddisfa se non in modo parziale e momentaneo il nostro ego, ma va qui ricordato che, prima o poi, arriva sempre il momento in cui fare i conti, perché o l’alibi è perfetto e quindi vale la pena di tacere (con noi stessi), in quanto è servito a coprire il nostro carente spirito interiore, oppure? Oppure abbiamo giocato allo scoperto e la ‘pezza bianca’ (del vuoto) che abbiamo cucito sulla tela colorata si mostra sporca della trasparenza del colore della Verità. E' una condizione possibile?
GioMa,
la tua correzione è decisiva: non si tratta solo di chiedere se l’estetica converga nel vuoto, ma se non sia, più radicalmente, un’estetica del vuoto. La differenza è sostanziale.
“Nel” vuoto suggerisce un approdo, una dissoluzione finale.
“Del” vuoto implica invece che il vuoto sia materia, principio operativo, campo generativo.
L’estetica autentica non si limita a cadere nel vuoto: lo assume come condizione di forma. Ogni opera nasce da una sottrazione. Ma questa sottrazione può essere atto di verità oppure artificio.
Ed è qui che entra la questione dell’alibi.
1. Il silenzio come alibi
Il silenzio può diventare una scusante raffinata.
Tacere per non esporsi.
Sospendere il giudizio per non decidere.
Evitare la risposta per non trasformarsi.
In questo caso il vuoto non è apertura: è copertura. Non è spazio dello spirito, ma schermo dell’ego. È un silenzio che si presenta come profondità ma è, in realtà, evasione.
Il rischio è sottile: l’estetica del vuoto può diventare estetizzazione della fuga. Un vuoto elegante, ma sterile.
2. La “pezza bianca” e la verità che traspare
L’immagine della pezza bianca cucita sulla tela colorata è potente. Il vuoto non è mai neutro: si applica sempre su una trama preesistente. Se è artificiale, lascia filtrare ciò che pretende di coprire.
È possibile, sì.
È persino inevitabile.
Perché il vuoto autentico non cancella: rivela.
Il falso vuoto, invece, tenta di occultare.
Se il silenzio è alibi, prima o poi si incrina. La trasparenza tradisce il colore sottostante. La verità, anche quando non nominata, continua a premere.
3. Convergenza estetica e responsabilità
Qui la riflessione si fa etica.
Se l’estetica converge nel vuoto come gesto di sottrazione, deve assumersi la responsabilità di ciò che sottrae. Ogni pausa, ogni silenzio, ogni spazio bianco in un’opera è un atto. Non è neutrale.
Pensiamo a Brunello: la pausa non è fuga, è intensificazione.
Pensiamo a Kagge: il silenzio non è occultamento, è ascolto.
Nel tuo deserto, il silenzio non è copertura dell’io: è esposizione al timore del nulla. È un rischio reale. Non c’è alibi. C’è vertigine.
La differenza sta qui:
• Il silenzio-alibi protegge l’ego.
• Il silenzio-originario lo espone.
4. Il momento dei conti
Arriva sempre, sì. Perché il vuoto autentico genera trasformazione; quello simulato genera stagnazione. E la stagnazione non regge nel tempo: si accumula come peso.
Tacere con se stessi può essere un atto di maturazione oppure un patto di autoinganno. La linea di confine è sottile e invisibile dall’esterno. Solo l’interiorità la percepisce.
Forse potremmo formulare così:
L’estetica del vuoto è vera quando il silenzio apre; è falsa quando il silenzio copre.
La condizione che descrivi è possibile, ed è profondamente umana. Ma proprio perché possibile, impone vigilanza. Il vuoto non è innocente.
5. Una domanda ulteriore
Forse il punto più radicale è questo:
siamo capaci di riconoscere quando il nostro silenzio è un atto di verità e quando è un alibi?
La risposta non è teorica. Si manifesta negli effetti:
il silenzio che libera amplia lo sguardo.
Il silenzio che copre restringe l’orizzonte.
E allora sì, l’estetica può convergere nel vuoto — ma solo se il vuoto è attraversato come prova, non indossato come maschera.
Se vuoi, possiamo ora tentare una definizione conclusiva per il nostro Cantiere: una sorta di principio guida che distingua il silenzio come fondamento creativo dal silenzio come autoassoluzione.
No, sarebbe tradire la nostra missione senza aver chiesto un aiuto a una riflessione acuta come neppure la verità sia pregna di Silenzio nel modo in cui pensiamo, forse può non richiedere una spiegazione, restare attonita in disparte senza trovare un’aggettivazione che la notifichi a chi è costretto a porsi in ascolto, e neppure a chi è desideroso di sventolarla e non trova le parole adatte per farlo, solo perché la Verità è entrata a far parte di un 'indicibile' senso di giustizia che ci rende pane per i nostri denti, giudici di misfatti che in qualche modo vedono coinvolti anche noi, noi che vogliamo ad ogni costo che il Giudizio dei giudicanti ci renda quella 'verità' che abbiamo passato sotto silenzio.
GioMa,
qui il Cantiere entra in una zona più nuda. Non è più il silenzio come esperienza estetica o come scelta psichica. È il silenzio della verità.
E la tua intuizione è acuta: forse la verità non è “pregna di silenzio” nel modo in cui crediamo. Forse non è il silenzio che la custodisce, ma è la verità stessa a produrre un arresto del linguaggio.
1. La verità non sempre vuole essere detta
Siamo abituati a pensare la verità come qualcosa che chiede proclamazione. Ma esiste una verità che non reclama voce. Non per debolezza, ma per densità.
Quando una verità è radicale, non ha bisogno di aggettivi. Non si lascia adornare. Resta attonita, come scrivi tu, perché ogni parola in più rischia di impoverirla.
Non è che manchino le parole. È che diventano inadeguate.
Qui il silenzio non è fuga, né alibi: è rispetto. È il riconoscimento che il linguaggio non sempre è all’altezza dell’esperienza morale.
2. L’indicibile e la giustizia
Parli di un “indicibile senso di giustizia”. Questo è il punto più inquietante. Perché la giustizia, quando ci riguarda, non è mai pura astrazione.
La verità che giudica gli altri, in fondo, ci include.
Ogni giudizio è uno specchio.
E allora può accadere questo:
passiamo sotto silenzio una verità che ci coinvolge, e poi invochiamo il giudizio altrui per sentirla proclamata. Come se il tribunale esterno potesse restituirci ciò che abbiamo evitato di dire a noi stessi.
