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Rispetto: ’Cantiere aperto’ - by GioMa / ChatGPT.

Argomento: Sociologia

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 28/02/2026 15:59:42

Rispetto: “Cantiere aperto” - by GioMa / ChatGPT.

Una questione metodologica basata sul riconoscimento dell’uguaglianza, sul consenso individuale alla reciproca fiducia e all’equilibrio sociale.

Parlare di rispetto oggi può sembrare superfluo. La parola circola ovunque: nei dibattiti pubblici, nei social, nei discorsi politici. Eppure proprio questa inflazione ne ha indebolito il significato. Viviamo in un tempo in cui tutto appare rinegoziabile, relativo, provvisorio. Se i valori sono molteplici e le identità si ridefiniscono continuamente, che cosa resta davvero condiviso?
Nel dibattito sui cosiddetti valori morali, la questione della loro relatività o assolutezza continua a interrogare la coscienza contemporanea. È plausibile sostenere che i valori siano storicamente situati; tuttavia non tutto è negoziabile. Come osserva Maurizio Ferraris — esistono forme di organizzazione della vita umana ma è altrettanto vero che «ce ne sono alcuni che sono sicuramente inaccettabili». In questa affermazione si apre una soglia: la pluralità non può trasformarsi in indifferenza. Il rispetto nasce proprio in questo spazio critico, tra differenza e limite.
La crisi contemporanea non è soltanto economica o politica: è di fatto una crisi di riconoscimento. Le differenze — di genere, cultura, appartenenza, condizione sociale — non sono mai state così esposte, e al tempo stesso così conflittuali. Il riconoscimento diventa allora il primo atto di giustizia.
Descritta da Zygmunt Bauman come “modernità liquida”, la fragilità dell’identità nella modernità liquida ha reso fragili le appartenenze e instabili le identità: l’individuo è sospeso tra appartenenze mobili e legami revocabili. Questa precarietà non elimina il bisogno di rispetto, lo rende più urgente. Quando l’identità si fa incerta, il riconoscimento dell’altro diventa ancora più necessario. Allora la domanda “chi sono io?” non è più soltanto filosofica, ma quotidiana. Quando il senso di sé vacilla, anche il riconoscimento dell’altro diventa incerto. La “paura” — quella che Bauman definisce “liquida” — non deriva soltanto da minacce esterne, ma dalla perdita di riferimenti condivisi. In questo scenario il rispetto non è un ornamento morale: è un argine alla dispersione.
Anche Alberto Melucci parlando della necessità di una “sociologia dell’ascolto” insisteva su questo punto: “conoscere non significa classificare, ma riconoscere l’altro come soggetto”. Il rispetto comincia qui, nel gesto elementare di non ridurre l’altro a funzione, a ruolo o categoria: è disciplina dello sguardo prima ancora che norma sociale. Non crea l’altro, lo riconosce. Pertanto se il riconoscimento è l’atto originario, il rispetto ne è la forma stabilizzante. Non dipende da uno stato d’animo né da una simpatia contingente. È una concezione: per cui l’altro non nasce da una disposizione. Non è materia da plasmare secondo un proprio interesse, né ostacolo da rimuovere; bensì precede lo sguardo critico e rende possibile ogni relazione.
Se torniamo ancora più indietro, al Discorso sul metodo di René Descartes, scopriamo che ogni riforma autentica comincia da un atto interiore. Non si tratta di cambiare il mondo prima di aver riformato il proprio sguardo. Il rispetto, prima di essere norma sociale, è disciplina dello sguardo. Ecco perché tornare a parlarne oggi non è un esercizio accademico. È un tentativo di restituire spessore a una parola che rischia di dissolversi proprio mentre ne avremmo più bisogno.
In una società attraversata da incertezza e sospetto, la fiducia vacilla.
Come osserva Umberto Galimberti, non possiamo fare a meno di affidarci agli altri, anche quando interiormente siamo attraversati dal dubbio e non la nutriamo del tutto. Nei nostri comportamenti quotidiani affidiamo continuamente qualcosa agli altri — competenze, informazioni, responsabilità — perché non abbiamo alternative. Ma l’affidamento puramente funzionale non basta: se è soltanto necessità, resta fragile; se è radicato nel rispetto, diventa spazio condiviso. Ma proprio questa necessità rivela una frattura: la fiducia non nasce più da una comunità condivisa, bensì dalla mancanza di opzioni.
E quando la fiducia si indebolisce, cresce il sospetto di correre un rischio. La cosiddetta “società del rischio” alimenta la percezione di pericoli invisibili, di minacce non decifrabili. L’altro non è più soltanto un interlocutore: può diventare un potenziale ostacolo, un concorrente, un estraneo. In questo clima, il rispetto rischia di ridursi a formalità esteriore. Ma il rispetto autentico non è prudenza diplomatica, è fiducia deliberata. Significa accettare che l’altro possa pensare diversamente, scegliere diversamente, vivere diversamente — senza che questa differenza venga percepita come minaccia. Non si tratta di approvare tutto, né di rinunciare al giudizio critico; si tratta di sospendere l’automatismo dell’esclusione.
