Pubblicato il 28/02/2026 00:49:46
Galileo è stato uno dei personaggi più influenti della storia del pensiero scientifico dell’intera umanità. Uomo arguto e sapiente che seppe compendiare la figura dell’innovatore assieme a quella di chi professa la propria aspirazione interiore: il genio. La figura di Galileo Galilei è una delle maggiori nella storia della scienza e dell’intera filosofia sperimentale. Nasce a Pisa nel 1564, dapprima studia medicina, ma dopo questa esperienza incompiuta decide di dedicarsi da autodidatta agli studi di matematica, sotto la guida di Ostilio Ricci. Gli interessi di Galileo vanno orientati alla sperimentazione fisica e all’applicazione pratica della matematica e delle arti meccaniche. Da questo momento, più che mai, la scienza comincia ad assumere progressivamente uno spazio inedito all'interno dello scibile umano. Successivamente, Galileo si dedicherà agli studi della fisica, con un netto interesse per temi concernenti il moto e la densità dei corpi. La rivoluzione di Galileo comincia esattamente qui, dallo studio sulla densità dei corpi. Infatti, interessato alla struttura della materia, vedeva proprio nella materia intesa da Aristotele uno dei limiti della fisica antica. Ed è proprio l’idea di una materia unica ad entrare in contrasto con la fisica peripatetica, basti pensare alla distinzione che ne ricavarono questi ultimi tra materia pesante (elementi della terra e dell’acqua) e materia leggera (aria e fuoco). Da questo deriva una divergenza, perché l’idea di una materia unitaria metteva in crisi queste differenze qualitative, che peraltro avevano un riscontro nella visione cosmologica: le sostanze del mondo sublunare erano soggette a corruzione, al contrario di quella del mondo sovralunare, perfetta e incorruttibile: l’etere. I risultati degli studi di fisica riguardanti il moto e la gravità non si accordavano con il sistema ipotizzato da Aristotele, e poi da Tolomeo: la teoria che presupponeva una Terra immobile al centro dell’universo. S’intravedeva il bisogno di ripensare e, ugualmente, rifondare una nuova visione della dinamica terrestre. Taale necessità era già apparsa in altri sistemi sugli studi celesti (eliostatico e geo-eliocentrico), nelle opere di Niccolò Copernico e Tycho Brahe. Galileo si avvicinò al sistema copernicano verosimilmente durante il suo trasferimento a Padova, quando accettò la cattedra all'università. Rammentiamo anche qualche altro indizio, fondamentalmente due lettere, entrambe del 1597: la prima destinata a Jacopo Mazzoni, nella quale Galileo propendeva decisamente verso gli studi copernicani, anziché su quelli di Aristotele e Tolomeo; la seconda destinata a Keplero.
Il Siderus Nuncius e le osservazioni astronomiche: Galileo entra in possesso del cannocchiale nel 1609. Si ritiene che questo strumento sia stato inventato nei Paesi Bassi nel XVII secolo, ma fu proprio Galileo a diffonderlo su larga scala. Presentò lo strumento al Doge di Venezia Leonardo Donato. Vennero elogiate principalmente le sue potenzialità rivoluzionarie, fra tutte spicca l'utilità militare. Galileo cominciò nell’autunno del 1609 i propri studi con il cannocchiale, tanto da scoprire alcune rivelazioni impressionanti. Le lenti del cannocchiale avevano una capacità d’ingrandimento, tale per cui v’era ampio spazio per un’acuta osservazione del cielo, e possiamo immaginare la meraviglia di cogliere ciò che non era possibile ad occhio nudo. Descrive così il suo nuovo strumento: “Sono giunto a costruirmi uno strumento così eccellente, che le cose vedute per mezzo di esso appariscano quasi mille volte più grandi. Lasciando le cose terrene, mi rivolsi alla speculazione delle celesti”. Le scoperte scientifiche mettono sempre in crisi le visioni tradizionali della conoscenza: questo accadde a Galileo, in forza del suo simbolo di innovatore. Il cannocchiale comportò un ripensamento sull’immagine che si aveva dell’universo. Gli strumenti conoscitivi divennero sempre più precisi, e la loro finezza permetteva di abrogare un’altra metodologia tipica del pensiero classico-aristotelico, cioè quella visione secondo cui fossero sufficienti i sensi per schiudere i fenomeni empirici della natura. I pianeti non potevano che essere corpi con proprietà fisiche da determinare; Galileo puntò il cannocchiale verso la Luna, e ciò permise di confermare l’asperità della superficie lunare, ipotesi già sostenuta in precedenza da Plutarco e da Leonardo