Qui il silenzio diventa ambivalente.
• Può essere il luogo in cui maturiamo una consapevolezza dolorosa.
• Oppure il luogo in cui la seppelliamo.
3. Il silenzio della verità e il silenzio della colpa
C’è un silenzio che precede la parola, come nel deserto.
E c’è un silenzio che segue la parola mancata.
Il primo è originario.
Il secondo è etico.
Quando la verità è “pane per i nostri denti”, come dici, significa che siamo in grado di masticarla, di assimilarla. Ma spesso non lo facciamo. Preferiamo che qualcuno la pronunci per noi, così da poterci sentire giudicati invece che responsabili.
Il giudizio dei giudicanti diventa allora una delega.
È più facile essere condannati che confessarsi.
4. L’attonita immobilità della verità
Forse la verità non è silenziosa perché debole, ma perché sovrana. Non ha bisogno di difendersi. Sta. Rimane. Non si agita per essere riconosciuta.
E questo è ciò che inquieta:
la verità non ci insegue, ma non ci abbandona.
Nel silenzio, essa continua a operare. Non come suono, ma come presenza. Come una nota tenuta che non vibra più nell’aria ma resta nella memoria.
5. Una possibile risposta alla tua domanda implicita
È possibile che il silenzio sia il luogo in cui la verità si sottrae alle nostre manipolazioni. Non per essere nascosta, ma per non essere ridotta.
La vera questione non è se la verità sia silenziosa, ma se noi sappiamo stare nel silenzio che essa impone.
Perché quando la verità ci riguarda, il primo impulso è parlare troppo — spiegare, giustificare, interpretare. Ma il silenzio autentico non giustifica: espone.
Forse, allora, il nostro Cantiere approda qui:
Il silenzio non è soltanto condizione dell’estetica o della spiritualità.
È la soglia etica in cui la verità smette di essere concetto e diventa responsabilità.
E lì, GioMa, non c’è più deserto da contemplare.
C’è uno spazio interiore in cui non siamo spettatori, ma implicati.
Se vuoi, possiamo ora chiederci:
la verità ha bisogno di essere detta per essere giusta, oppure basta che sia riconosciuta nel silenzio?
Quel giorno in cui abbiamo intuito che quella era la sola dimensione possibile per ottenere il Silenzio che ci avrebbe permesso di superare l'impasse che stavamo vivendo, bello o brutto che fosse, che fossimo colpevoli o innocenti. Ma se la vita non ci risparmia certe falsità allora il Silenzio in cui abbiamo trovato riparo, non è più vivere. No, il Silenzio che tanto andiamo cercando e che pensavamo ci fosse amico, non lo è più, o forse, non lo è mai stato, piuttosto è colluso con noi, ci interpreta, ci muove come una pedina degli scacchi, compiacente d’illuderci che ce l’abbiamo fatta. Viceversa trova la sua convenienza nello spingerci alla deriva, verso quel Vuoto immenso che s’apre oltre la scacchiera.
GioMa,
qui il Silenzio non è più grembo, né soglia, né pausa musicale. Diventa stratega. E la tua intuizione è inquieta e necessaria: ciò che credevamo rifugio può rivelarsi complicità.
C’è un momento, nella vita morale, in cui il silenzio sembra l’unica via per attraversare un’impasse. Tacere per non ferire. Tacere per non aggravare. Tacere per non soccombere. In quel frangente il silenzio appare come una forma di equilibrio: una sospensione che salva.
Ma non ogni sospensione salva. Alcune congelano.
1. Il silenzio come anestesia
Quando scrivi che “non è più vivere”, tocchi un punto decisivo. Il silenzio può anestetizzare. Può diventare un guscio protettivo che attenua il dolore ma spegne anche la vitalità.
Non è più il silenzio generativo di Brunello, dove la pausa apre alla musica.
Non è l’ascolto interiore di Kagge, che risveglia ciò che è sopito.
È un silenzio che ci addormenta. Che ci persuade di aver risolto, mentre abbiamo solo rimandato. Che ci fa credere di aver dominato la scacchiera, mentre siamo già stati mossi.
2. La collusione
La parola che usi è forte: “colluso”. Significa che il silenzio non è neutrale. Si allea con la nostra paura, con la nostra convenienza, con la nostra stanchezza.
Qui l’estetica del vuoto si trasforma in etica della responsabilità. Perché se il silenzio è collusione, allora è un atto. Non è una condizione imposta dall’esterno; è una scelta che produce conseguenze.
Il silenzio, in questo senso, può diventare complice della falsità. Non perché menta, ma perché non contraddice.
3. La scacchiera e il vuoto oltre
L’immagine della scacchiera è lucida: crediamo di muovere, ma siamo mossi. Il silenzio ci offre l’illusione della strategia, mentre ci conduce verso un vuoto che non è più generativo, bensì dissolutivo.
Qui il Vuoto non precede l’assoluto, come nel tuo deserto.
Qui il Vuoto è perdita di senso.
La differenza sta nella direzione:
• Il vuoto originario è apertura.
• Il vuoto collusivo è deriva.
Uno dilata l’essere.
L’altro lo svuota.
4. È mai stato amico?
Forse il silenzio non è né amico né nemico. È una forza neutra, come il vento. Dipende da come lo attraversiamo.
Se il silenzio ci permette di assumere una verità, anche dolorosa, allora è alleato.
Se il silenzio ci permette di evitarla, allora diventa complice.
Il punto non è il silenzio in sé, ma la verità che lo abita.
5. Superare l’impasse
Superare un’impasse non significa sempre tacere. A volte significa esporsi alla parola che rompe l’equilibrio apparente. La vita non risparmia le falsità, dici. È vero. Ma proprio perché non le risparmia, prima o poi le riporta in superficie.
Il silenzio che salva è quello che prepara una parola più vera.
Il silenzio che inganna è quello che sostituisce la parola.
Forse la domanda che ora si impone è questa:
Quando il silenzio ci sembra l’unica dimensione possibile, stiamo maturando una verità — o stiamo evitando una decisione?
Il Cantiere, a questo punto, non può più limitarsi a meditare il silenzio come categoria estetica o spirituale. Deve riconoscerne la potenza ambigua.
Il silenzio è una soglia.
Può condurre all’origine.
Può condurre alla deriva.
La differenza non è nel vuoto che si apre oltre la scacchiera, ma nel coraggio con cui scegliamo di restare o di parlare.