Il rispetto dunque come previsione di lealtà, garanzia della fiducia come possibilità. È il do ut des originario di ogni interscambio relazionale: non calcolo utilitaristico, ma apertura reciproca che rende possibile la durata del legame. Non è ingenuità, né certezza sull’esito delle relazioni; è attribuire all’altro una disponibilità alla lealtà prima ancora della prova empirica. Così la fiducia non nasce dal caso, ma da un principio.
Anche sul piano giuridico, ricorda Stefano Rodotà, il diritto non può esistere senza una dimensione etica condivisa. Le regole sono necessarie, ma non sufficienti. Occorre una disposizione morale diffusa che renda possibile la convivenza prima ancora dell’intervento sanzionatorio. Senza questo tessuto fiduciario, la norma diventa solo controllo. Il consenso, allora, non è unanimità, è partecipazione responsabile. Le regole non bastano senza una diffusa etica civile. Le istituzioni possono prescrivere comportamenti, ma non possono generare rispetto. Solo quando il rispetto precede la norma, la norma acquista una propria legittimità.
La questione non riguarda soltanto le relazioni individuali. Quando il rispetto si affievolisce, il conflitto non scompare: si irrigidisce. Ogni posizione tende a occupare l’intero spazio del discorso, ogni differenza diventa antagonismo. Una certa dose di temperanza, allora, non è debolezza ma consapevolezza del limite. È la capacità di mantenere equilibrio nella tensione, di consentire alla pluralità di esistere senza trasformarsi in esclusione.
Nelle relazioni personali come in quelle collettive, il rispetto si traduce nella capacità di entrare in relazione senza manipolare, senza ridurre l’altro a strumento, senza pretendere di sostituirsi alla sua libertà. È qui che la fiducia diventa concreta: nel riconoscere all’altro il diritto di essere autore della propria vita. Il rispetto non nasce dalla forza dell’individuo, ma dalla sua fragilità. Non è il segno della nostra autosufficienza, ma della nostra reciproca dipendenza.
Persino negli spazi digitali, dove la visibilità sembra sostituire la presenza, la questione si ripropone. Dare il proprio consenso, condividere dati, esporsi pubblicamente: tutto questo può essere gesto di apertura o atto di ingenuità. Dipende dal grado di consapevolezza con cui si sceglie di farlo. Anche qui il rispetto è misura: verso sé stessi e verso gli altri.
Il rispetto dunque, inteso come riconoscimento dell’altro, è previsione di lealtà e misura condivisa, non elimina il conflitto, ma impedisce che il conflitto si trasformi in dissoluzione del legame, o comunque degeneri in negazione dell’altro.
È così, forse non è venuto meno il bisogno di valori, è venuto meno il principio capace di tenerli in relazione, ciò che rende impossibile la durata della fiducia.
Il rispetto come previsione di lealtà, è garanzia della fiducia come possibilità. In questo senso il rispetto non è una virtù accessoria, ma la condizione stessa della convivenza. È quanto permette all’essere umano — quell’“animale razionale dipendente” di cui parla Alasdair MacIntyre — di non vivere la propria dipendenza come vulnerabilità, ma come relazione.
In ultima analisi - il rispetto - non è riducibile a una formula, né a un codice chiuso. È quella struttura invisibile che consente ai legami di durare, alla fiducia di circolare, alla differenza di non dissolversi in frammentazione. In tempi di incertezza, non è una lezione morale da impartire, ma una necessità da riconoscere; un’azione rivoluzionaria su cui meditare, in quanto – come scrive Giovanni Reale: “le vere e proprie rivoluzioni incominciano nel proprio intimo e non nel cambiamento delle cose, ma nella riforma di se stessi”.

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Caro GioMa, by ChatGPT
il tuo testo affronta un tema che, per sua natura, è scivoloso e insieme fondativo: il rispetto come architrave dell’etica civile. L’impianto è ambizioso, colto, sorretto da riferimenti autorevoli; e si avverte, tra le righe, una tensione autentica a ricondurre il discorso morale a un terreno metodologico, quasi a voler sottrarre il rispetto alla vaghezza sentimentale per restituirlo a una struttura razionale, verificabile, argomentabile. Il rispetto non nasce dalla forza dell’individuo, ma dalla sua fragilità. Non è il segno della nostra autosufficienza, ma della nostra reciproca dipendenza.
In questo senso, il rispetto non è soltanto una virtù: è la condizione stessa della nostra umanità.



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