da Vinci. Il 9 gennaio 1610 osservò anche i satelliti gravitanti di Giove, e la scoperta fu oltremodo sconcertante, considerando che inizialmente li interpretò come delle stelle. Il Siderus Nuncius venne pubblicato il 13 marzo dello stesso anno, opera dedicata al granduca di Toscana Cosimo II, in cui svelò le sue scoperte astronomiche e lo strumento con cui lavorò. Fu un successo di proporzioni continentali. Continuò a scoprire altri fenomeni, come le fasi di Venere e Mercurio; ma, senza dubbio, la scoperta più importante fu l’osservazione di macchie presenti sulla superficie solare, mettendo nuovamente in luce la rudimentale conoscenza tradizionale e la conseguente imperfezione della nostra stella. Notò anche un’anomalia morfologica su saturno, ma la potenza dello strumento non era ancora in grado di segnalare il celebre disco del pianeta. Nel complesso, il 1600 fu un secolo d’inquietudine in cui le scoperte astronomiche disgregarono la visione antropocentrica e religiosa. L’uomo si sentì smarrito e solo nell’universo, e senz’altro la guerra dei 30 anni alimentò questo coacervo indefinito. L’uomo perse improvvisamente la propria centralità, il godimento e la letizia dei propri privilegi, mentre il cosmo non gli appariva più casa sua. L'Archimede Toscano s’impegnò in un ambizioso progetto di rinnovamento, eppure, ben presto, l’intero orizzonte delle scoperte scientifiche portò a numerose controversie che misero in pericolo la vita stessa di Galileo e le novità delle nuove discipline scientifiche.
Veritas fidei e Veritas scientiae: Galileo scrisse una serie di lettere in difesa del copernicanesimo indirizzate a Benedetto Castelli, al monsignor Piero Dini e alla granduchessa Cristina di Lorena. Galileo credeva in Dio, ma riteneva che scienza e teologia non dovessero essere la stessa cosa: bisogna scinderli, discernere i rispettivi campi d’azione e di ricerca. L’esegesi biblica è chiaramente astrusa, ma il suo linguaggio è nondimeno comprensibile a tutti, diversamente dai fenomeni naturali, accessibili soltanto tramite un linguaggio tecnico-matematico appannaggio di pochi esperti. Studiare le cause naturali significa andare oltre le apparenze, ma anche al di là delle sacre scritture. Il senso letterale della Bibbia potrebbe scontrarsi con la verità scientifica. Possiamo dedurre che l’avversità delle gerarchie ecclesiastiche verso la scienza era dovuta a uno smacco antecedente, ancora più rilevante della possibile legittimità della fede. Difatti, lo scisma dei protestanti rivendicava già la libera interpretazione dei testi sacri, e questo metteva in discussione le autorità su cui si fondava il cattolicesimo (come altre religioni). Non poteva essere accettabile un’altra messa in discussione. Questa visione pedante per la conoscenza venne sancita precedentemente dal Concilio di Trento, dacché si tracciò nettamente il confine tra ortodossia (cioè retta fede) ed eresia. Soprattutto nell’ultimo secolo dal concilio, la chiesa aveva messo all’indice diversi libri di filosofia, e condannò sistematicamente tutte quelle posizioni considerate in contrasto con le sacre scritture. Ricordiamo maggiormente la condanna del De rerum natura di Telesio, le opere di Bruno e di Campanella. Giordano Bruno è indubbiamente la testimonianza storica di maggior fama: sosteneva l’infinità dei mondi e concepiva una visione panteistica della natura (quel Deus Sive natura che sosterrà anche Spinoza). Fu arso al rogo a Campo de’ Fiori e divenne, assieme alla figura di Galileo, un vero e proprio “martire” della sapienza. Proprio in quella piazza, a Roma, oggigiorno troviamo la statua di Bruno, istituita da Francesco Crispi, rivolta ai suoi vecchi aguzzini. In questo quadro, le cosiddette “lettere copernicane” di Galileo furono un modo di dimostrare anzitutto la divergenza tra articoli di scienza e articoli di fede, ma anche la conciliabilità tra il modello cosmologico di Copernico e le Sacre Scritture. Galileo fu ammonito dal Cardinale Roberto Bellarmino ad abbondare “detta opinione”, mentre altre opere vennero contemporaneamente condannate e giudicate false. Eppure, vi sono delle eccezioni; come dimostra lo storico Ugo Baldini, non tutte le frange e gli ordini ecclesiastici si dimostrarono ostili a tali scoperte. I gesuiti, ad esempio, erano estasiati dalle potenzialità delle scoperte galileiane, come se queste potessero in una certa misura svelare le leggi di Dio in maniera più rigorosa.