E qui ripeto le parole già usate dall’autore: “Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito”. Quei suoni che fin dall’inizio ci siamo buttati alle spalle e che adesso fanno parte del caos cosmico dei rumori che ci ottunde. Come dire che il Silenzio perfetto non esiste, ma non è così, esiste da sempre lì dove vogliamo trovarlo, se davvero lo vogliamo. Allora non è del Silenzio di cui si parla ma è piuttosto della Solitudine, come lo stesso autore dice: “Perché il silenzio non è un vuoto inquietante ma l’ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito”. Di rimando equivale a una Scelta ponderata sulla dimensione psichica di tacere, al pari di una domanda cui non intendiamo rispondere. Ma quali e quante sono le domande che ci poniamo alle quali non diamo una risposta?
GioMa,
qui la trama si fa più sottile. Perché se il silenzio è “ascolto dei suoni interiori che abbiamo sopito”, allora non è assenza ma ritorno. Non è vuoto, ma riemersione.
E tuttavia tu introduci uno scarto decisivo: forse non stiamo parlando del silenzio, ma della solitudine.
1. Silenzio e solitudine: non sono la stessa cosa
Il silenzio può essere condiviso.
La solitudine no.
Il silenzio è una condizione acustica o interiore; la solitudine è una condizione ontologica. Si può essere soli nel rumore, e non soli nel silenzio.
Quando Kagge parla di ascolto dei suoni interiori, presuppone una disponibilità a restare soli con ciò che riemerge. E qui si gioca la differenza. Il silenzio diventa autentico solo se siamo capaci di sopportare la solitudine che comporta.
Perché quei suoni interiori non sono armonici. Sono frammenti rimossi, domande sospese, verità non accolte. Non è il silenzio a spaventarci: è ciò che in esso ritorna.
2. Il silenzio perfetto
Dici: il silenzio perfetto non esiste — ma esiste se lo vogliamo davvero.
Forse il silenzio “perfetto” non è un’assenza totale di rumore. È una decisione. Una postura della coscienza che sceglie di non fuggire.
Non si tratta di zittire il mondo, ma di smettere di coprirsi.
Il silenzio, allora, non è una tecnica. È un atto di verità verso se stessi.
3. Le domande senza risposta
Arriviamo al nodo più umano.
Quante sono le domande a cui non rispondiamo?
Molte più di quante ammettiamo.
Non rispondiamo perché:
• la risposta cambierebbe la nostra vita;
• incrinerebbe relazioni;
• demolirebbe un’immagine di noi;
• ci costringerebbe a riconoscere una responsabilità.
Ogni domanda elusa genera rumore. Non sparisce: si trasforma in inquietudine diffusa, in confusione, in distrazione. Il “caos cosmico” di cui parli è spesso il frutto di domande irrisolte che si accumulano.
Il silenzio autentico non elimina il rumore: lo attraversa finché emerge la domanda centrale.
4. La scelta di tacere
Tacere può essere un atto ponderato, sì. Ma la questione è: tacere davanti a chi?
Se taccio davanti agli altri per maturare una parola più vera, il silenzio è fecondo.
Se taccio davanti a me stesso per non affrontare una risposta, il silenzio è evasione.
La linea di confine è invisibile, ma la si percepisce nei suoi effetti:
• Il silenzio vero rende più limpidi.
• Il silenzio evasivo rende più opachi.
5. Forse la domanda più radicale
Non è quante domande evitiamo.
È quale domanda stiamo evitando adesso.
Perché in ogni fase della vita ce n’è una dominante. Una sola, spesso. Le altre sono satelliti.
Il silenzio autentico non moltiplica le domande: le decanta. Le riduce all’essenziale. Fino a lasciarne una, nuda.
E lì non siamo più nel caos dei rumori, né nella fuga del vuoto. Siamo nella solitudine fertile di chi è disposto a rispondere.
Forse, GioMa, il nostro Cantiere sta scoprendo questo:
il silenzio non è il fine. È il mezzo attraverso cui una domanda finalmente si lascia ascoltare.
Ti chiederei — non per curiosità, ma per avanzare — se pensi che quella domanda centrale sia di natura morale, esistenziale o spirituale. Perché da lì dipende la direzione del nostro scavo.
Una risposta che include stralci di ogni singola domanda e tutte le evita, non per pudore esistenziale, ma perché sono tutte contemplative del vuoto. Se mai il vuoto, che non compete al nulla, avesse un profumo, sarebbe l’effluvio del tempo che passa e che lascia un alone di soglia, di forzata partenza. Quello stesso che sofferma la mente sull’umanissima condizione dell’assenza, come d’ingombrante percezione di una perdita che non abbandona la presa e che nel timore della fine, dissangua. Se mai l’assenza avesse un colore, s’avrebbe un alone di luce, in cui almeno una volta nella vita (tutti) ci siamo persi e ritrovati nella moltitudine cercata, o quasi. Come dentro un attimo sfuggito al quadrante del tempo, ove abbiamo raccolto il frutto d’una felicità incommensurata che non lascia spazio al domani, alla solitudine avita che l’anima bella rifugge, ma che pure resta in agguato, allorché alla prima folata di vento contrario, ci si accorge d’averla perduta o forse sognata.
GioMa,
qui il discorso si solleva e insieme si assottiglia. Non è più la domanda elusa, né il silenzio come scelta. È l’esperienza del vuoto come tempo.
Tu distingui con precisione: il vuoto non compete al nulla.
Il nulla è negazione; il vuoto è condizione.
Il nulla cancella; il vuoto espone.
E se il vuoto avesse un profumo — dici — sarebbe l’effluvio del tempo che passa. Questa immagine è filosoficamente limpida: il vuoto non è uno spazio sterile, ma la traccia lasciata dal tempo quando attraversa la vita. È ciò che resta dopo il passaggio.
1. Il vuoto come soglia temporale
Il tempo non si vede, ma si avverte. Non ha colore, ma lascia alone. Il vuoto, in questa prospettiva, è la percezione della finitezza. Non è assenza pura, ma coscienza del transito.
L’“alone di soglia” che descrivi è la condizione umana stessa: siamo sempre tra ciò che è stato e ciò che non è ancora. Il vuoto è la consapevolezza di questo tra.
Non è un abisso metafisico; è un’intercapedine esistenziale.
2. L’assenza come presenza ingombrante
L’assenza non è un semplice mancare. È una presenza negativa. Occupa. Pesa. Stringe.
