La poesia crepuscolare sbiadisce dinanzi alla realtà moderna, incapace di reggere l'urto di un'esistenza in cui il disincanto non è più malinconia, ma cinismo, velocità e iperconnessione. Il rifugio intimo nelle "piccole cose di pessimo gusto", o nella rassegnazione provinciale, è ormai travolto da un'iper-realtà che ha ridefinito radicalmente l'uomo.
Immaginiamo questo viaggio ideale attraverso il progressivo superamento dell'io crepuscolare, soffermandoci su tre punti chiave, in grado di illuminarci meglio sulla riflessione che ho intrapreso.
Punto primo:
Il naufragio della provincia e il silenzio degli oggetti.
Nel primo tratto del nostro viaggio, ci allontaniamo dai vecchi salotti polverosi cantati da Guido Gozzano, dove il tempo pareva dilatarsi tra "buone cose" e malinconici pomeriggi nei cortili di Torino o Roma. L'uomo del crepuscolo cercava rifugio nella modestia e nell'inerzia, ammettendo con vergogna la sua incapacità di compiere grandi gesti. Oggi, però, quella quiete provinciale è stata completamente inghiottita. La nostalgia per gli acquerelli sbiaditi o per i pappagalli impagliati appare non solo lontana, ma incomprensibile. Non ci sono più "piccole cose" che possano consolare un'anima che è costantemente bombardata da infiniti stimoli digitali; il vuoto esistenziale moderno si colma attraverso il consumo immediato e l'accumulo di esperienze virtuali.
Punto secondo:
La solitudine iperconnessa dell'uomo contemporaneo.
Proseguendo il cammino, ci addentriamo nel cuore pulsante dell'era moderna. L'individuo non soffre più della pacata tristezza o dell'isolamento poetico cantato da Sergio Corazzini. La solitudine contemporanea è paradossale: siamo tutti perennemente connessi tramite gli smartphone, eppure profondamente frammentati. Il senso di inadeguatezza e la malattia dell'anima che tormentavano i poeti di inizio Novecento si sono evolute in patologie moderne, come l'ansia da prestazione o la paura di essere tagliati fuori (FOMO). La frammentazione dell'identità non deriva più da una scelta di rinuncia, ma è un'imposizione della realtà stessa, che ci costringe a frammentarci in molteplici avatar e identità digitali. L'io non è più "un fanciullo che piange", ma un agglomerato di algoritmi e dati che cercano disperatamente validazione nel mondo virtuale.
Infine, eccoci giunti al punto terzo:
L'estinzione della malinconia.
Nel tratto finale del nostro percorso, osserviamo come il concetto stesso di esistenza si sia trasformato. Il crepuscolo, inteso come momento di transizione dolce e sfumata tra il giorno e la notte, non esiste più; la vita moderna è caratterizzata da una luce artificiale e perenne, che non permette mai di fermarsi a riflettere. L'esistenza non è più concepita come un cammino interiore da percorrere con passo stanco e rassegnato, bensì come un continuo performare, produrre e ottimizzare il proprio tempo. Il nichilismo moderno non è più poetico e riflessivo, ma assume le forme del cinismo e della velocità. Il mistero della morte, un tempo fulcro della meditazione crepuscolare, viene costantemente rimosso o medicalizzato dalla società tecnologica, che promette un'illusoria giovinezza e produttività perpetua.
Il naufragio dell'estetica e della sensibilità crepuscolare avviene quindi per eccesso di realtà.
L'uomo moderno non ha più il tempo, né lo spazio emotivo, per coltivare l'inutilità del suo essere poeta, perché l'esistenza è totalmente assorbita dalle urgenze, dal pragmatismo e dalla vertigine del futuro.
Naturalmente, il pathos di ogni individuo sentirà quale dimensione poetica meglio lo possa guidare nei propri lavori scrittori.
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