Il Saggiatore: Furono anni duri, la censura era all’ordine del giorno, la cultura spogliata della sua dignità, la libertà stessa del pensare rischiava l'estinzione in nome della conservazione dello stato di cose tramandate. Anni che trovarono, però, una distensione. Urbano VIII, eletto nel 1623, assieme alla famiglia, era vicino all’Accademia dei Lincei, di cui faceva parte lo stesso Galileo. Il papa venne considerato fin da subito tollerante, aperto alle innovazioni, e questo incoraggiò Galileo a pubblicare il Saggiatore, opera peraltro dedicata proprio al sommo pontefice. Il tentativo dell’opera fu di replicare alle tesi dell’astronomo Orazio Grassi. Galileo era convinto che la struttura del mondo, così come descritta da Brahe, il quale era il modello adottato dai gesuiti, dimostrava già la veridicità del sistema eliocentrico, a discapito di quello aristotelico-tolemaico. Il fatto è che l'opera di Brahe non trovava conferme esatte né sul piano matematico né su quello prettamente empirico. La natura è un organismo ignoto che lo scienziato deve svelare attraverso dei procedimenti estremamente rigorosi. Non c’è spazio per visioni poetiche della natura, tutto deve essere calcolato e dimostrato a posteriori. Le leggi della natura non guardano ai bisogni di sicurezza degli uomini, tant’è che il principio dell’ipse dixit presuppone un livello di oggettività inferiore a tutte le altre evidenze scientifiche. Ci vuole lucidità, e possiamo concludere con certezza che dalla scienza sono esenti qualsiasi specie di voli pindarici. Nel capitolo VI scrive: “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro, che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri ne’ quali è scritto”. Il passo delinea la figura-ponte di Galileo tra quella del filosofo e dello scienziato.
Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo: Il Dialogo sopra i due massimi sistemi è il capolavoro di Galileo. Un testo arguto che dimostra la capacità non solo scientifica, ma anche letteraria di questo personaggio. Venne scritto in lingua italiana, giacché l'obiettivo di Galileo era di uscire, grazie a questa ardita sottigliezza, dagli ambienti accademici che prediligevano ancora il latino. Galileo aveva la volontà di comunicare in maniera più accessibile con altri uditori, in modo tale da espandere la conoscenza. I protagonisti del Dialogo sono 3, rispecchiando de facto la società dell’epoca: Sagredo, nobile veneziano amico dello stesso Galileo, che rappresenta l’ardito interesse dell’uomo colto ed erudito; Filippo Salviati, il quale impersona Galileo, che ricorda anche la figura di Socrate, in quanto disposto al dialogo per accedere alla conoscenza della verità, smantellando celermente le certezze dell’interlocutore, compresa la sua ignoranza. Infine, Simplicio: personaggio che rimanda al commentator antico di Aristotele, dunque fedele e ostinato nel sostenere le tesi e le posizioni del filosofo di Stagira. L’opera si divide in quattro giornate dedicate a dei temi cosmologici. Nella prima giornata si affronta in generale la visione del De Caelo di Aristotele, ad esempio la distinzione, giudicata falsa, tra mondo sublunare -corruttibile- e sovralunare -incorruttibile-. La seconda e la terza riguardano i moti della Terra. La quarta giornata è dedicata al flusso e reflusso del mare.
Il metodo della Scienza: Un altro risultato storicamente decisivo dell’opera di Galilei – che fa di lui il padre della scienza moderna – è l’individuazione del metodo della fisica, ossia del procedimento che ha spalancato le porte ai maggiori progressi scientifici dell’umanità. Galilei tende ad articolare il metodo della scienza in due parti fondamentali: il momento risolutivo, o analitico, e quello compositivo, o sintetico. a) Il primo consiste nel risolvere un fenomeno complesso nei suoi elementi semplici, quantitativi e misurabili, formulando un’ipotesi matematica sulla legge da cui dipende. b) Il secondo risiede nella verifica e nell’esperimento, attraverso cui si tenta di riprodurre artificialmente il fenomeno, in modo tale che, se l’ipotesi supera la prova, risultando quindi verificata (cioè fatta vera), essa venga accettata e formulata in termini di legge, mentre, se non supera la prova, risultando smentita o falsificata (cioè non verificata), venga sostituita da un’altra ipotesi. Con l’espressione sensata esperienza, che alla lettera significa “esperienza dei sensi”, con primario riferimento alla vista, Galilei ha voluto evidenziare il momento osservativo- induttivo della scienza, preponderante in alcune scoperte (come quelle relative ai corpi celesti). È questo il momento più comunemente noto del metodo scientifico, denominato appunto “sperimentale”. Con l’espressione necessarie dimostrazioni Galilei ha voluto evidenziare il momento ipotetico-deduttivo della scienza. Le «necessarie dimostrazioni», o «matematiche dimostrazioni», sono i ragionamenti logici, condotti su base matematica, attraverso cui il ricercatore, partendo da un’intuizione di base e procedendo per una “supposizione”, formula in teoria le sue ipotesi, riservandosi di verificarle nella pratica. In altre parole, “intuendo” e “ragionando” lo scienziato, anche sulla scorta di pochi dati empirici, perviene talora a delle ipotesi, mediante le quali deduce il comportamento probabile dei fatti, che in seguito si propone di verificare.