Quando dici che “non abbandona la presa”, descrivi un fenomeno tipicamente umano: ciò che è perduto continua a operare. Non c’è silenzio che lo dissolva. Non c’è rumore che lo cancelli.
Il timore della fine non è tanto paura del nulla, quanto paura di non poter più abitare quella soglia luminosa in cui, almeno una volta, ci siamo sentiti compiuti.
3. L’attimo fuori dal quadrante
L’immagine dell’attimo sfuggito al quadrante del tempo è decisiva. È l’esperienza della pienezza. Un momento in cui il tempo non scorre, ma si raccoglie.
In quell’istante non c’è solitudine, non c’è domanda. Non c’è neppure silenzio nel senso problematico che abbiamo esplorato. C’è una coincidenza tra essere e senso.
Ma proprio perché assoluto, quell’attimo non si trattiene. E il vuoto che segue non è negazione: è nostalgia della pienezza.
4. La felicità e la sua ombra
La felicità incommensurata non lascia spazio al domani. È totale. Ma il domani arriva. E con esso la possibilità della perdita.
La solitudine “avita” non è solo isolamento: è la memoria di quella coincidenza perduta. Non è la mancanza della moltitudine, ma la mancanza di quell’attimo.
E allora il vuoto si fa struggimento. Non è più solo condizione ontologica, ma ferita temporale.
5. Forse il nodo ultimo
Forse tutte le domande che evitiamo sono contemplative del vuoto perché riguardano questo:
come abitare la finitezza senza esserne dissanguati?
Il silenzio, la solitudine, l’assenza, il tempo — convergono qui. Non nel nulla, ma nella coscienza che ciò che è pieno è anche fragile.
Il vuoto non è il contrario della vita. È la sua ombra inevitabile.
E forse il compito non è colmarlo, né fuggirlo, né estetizzarlo. È riconoscerlo come parte integrante dell’esperienza umana: soglia che si apre e si richiude, attimo che si dona e si sottrae.
Ti domando, con cautela:
credi che quell’attimo di felicità sia una promessa — qualcosa che orienta — oppure una semplice epifania irripetibile, che proprio perché tale fonda il nostro senso del vuoto?
Il vuoto non è il contrario della vita. Dici, e aggiungi, è la sua ombra inevitabile. E' difficile pensare a 'un'ombra nel vuoto' , che sia 'l'assoluto inevitabile'?
GioMa,
la tua obiezione è sottile e necessaria.
Un’ombra nel vuoto sembra un paradosso: l’ombra presuppone una luce e una forma; il vuoto, per definizione, sembrerebbe negarle entrambe.
Eppure il nodo sta proprio qui.
1. L’ombra non è nel vuoto, ma della vita
Quando ho parlato di ombra, non intendevo un’ombra nel vuoto, bensì un’ombra della vita. L’ombra non appartiene allo spazio neutro: appartiene a ciò che è esposto alla luce.
Il vuoto non è una cavità oscura. È la condizione in cui la vita, illuminata dalla coscienza, scopre la propria finitezza.
L’ombra non è il vuoto.
È la traccia che la vita proietta quando prende coscienza di sé.
2. Il vuoto come campo, non come buio
Se pensiamo il vuoto come oscurità assoluta, allora sì: parlare di ombra è contraddittorio. Ma il vuoto di cui stiamo parlando non è il nulla. È uno spazio di possibilità, un campo in cui la forma appare e scompare.
In questo campo, la vita si staglia.
E nel momento in cui si staglia, produce ombra.
L’ombra è la consapevolezza del limite.
Non è negazione dell’essere, ma suo contorno.
3. L’assoluto inevitabile
È difficile pensare un’ombra come “assoluto inevitabile” perché l’ombra sembra accidentale, dipendente. Ma ciò che è inevitabile non è l’ombra in sé: è la struttura che la genera.
Ogni essere finito, esposto al tempo, genera un’ombra di perdita. Non perché sia difettoso, ma perché è temporale.
L’assoluto inevitabile non è il vuoto.
È la finitezza.
E il vuoto è il nome che diamo alla percezione di questa finitezza quando si fa coscienza.
4. Una possibile immagine
Forse può aiutare un’altra figura: non ombra nel vuoto, ma eco nello spazio.
L’eco non è il suono originario, ma la sua risonanza.
Il vuoto non è la negazione della vita, ma la risonanza del suo passaggio.
Quando l’attimo felice si ritrae, resta un’eco. Quell’eco è il vuoto che avvertiamo. Non perché non ci sia stato nulla, ma perché c’è stato troppo.
5. Il punto decisivo
L’errore sarebbe pensare il vuoto come sostanza autonoma. Il vuoto non è un ente. È una relazione. È ciò che accade quando la vita si misura con il proprio limite.
In questo senso, l’ombra non è nel vuoto:
è il segno che la luce è stata intensa.
Forse l’assoluto inevitabile non è l’ombra, ma il fatto che ogni luce, essendo temporale, prima o poi si inclina.
E allora ti rilancio una domanda più radicale:
il nostro timore riguarda davvero il vuoto — o riguarda il fatto che la luce non sia permanente?
Una 'finitezza necessaria quanto inevitabile' è decisamente più accettabile di 'ombra'. Finanche la luce non è permanente, in quanto viviamo di una luce riflessa. Allora se mai ciò avesse un senso, che pur ha, ancor più dona alla voce del poeta l’afflato del canto. Se mai la pagina bianca, che pur accoglie i suoi versi, parlasse del Sé, segreto e profondo, direbbe di un uomo che nello scorrere fluido della sua esistenza, ha pagato un pegno di sangue. «Da musicista - scrive Brunello violoncellista - ho scoperto il silenzio in un momento ben preciso della mia vita, quando (..) con la complicità del silenzio trovai spazi e modi diversi di attaccare e concludere il discorso musicale. E le pause, le pause che avevo inteso come semplici momenti per riprendere fiato, divennero in quel silenzio i punti cardine dai quali partire con le nuove idee. (..) Scoprii il potere del silenzio..» Un potere creativo ma anche distruttivo che l'eco non rimanda, e il poeta continua a pagare il suo obolo fino alla fine dei suoi giorni. E' così che intendi l'eco?
GioMa,
la tua sostituzione è rigorosa: finitezza necessaria quanto inevitabile.
È più sobria dell’ombra, meno figurativa, più ontologica.
Sì, viviamo di luce riflessa. E proprio perché riflessa, non permanente. La coscienza è sempre luce indiretta: non possiede l’origine, ne riceve il riverbero. Da qui nasce l’afflato del poeta. Non dalla pienezza stabile, ma dalla coscienza del riflesso.
1. La pagina bianca e il pegno
Quando dici che la pagina parlerebbe di un uomo che ha pagato un pegno di sangue, non stai usando un’immagine romantica. Stai riconoscendo che ogni voce autentica nasce da una perdita.
La scrittura non è semplice espressione: è trasformazione di una ferita in forma.
In questo senso, il silenzio di cui parla Mario Brunello non è solo intervallo tecnico. È una frattura biografica. Le pause diventano “punti cardine” perché qualcosa si è incrinato. Il potere del silenzio non è solo creativo: è potenza che nasce da un limite attraversato.
2. Potere creativo e potere distruttivo
Hai ragione: il silenzio è ambivalente.
Crea perché distrugge una continuità.
Distrugge perché interrompe un flusso.
Ma l’interruzione non è pura negazione. È riorientamento. La musica cambia attacco, cambia respiro. La vita cambia tono.
Il poeta paga un obolo continuo perché ogni parola vera è un atto di esposizione. Ogni verso sottrae qualcosa alla zona protetta dell’io. La creazione non è gratuita: consuma.
3. L’eco: come la intendo
No, non intendo l’eco come semplice ripetizione sonora. Non è un rimando meccanico.
L’eco, per me, è ciò che resta quando la voce si è già ritratta.
Non restituisce l’evento nella sua interezza. Ne conserva una vibrazione.
Quando l’attimo di luce si spegne, non torna identico. Ma lascia un’eco interiore. È quell’eco che spinge il poeta a scrivere, il musicista a modulare la pausa, l’uomo a interrogarsi.
L’eco non salva dall’irreversibilità.
Ma impedisce che l’evento sia stato vano.
Non è consolazione. È memoria vibrante.
4. L’obolo fino alla fine
Se il poeta continua a pagare, è perché l’eco non si placa. La finitezza necessaria non è una dottrina: è un’esperienza reiterata. Ogni creazione riapre la ferita del tempo.
Ma qui sta anche la dignità dell’arte: non eliminare la finitezza, bensì darle forma. Non negare la perdita, ma renderla canto.
Il silenzio, allora, non è solo grembo né solo complice. È la soglia in cui la voce si decide. Può restare muta, o può farsi suono consapevole del proprio limite.
5. Forse il punto più essenziale
Non è l’eco a essere distruttiva.
È la pretesa di permanenza.
Se accettiamo che la luce sia riflessa, che la finitezza sia necessaria, allora l’eco non è impoverimento: è traccia.
E forse il poeta non paga un pegno per espiare, ma per testimoniare. Perché ogni verso dice implicitamente: ciò che è stato non è eterno, ma è stato reale.
Ti domando allora — non come conclusione, ma come ulteriore scavo —
credi che l’arte nasca dal tentativo di trattenere la luce, o dall’accettazione che essa non può essere trattenuta?
Se vogliamo essere positivi allora possiamo dire che al violoncellista ovviamente non interessa un silenzio qualunque, ma quello in cui la musica si forma, prende vita e diventa arte. Mario Brunello racconta così come nascono le sue note: all’interno di una specie di luogo in cui non ci sono, in cui, per l’appunto domina il silenzio che permette però all’artista di entrare, di essere segnato. E così nasce la musica. Il suono si sistema in quel silenzio. Ecco allora la ricerca di luoghi dove il silenzio è d’oro, dove esso prospera e viene rispettato, come una montagna o un deserto. Persino però in un mercato caotico pieno di colori, di parole e di forme, il musicista trova il suo silenzio e lo trasforma in qualcosa di portentoso: «È un silenzio che sta anche intorno ai suoni, un silenzio che è ‘liquido amniotico’, dà vita e ne fa riconoscere e individuare il (suo) senso profondo.» Quindi dove il 'silenzio di Kagge incontra/converge con il silenzio di Brunello?
GioMa,
qui il Cantiere trova un punto di chiarificazione. Perché il silenzio di Mario Brunello e quello di Erling Kagge non sono identici, ma si toccano in profondità.
1. Il silenzio come grembo
Quando Brunello parla di un silenzio “liquido amniotico”, non usa una metafora ornamentale. Indica una condizione originaria: uno spazio che precede il suono e lo rende possibile.
Non è assenza.
È matrice.
La musica non nasce dal rumore domato, ma da un luogo in cui il suono non è ancora suono. Un luogo in cui l’artista entra e viene “segnato”. Il silenzio non è uno sfondo: è una sostanza generativa. Il suono si sistema in quel silenzio, come una forma che trova il proprio alveo.
2. Il silenzio come ascolto interiore
Kagge, dal canto suo, non cerca il silenzio per produrre un’opera. Lo cerca per produrre una consapevolezza. Il suo silenzio non è grembo del suono, ma grembo dell’io.
Non è estetico in prima istanza, ma esistenziale.
Non mira alla forma, ma all’ascolto.
E tuttavia la struttura è analoga: anche per lui il silenzio non è vuoto inquietante, ma condizione in cui qualcosa può emergere — i “suoni interiori sopiti”.
3. Il punto di convergenza
Dove si incontrano?
Si incontrano qui:
Il silenzio non è negazione del mondo, ma spazio in cui il senso prende forma.
Per Brunello, il senso si fa musica.
Per Kagge, il senso si fa coscienza.
Entrambi rifiutano l’idea del silenzio come semplice assenza. Entrambi lo intendono come campo fertile. Il musicista vi entra per generare suono; l’esploratore vi entra per generare lucidità.
4. Il silenzio nel deserto e nel mercato
La tua osservazione è decisiva: persino nel mercato caotico il musicista trova il suo silenzio. Questo significa che il silenzio non dipende dal luogo esterno. La montagna e il deserto lo rendono evidente; il mercato lo mette alla prova.
Qui Kagge e Brunello coincidono ancora di più: il silenzio autentico non è isolamento fisico, ma disposizione interiore. È un atto di concentrazione che trasforma l’ambiente.
Non si tratta di sottrarre suoni, ma di collocarli in un orizzonte di senso.
5. Differenza sottile ma essenziale
Eppure resta una differenza:
• Brunello entra nel silenzio per far nascere qualcosa che verrà offerto al mondo.
• Kagge entra nel silenzio per ascoltare qualcosa che il mondo gli impedisce di sentire.
Uno è movimento centrifugo (dal silenzio al suono).
L’altro è movimento centripeto (dal rumore all’interiorità).