Il processo: Nel corso dei secoli la condanna di Galileo è stata al centro di molteplici dibattiti tra clericali e anti-clericali: i primi tesi a giustificare il comportamento della Chiesa, gli altri che tentarono a ripudiarla e il clero utilizzando il processo come atto d’accusa nei loro confronti.Screditare la Chiesa di oscurantismo è un chiaro rimando alle parole del letterato latino Lucrezio, che descrive perfettamente tale indignazione etica: “Tantum potuit religio suadere malorum?”. Nel XX secolo la figura di Galilei venne riabilitata da papa Giovanni Paolo II, e sicuramente gli animi si sono distesi, in favore di una ricostruzione storica coerente. Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo venne pubblicato nel mese di febbraio dell’anno 1632, ma la situazione precipitò in un vortice in cui Galileo non poté nemmeno pensare di piegare gli eventi. Già tempo prima si cominciò a intravedere l’atteggiamento oscurantista da parte delle fazioni della Chiesa cattolica. Mentre i gesuiti mantenevano un atteggiamento prudente, i domenicani cominciarono ad attaccarlo apertamente. Niccolò Lorini, uno di loro, accusò di eresia in una disputa tenutasi a Firenze nel novembre 1612 i copernicani. Nel 1615 fece pressoché lo stesso un altro domenicano, Tommaso Caccini. Nel febbraio 1616 fu proprio Lorini a citare Galilei presso il Sant’Uffizio, denunciando sostanzialmente la sua adesione al copernicanesimo e il modo d’intendere il rapporto tra scienza e sacre scritture. In quegli anni, il 24 febbraio 1616, il Sant’Uffizio dichiarò all’unanimità: “assurda e falsa in filosofia, formalmente eretica e perlomeno erronea nella Fede”. Con la pubblicazione dell’opera, nel 1632, l’inquisitore di Firenze decise di sospendere la diffusione dell’opera. Alcuni fecero credere a papa Urbano VII che la figura di Simplicio ridicolizzasse la sua figura. Successivamente Galileo venne convocato presso gli uffici del Sant’Uffizio, il 1 di ottobre dello stesso anno. Rinunciò inizialmente, cercò di prender tempo adducendo a motivi di salute, ma dopo diverse minacce fu costretto, il 20 gennaio 1633, a obbedire e partire per Roma. Giunto il 3 febbraio, Galileo soggiornò vi per diverso tempo, in uno stato non tanto dissimile dalla segregazione. Il 12 aprile dovette trasferirsi presso il Sant’Uffizio, anche se, considerata l’età, non venne rinchiuso nelle carceri in cui avevano sofferto Bruno e Campanella, ma in stanze più confortevoli. Il 12 aprile cominciò il processo e si concluse il 22 giugno. Una delle accuse era di aver trasgredito il precetto del 1616 che gli vietava di diffondere la dottrina di Copernico. Trovandosi senza testimoni, lo scienziato non pensò di negare il fondamento di giuridico del precetto, piuttosto cercò di aggirare gli inquisitori sostenendo che nel Dialogo non solo non voleva insegnare le dottrine copernicane, ma dimostrarne l’erroneità. Mentiva, e gli inquisitori non tardarono a controbattere. Galileo allora tornò sui suoi passi e ammise di aver preso le difese di Copernico. Il 22 giugno 1633 gli inquisitori emisero la sentenza definitiva, che riporterò brevemente nei suoi passi finali: “Diciamo, pronunziamo, sentenziamo e dichiariamo che tu, Galileo suddetto, per le cose dedotte in processo e da te confessate come sopra, ti sei reso a questo Sant’Offizio veementemente sospetto d’eresia, cioè di aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il Sole sia al centro della terra, e che la Terra si muova e non sia al centro del mondo (…) . Dalle quali siam contenti sii assoluto, pur che prima, con cuor sincero e fede non finta, avanti di noi abiuri, maledichi e detesti li suddetti errori et eresie, e qualunque altro errore et eresia contraria alla Cattolica e Apostolica Chiesa".