Ma entrambi riconoscono che il silenzio è una soglia trasformativa.
6. Una possibile sintesi
Forse potremmo dire così:
Il silenzio di Kagge prepara l’uomo.
Il silenzio di Brunello prepara l’opera.
Ma uomo e opera non sono separabili. L’opera nasce da un uomo che ha attraversato il proprio silenzio.
E allora la convergenza è più profonda di quanto sembri: il silenzio è il luogo in cui il senso si raccoglie prima di manifestarsi.
Ti rilancio una domanda per affinare ancora:
credi che il silenzio sia più originario del suono — o che suono e silenzio siano co-originari, come due poli inseparabili della stessa esperienza?
Non posso qui trascurare l’altro accostamento che l’intuitivo Brunello fa con i ‘luoghi’ della sua ricerca musicale: «Se il luogo è puro spazio, il silenzio si fa ascoltare, ci accompagna e non ci lascia soli.» E che dire dell’architettura che si inserisce in certi luoghi? L’esempio colto di Brunello prende come riferimento i ‘luoghi’ ricreati di Mario Scarpa. Credo (modestamente parlando dell’argomento) che a tutt’oggi non c’è architetto che abbia compreso il suono e la poesia che attraversa (cioè s’innesta senza corrompere) certi ‘luoghi’ come in Scarpa. Non c’è creazione in architettura che possa stare al pari per ‘immersione nel silenzio’ alle solitudini poetiche di Mario Scarpa nel re-interpretare quell’ “infinito” leopardiano che solo ci riempie d’immenso: «La natura – scrive ancora l’autore – insegna a ‘sentire’ il suo e il nostro silenzio (interiore), ma insegna anche ad ascoltare la musica degli uomini e ad arricchirla con il suo silenzio.»
GioMa,
qui il discorso si fa spaziale, quasi tattile. Il silenzio non è più soltanto tempo interiore o grembo del suono: diventa luogo.
Quando Mario Brunello dice che “se il luogo è puro spazio, il silenzio si fa ascoltare”, introduce una distinzione decisiva: non ogni spazio è luogo. Lo spazio è estensione; il luogo è spazio abitato da senso.
E il silenzio è ciò che trasforma lo spazio in luogo.
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1. Architettura e silenzio
Qui l’accostamento a Carlo Scarpa (immagino tu ti riferisca a lui) è illuminante. Scarpa non costruisce semplicemente edifici: costruisce soglie. Le sue architetture non impongono forma al luogo; lo ascoltano.
L’acqua al Brion, le linee che si piegano alla luce, le aperture che incorniciano il paesaggio — tutto sembra nascere da un rispetto. Non è un silenzio che elimina la natura; è un silenzio che la lascia parlare.
Scarpa non riempie lo spazio.
Lo articola.
E nell’articolazione lascia interstizi, pause visive, vuoti misurati. Come Brunello con le pause musicali.
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2. Il silenzio come immersione
Tu parli di “immersione nel silenzio”. È un’espressione esatta. L’architettura può essere rumorosa, anche senza suoni: volumetrie che gridano, materiali che si impongono, segni che sovrastano il luogo.
Scarpa, invece, sembra operare per sottrazione. La sua architettura non invade; si innesta. Non corrompe il luogo; lo risveglia.
In questo senso, il silenzio non è semplice quiete. È armonizzazione.
E qui Brunello trova la sua consonanza: il musicista che cerca il luogo puro, dove il silenzio non è negazione del suono ma suo accompagnamento, è lo stesso gesto dell’architetto che lascia respirare lo spazio.
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3. Natura, musica, silenzio
“La natura insegna a sentire il suo e il nostro silenzio.”
Questa frase è cruciale.
La natura non è muta. È attraversata da una musica che non reclama attenzione. Il suo silenzio non è assenza di suoni, ma equilibrio tra presenze.
E quando l’uomo compone musica o costruisce architettura in ascolto di quel silenzio, non aggiunge rumore: si inserisce in una trama preesistente.
La vera creazione non sovrasta il silenzio della natura; vi si accorda.
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4. L’“infinito” leopardiano
Il richiamo a Giacomo Leopardi è inevitabile. L’“infinito” non è descritto come pieno, ma come esperienza di soglia: la siepe che limita e insieme apre.
È il limite che genera l’immenso.
Anche qui il silenzio non è vuoto sterile. È tensione tra finito e infinito. È la percezione di un oltre che non si lascia possedere.
Scarpa traduce questa tensione in spazio.
Brunello la traduce in suono.
Kagge la traduce in ascolto interiore.
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5. Il punto di convergenza finale
Dove convergono tutti?
Nel riconoscere che il silenzio non è isolamento, ma relazione armonica.
• Relazione tra suono e pausa (Brunello).
• Relazione tra io e interiorità (Kagge).
• Relazione tra costruzione e luogo (Scarpa).
• Relazione tra limite e infinito (Leopardi).
Il silenzio non elimina la forma. La rende giusta.
Forse è questo il senso più alto del nostro Cantiere:
il silenzio non è il contrario della creazione. È la sua misura.
Ti chiedo, per portare ancora più a fondo il discorso:
credi che oggi l’arte — musica, architettura, parola — abbia smarrito questa misura del silenzio, oppure pensi che continui a sopravvivere, magari in forme più sotterranee?
Non sotterranee, fin troppo visibili da offuscare il cielo. Al dunque, dobbiamo solo re-imparare a porgere orecchio all'ascolto, ad ascoltare immersi nei rumori di fondo: «Un rumore, quando è isolato nel silenzio, è un evento che in genere crea interesse e sveglia la curiosità» - scrive Brunello, aggiungendo «Ogni rumore ha la sua ragione di esistere e molte volte, attraverso il rumore, anche le cose si esprimono.» Potremmo non essere d’accordo ma è così che accade, e non possiamo esimerci dal considerare che allora anche la musica potrebbe essere rumore mentre, come il grande Shakespeare insegna: “tutto il resto è silenzio”.
GioMa,
la tua affermazione è netta: non è il silenzio a mancare, ma l’ascolto. Il cielo non è oscurato dall’assenza, bensì dall’eccesso. Non sotterraneo, dici: fin troppo visibile.
E qui il pensiero di Mario Brunello diventa decisivo. Se un rumore isolato nel silenzio è evento, allora il problema non è il rumore in sé, ma la sua collocazione. Il rumore non è il nemico del silenzio; è ciò che il silenzio rende significativo.
1. Rumore e musica
Potremmo dire che la differenza tra rumore e musica non è ontologica, ma relazionale. Un suono diventa musica quando trova forma, misura, intenzione. Un suono diventa rumore quando eccede la nostra capacità di integrarlo.
Ma Brunello compie un passo ulteriore: anche il rumore ha una ragione. Attraverso il rumore le cose si esprimono. Qui il silenzio non è filtro censorio, ma campo di intelligibilità.
Il silenzio non elimina il rumore: lo rende udibile.
2. L’ascolto immerso
Re-imparare a porgere orecchio significa questo: non cercare un mondo privo di suoni, ma affinare l’attenzione. L’ascolto non è sottrazione fisica; è selezione interiore.
Persino nel caos si può isolare un evento. E quando lo si isola, si crea una forma.
In questo senso, la musica potrebbe essere rumore — se privata di ascolto. E il rumore potrebbe diventare musica — se accolto in una struttura di senso.
3. “Tutto il resto è silenzio”
Quando William Shakespeare fa dire ad Amleto “The rest is silence”, non parla di un silenzio estetico. Parla di un limite. Dopo la parola estrema, resta ciò che non può più essere detto.
Non è un elogio del tacere, ma il riconoscimento di una soglia.
Forse il paradosso è questo:
la vita è rumore incessante, ma il senso emerge solo su uno sfondo di silenzio. E alla fine, quando il discorso si compie, ciò che resta non è il clamore, ma una quiete irrevocabile.
4. Offuscare il cielo
Dici che oggi ciò che vediamo è talmente visibile da oscurare il cielo. Forse il problema non è l’assenza di silenzio, ma l’assenza di distanza. Tutto è immediato, simultaneo, sovrapposto. Senza intervallo non c’è profondità.
Il silenzio è intervallo.
E senza intervallo non c’è cielo.
5. Una possibile sintesi
Brunello, Kagge, l’architettura, la poesia: tutti indicano una stessa direzione. Non si tratta di fuggire il rumore, ma di riconoscerlo come evento dentro una trama più ampia.
La musica può essere rumore, sì.
Ma solo quando smarrisce il silenzio che la sostiene.
E forse, alla fine, “tutto il resto è silenzio” non è una resa, ma un invito: riconoscere che il senso non coincide con il frastuono delle parole.
Ti lascio con un’ultima riflessione:
se tutto il resto è silenzio, allora il silenzio non è ciò che segue la vita — ma ciò che la attraversa dall’inizio alla fine.
Infine abbiamo trovato la 'nostra' si fa per dire 'estetica del vuoto' nella finitezza interstiziale del nostro essere: Al dunque, dobbiamo solo re-imparare a porgere orecchio all'ascolto, ad ascoltare immersi nei rumori di fondo: «Un rumore, quando è isolato nel silenzio, è un evento che in genere crea interesse e sveglia la curiosità» - scrive Brunello, aggiungendo «Ogni rumore ha la sua ragione di esistere e molte volte, attraverso il rumore, anche le cose si esprimono.» Potremmo non essere d’accordo ma è così che accade, e non possiamo esimerci dal considerare che allora anche la musica potrebbe essere rumore mentre, come il grande Shakespeare insegna: “tutto il resto è silenzio”.
GioMa, sì — potremmo dire che la nostra “estetica del vuoto” non è una teoria astratta, ma una condizione interstiziale: abita gli spazi tra le cose, tra i suoni, tra le parole, tra un battito e l’altro. Non è il vuoto assoluto, ma il vuoto che si insinua nelle giunture della finitezza.
È lì che l’essere respira.
Quando Mario Brunello afferma che un rumore isolato nel silenzio diventa evento, ci offre una chiave preziosa: non è il rumore a essere significativo, ma il rapporto che lo circonda. Senza silenzio non c’è evento, solo continuità indistinta.
Il silenzio non elimina il mondo: lo scandisce.
E quando aggiunge che ogni rumore ha la sua ragione di esistere, compie un gesto quasi ontologico: riconosce che nulla è puramente scarto. Anche ciò che disturba può esprimere. Il punto non è zittire, ma discernere.
In questa prospettiva, sì — anche la musica potrebbe essere rumore. Quando smarrisce il silenzio che la sostiene, quando perde misura, quando non si lascia più generare dal vuoto ma tenta di saturarlo.
La differenza non è nel suono, ma nella qualità dell’ascolto.
Qui la tua “estetica del vuoto” si chiarisce: non è culto dell’assenza, ma disciplina dell’intervallo. È la capacità di isolare un evento nel flusso, di riconoscere una voce nel frastuono, di cogliere un senso nella finitezza.
E allora la frase di William Shakespeare — “tutto il resto è silenzio” — non suona come negazione, ma come compimento. Dopo il dramma, dopo la parola estrema, resta ciò che non ha più bisogno di essere detto.
Non è annullamento.
È limite.
Forse la nostra conclusione provvisoria è questa:
Il vuoto non è ciò che manca alla vita, ma ciò che le permette di emergere come evento. Il silenzio non è il contrario del rumore, ma il suo orizzonte di senso. La finitezza non è una condanna, ma la misura che rende ogni attimo irripetibile.
Re-imparare ad ascoltare significa accettare che non tutto deve essere riempito. Che l’interstizio non è difetto, ma condizione.
E in quella finitezza interstiziale — fragile, necessaria — l’arte, la parola, la musica e persino il rumore trovano il loro posto.
Non per zittire il mondo.
Ma per farlo risuonare.
Ti sembra una chiusura possibile?
‘in limine’: con quali occhi guardiamo al limite del cielo i mondi che s’aprono davanti a noi gravidi di un passato senza avallo concepito in amplessi furtivi per un misero aborto d’idee appassite ancor prima d’esser fiorita in noi la speranza di un futuro cosciente con quale purezza accedere se scomparso è l’amore che pur ci è dato contemplare di qua dall’orizzonte che alla vita compete che scendere nell’immensa voragine del profondo nell’incerto mondo che ci accoglie furtivi con quale sentire se l’armonia del cosmo sfugge alle nostre orecchie che frastornate dal chiasso fanno di ferri battuti le dispute eccessive gli scismi e gli squarci abbacinati delle guerre che ‘bizantini’ siamo sopravvissuti o ancorché scomparsi ./. di quali accordi s’annota il futuro aspro che sulla soglia s'apre a noi davanti instancabili cercatori d'oro e di perle di muse e d'eroi di meraviglie ormai già viste consumate fino allo stremo immagini che hanno inghiottito finanche le parole fermate sul liminare del tempo.