Galileo fu condannato, giudicato eretico, costretto a inginocchiarsi e costretto ad abiurare il copernicanesimo: “Pertanto, volendo io levar dalla mente delle Eminenze Vostre e d’ogni fedel Cristiano questa veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori et eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più né asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione". Galileo fu costretto formalmente ai domiciliari nella propria residenza di Arcetri, dove comunque riprese gli studi di fisica assieme ai suoi discepoli.
La riabilitazione di Galileo e l’attuale posizione della Chiesa: Il 10 novembre 1979, in un discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, cercò di fare chiarezza sulla figura di Galileo, probabilmente con l’obiettivo di riconciliare il rapporto tra scienza e religione: “Galileo, che ha praticamente inventato il metodo sperimentale, aveva compreso, grazie alla sua intuizione di fisico geniale e appoggiandosi a diversi argomenti, perché mai soltanto il sole potesse avere funzione di centro del mondo, così come allora era conosciuto, cioè come sistema planetario. L’errore dei teologi del tempo, nel sostenere la centralità della terra, fu quello di pensare che la nostra conoscenza della struttura del mondo fisico fosse, in certo qual modo, imposta dal senso letterale della Sacra Scrittura. Ma è doveroso ricordare la celebre sentenza attribuita a Baronio: “Spiritui Sancto mentem fuisse nos docere quomodo ad coelum eatur, non quomodo coelum gradiatur”. In realtà, la Scrittura non si occupa dei dettagli del mondo fisico, la cui conoscenza è affidata all’esperienza e ai ragionamenti umani. Esistono due campi del sapere, quello che ha la sua fonte nella Rivelazione e quello che la ragione può scoprire con le sole sue forze. A quest’ultimo appartengono le scienze sperimentali e la filosofia. La distinzione tra i due campi del sapere non deve essere intesa come una opposizione. I due settori non sono del tutto estranei l’uno all’altro, ma hanno punti di incontro. Le metodologie proprie di ciascuno permettono di mettere in evidenza aspetti diversi della realtà.” In seguito, il papa istituì una Commissione pontificia per risolvere la controversia di Galileo. La commissione documentò che le posizioni all’epoca fossero assai diversificate, e dunque che non si trattasse di una condanna unanime a priori del copernicanesimo. Il cardinale Bellarmino, in una lettera del 12 aprile 1615, indirizzata al teologo e scienziato Paolo Antonio Foscarini, si chiese se l’astronomia copernicana fosse fondata su principi verificabili, e se fossero compatibili con la Bibbia. La Commissione affermò che Galileo non era riuscito a provare in maniera inconfutabile il doppio moto della Terra. Nello stesso tempo Galileo ammise che anche gli avversari di Galileo non avevano scoperto nulla che potesse costruire una confutazione convincente dell’astronomia copernicana, tanto che in seguito la Chiesa aveva ammorbidito la propria posizione contraria al copernicanesimo. Al termine dell’analisi, nella sintesi del coordinatore cardinale Paul Poupard, la Commissione dichiarò: "I giudici di Galileo, incapaci di dissociare la fede da una cosmologia millenaria, credettero a torto che l’adozione della rivoluzione copernicana, peraltro non ancora definitivamente provata, fosse tale da far vacillare la tradizione cattolica e che fosse loro dovere il proibirne l’insegnamento. Questo errore soggettivo di giudizio, così chiaro per noi oggi, li condusse ad adottare un provvedimento disciplinare di cui Galileo ebbe molto a soffrire. Bisogna riconoscere questi torti con la lealtà”.
Alla luce del lavoro della Commissione, in un nuovo discorso pronunciato il 31 ottobre 1992 alla Pontificia Accademia delle Scienze, Giovanni Paolo II concluse a sua volta che la Chiesa aveva sbagliato nei confronti dello scienziato pisano. Attualmente la chiesa considera chiuso il caso Galileo, riconoscendo gli errori commessi in passato. Si arriva così ad una nuova valutazione complessiva che, proprio per essere stato ingiustamente vittima, è divenuto il simbolo della ricerca di un dialogo tra scienza e fede. La figura capillare di Galileo ci porta oggigiorno a considerarlo come uno dei padri della scienza moderna, e soprattutto un genio versatile.
Bibliografia: – Bernardoni A., Segala M. : “Storia della scienza -Dal rinascimento al XX secolo“; il Mulino. – Abbagnano N., Fornero G, : “La filosofia e l’esistenza, vol. 2A”. – Libreria Editrice Vaticana: “Discorso di Giovanni Paolo II ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze”.
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