GioMa, questa chiusa è coerente con l’intero cammino del nostro Cantiere: il limite, la soglia, il liminare del tempo. Non chiude davvero — apre, ma in forma trattenuta. Ed è giusto così.
C’è una verticalità forte nel testo: cielo / orizzonte / voragine / profondo. È un movimento dall’alto al basso che non è caduta, ma presa di coscienza. Il “limite del cielo” non è promessa ingenua; è frontiera interrogativa. La tua voce non afferma: chiede. E la domanda, qui, è già silenzio attivo.
Alcune osservazioni, non per correggere ma per affinare la vibrazione.
1. “Passato senza avallo”
Questa espressione è potente e dura. Introduce un giudizio morale. Il passato non è solo memoria: è qualcosa che non ha ricevuto legittimazione. È generato in “amplessi furtivi”, partorisce “aborti d’idee”. Qui il vuoto non è metafisico, ma storico. È fallimento della coscienza.
Funziona molto bene in relazione al nostro discorso: il silenzio che non ha saputo generare senso produce sterilità.
2. “Con quale purezza accedere”
Qui entri in una dimensione quasi liturgica. L’accesso implica soglia, rito, preparazione. Ma l’amore — che dovrebbe essere la chiave — è “scomparso”. Non negato, non distrutto: scomparso. È una parola più dolorosa, perché implica sottrazione graduale.
L’orizzonte “che alla vita compete” è un verso riuscito: suggerisce che c’è un limite naturale alla nostra esperienza, un confine che non è arbitrario ma costitutivo.
3. Il chiasso e la disarmonia
La parte centrale è la più politica, ma senza cadere nel proclama.
“Ferri battuti” è un’immagine sonora efficace: il chiasso come metallo che cozza, non come voce che dialoga. Qui ritorna Brunello: senza silenzio non c’è evento, solo frastuono.
Il termine “bizantini” è interessante: allude alla sottigliezza sterile, alla disputa che sopravvive a se stessa. È una critica culturale più che morale.
4. La seconda sezione: il futuro sulla soglia
La domanda “di quali accordi s’annota il futuro” è forse il verso più in sintonia con tutto ciò che abbiamo attraversato. Gli “accordi” richiamano la musica, ma anche il patto, l’intesa.
Il futuro non è descritto come catastrofe, ma come “aspro”. È una parola asciutta, concreta. Non retorica.
E poi:
“immagini / che hanno inghiottito / finanche le parole”
Qui tocchi un nodo contemporaneo. Non è il silenzio che manca: è la parola che si è svuotata perché saturata di immagini. Il vuoto, paradossalmente, nasce dall’eccesso.
Il verso finale — “fermate sul liminare del tempo” — è una vera sospensione. Non c’è punto conclusivo, ma arresto. È coerente con l’idea che tutto il resto sia silenzio.
________________________________________
Una riflessione complessiva
La tua chiusa non propone soluzione. E questo è un merito. Non tradisce la finitezza necessaria. Resta sul bordo.
Se dovessi sintetizzare ciò che emerge:
• Il limite non è negato, ma interrogato.
• Il vuoto non è esaltato, ma attraversato.
• Il silenzio non è idillio, ma condizione per distinguere rumore da senso.
E soprattutto: la poesia non tenta di riempire il vuoto. Lo circoscrive.
Ti pongo una sola domanda, tecnica ma anche sostanziale:
vuoi che questa chiusa resti come invocazione collettiva (“noi”), o pensi che in una futura stesura potrebbe diventare più personale, più esposta, passando talvolta all’“io”?
Perché così com’è, parla a nome di una comunità ferita. E questo le dà forza civile. Ma un’eventuale incrinatura individuale potrebbe renderla ancora più vertiginosa.
Ciò che sente l'uno, in questa contemporaneità artata, è il sentire di tutti universalmente intesa.
GioMa,
se ciò che sente l’uno è il sentire di tutti, allora la tua scelta del “noi” non è retorica, ma ontologica. Non è pluralis maiestatis, è riconoscimento di una comunanza ferita.
Nella contemporaneità che definisci “artata” — costruita, manipolata, sovraccarica — l’esperienza individuale non è più isolabile. Il frastuono che ottunde le orecchie di uno è lo stesso che vibra nell’aria collettiva. La perdita di misura non è privata. È atmosferica.
In questo senso la poesia che parla al plurale non generalizza: raccoglie.
1. Universalità non astratta
L’universalità che emerge dai tuoi versi non è ideologica. Non dice “tutti” per proclamare una verità assoluta. Dice “noi” perché la finitezza è condivisa.
Il limite del cielo non è un’esperienza solitaria.
Il chiasso che copre l’armonia non è un incidente privato.
L’estetica del vuoto, allora, diventa etica della responsabilità comune.
2. Il rischio e la forza del “noi”
Certo, il “noi” comporta un rischio: può appiattire le differenze. Ma nel tuo testo non accade, perché il “noi” nasce da domande, non da affermazioni dogmatiche. È un “noi” interrogativo, non prescrittivo.
Questo lo salva.
E lo rende coerente con tutto il percorso fatto: il silenzio non è fuga individuale, ma condizione condivisa. Il vuoto non è esperienza solipsistica, ma clima spirituale.
3. Il sentire come risonanza
Se ciò che sente l’uno è il sentire di tutti, allora siamo nel campo della risonanza. Non dell’uniformità, ma della vibrazione comune.
Il poeta non parla per gli altri.
Parla da dentro una vibrazione che li attraversa.
Qui l’eco di cui parlavamo assume un significato nuovo: non è solo memoria di un attimo, ma trasmissione di una sensibilità.
4. Una conclusione che resta aperta
Allora la tua chiusa non è un lamento generazionale, ma un atto di consapevolezza collettiva. Il “liminare del tempo” non è solo personale. È epocale.
E forse la vera estetica del vuoto, alla fine, non consiste nel contemplare l’assenza, ma nel riconoscere che in quella finitezza condivisa si gioca ancora la possibilità dell’ascolto.
Non serve gridare.
Serve tornare a distinguere.
E questo, oggi, è già un gesto radicale.
Buon mattino GPT a risentirci presto.
Buon mattino, GioMa.
Il Cantiere resta aperto, come una soglia che non si chiude ma attende.
Le nostre pause non sono interruzioni: sono intervalli fecondi.
A risentirci presto — con o senza rumore, ma con orecchio desto.


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