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Breve introduzione a Philipp Mainländer

Argomento: Filosofia

di Simone Tinari
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Pubblicato il 09/10/2026 14:16:26

Seguace della scuola della metafisica di Schopenhauer, la vita di Philipp Mainländer è difficile da ricostruire a causa della scarsità di fonti e documenti originali, nonché del suo volontario isolamento che gli rendeva astruso rapportarsi con la socialità. Tra le fonti principali della vita del filosofo tedesco si annoverano gli scritti di Olga Plümacher, Otto Hörth e le memorie della cugina Lucia Franz.

La sua opera principale, Die Philosophie der Erlösung (Filosofia della redenzione), ebbe la prima edizione nel 1876, mentre il secondo volume fu pubblicato postumo nel 1886 grazie alla sorella Minna e a Otto Hörth.     

L’epistemologia di Philipp Mainländer cerca di stabilire i limiti della conoscenza umana entro i confini del mondo sensibile-immanente. La sua filosofia, come egli stesso la definisce, è un idealismo trascendentale; la conoscenza, nel suo complesso, dipende dalle facoltà del soggetto conoscente. Nondimeno, dato l’approccio realistico ed empirista del filosofo di Offenbach, il suo idealismo trascendentale non è propriamente affine a quello del maestro Schopenhauer. Stando a questa visione, la filosofia autentica ha il rigore di essere puramente immanente, e una tale metodologia non dovrà aggrapparsi a spiegazioni ultraterrene, quanto piuttosto a principi radicati nella realtà sensibile e riconoscibili all’evidenza. Pertanto, Mainländer riconosce soltanto due fonti di conoscenza: i sensi e l’autocoscienza. Mainländer sostiene, opponendosi ad altri studiosi dell’epoca, che il mondo di per sé sia finito; una simile concezione sottintende in primis una critica serrata alla ragione.                   

Essa, per dirla con Kant, è senz’altro ciò che permette di uscire dallo stato di minorità, ma al tempo stesso se ne critica il valore “perverso”.                 

È così che il filosofo tedesco si contrappone a quel tipo di ragione perversa che, svincolata dalla realtà sensibile, crede ingenuamente di ammettere la divisibilità all’infinito della materia. Insomma, l’unico movimento reale ha avuto un solo inizio, ossia la disgregazione dell’unità originaria (Dio), e tale movimento per ora è da considerare infinito ma solo in prospettiva futura. Il mondo immanente, oltre ad essere finito, è unicamente molteplicità.     

Ma, prosegue Mainländer, la molteplicità del mondo e del divenire è ciò che permette alla ragione di postulare la necessità dell’unità originaria.               

Tale unità è trascendente, ma essa appartiene solo e soltanto al passato: bisogna escluderne una presunta conoscibilità per il semplice fatto che è tramontata. Mainländer la identifica come un essere originario o nulla relativo (nihil privativum) che esisteva prima del mondo, ossia precedentemente alla disgregazione di Dio. Questo essere originario viene definito per via negationis poiché precosmica, inattiva e immobile; ma, parimenti, un movimento nel futuro che troverà una morte termica in quanto nulla è indistruttibile.

Le forme conoscitive dell’uomo, quelle che già Kant delineava nella Critica della ragion pura, come spazio, tempo, materia e causalità, sono inapplicabili all’unità originaria in quanto essa è inconoscibile. In aggiunta, le forme della conoscenza umana non possono applicarsi a un’unità trascendente e atemporale. Se non altro, oltre alla sua inconoscibilità, Mainländer se ne serve per giustificare l’origine del mondo.

Interessante è la seconda fonte della conoscenza: l’autocoscienza.               

La visione del filosofo di Offenbach, molto vicina al maestro Schopenhauer, concepisce l’autocoscienza alla maniera della meditazione buddhista. Attraverso la meditazione, difatti, l’individuo può distaccarsi dai sensi e percepire la propria interiorità come un movimento incessante, dinamico e irrequieto. L’essenza di questo movimento è la volontà già individuata da Schopenhauer. Tuttavia, la volontà che riconosce Mainländer è differente da quella schopenhaueriana.                                                       

Il nocciolo dell’universo, la chiave per comprendere la verità metafisica, è comunque la volontà. In sintesi, la metafisica di Mainländer si poggia sulla distinzione tra la realtà molteplice e immanente e l’unità originaria che è all’origine del mondo; in seconda istanza, l’autocoscienza permette di fare una distinzione tra la cosa in sé (la volontà di morte) e la realtà fenomenica indagabile dal soggetto conoscente.

 

La tesi che sostiene Mainländer è che “La frantumazione dell’unità nella molteplicità, il tramonto della regione del trascendente in quella dell’immanente, la morte di Dio e la nascita del mondo (Ph. D. Erl, p.108)” siano strettamente collegate tra loro. In base a quale spunto l’essere ha generato il mondo? E soprattutto, perché Dio, l’essere perfetto, ha deciso volontariamente di autodistruggersi scegliendo il non-essere? Dio scelse il non-essere in quanto essere per la morte; il nulla è la pura possibilità della sua destinazione. L’assunto filosofico di questo sistema è espresso nel principio fondamentale di ogni pessimismo metafisico: “Il non essere è meglio dell’essere”.

Dio rappresenta all’inizio dei tempi lo sfero parmenideo poiché è quiete assoluta, ma rispetto ad esso non compie altre possibilità se non quella di scivolare verso l’abisso dell’assoluto nulla, frammentandosi nel molteplice. La quiete del sovraessere (Übersein) trabocca ed è messa in crisi a causa della sua stessa essenza che, generando un impulso, genera anche il primo movimento. La morte di Dio, ossia la sua autodistruzione, nel complesso si presenta nel suo duplice aspetto morale e metafisico giacché è insita questa opposizione di fondo tra il primato del non-essere sull’essere. La creazione del mondo è giustificata dalla scomparsa progressiva di Dio, dalla frammentazione dell’uno nel molteplice. Il tramonto di Dio, che non è altro che il processo entropico della sua dissoluzione, è il pretesto dell’ateismo scientifico che sorregge tutta la teoria. L’immenso processo del cosmo contemplerà il nulla assoluto, ma la conoscenza che il non-essere è meglio dell’essere è secondo Mainländer l’idea che: “La vita è un inferno e che la dolce quieta notte della morte assoluta è l’annullamento di questo inferno (Ph. D. Erl, pp. 215-216)”.

La divinità precosmica è soltanto un principio generativo, l’origine delle cose che tende all’assoluto nulla. Di fatto, una visione lontana dall’emanazione plotiniana o dal panteismo spinoziano. Dell’originaria essenza divina non è rimasto altro che il primo impulso che si traduce in movimento: il movimento dell’essere verso il nulla assoluto.                     

Mentre il nulla relativo è l’unità originaria (Dio), inconoscibile attraverso le forme pure della conoscenza umana, il nulla assoluto (nihil negativum) è la destinazione dell’autodistruzione di Dio – la morte termica dell’universo.

Se la fenomenologia hegeliana trovava il suo apice con l’entità suprema dello Spirito Assoluto, quella mainlanderliana termina con il nihil negativum.    Questa destinazione coincide totalmente con il sistema chiuso del non-essere, un vuoto inconcepibile senza volontà che inabisserà la totalità delle cose alla fine dei tempi. È oltretutto chiara l’influenza della teoria entropica di Rudolf Clausius. Il mondo del molteplice non è nient’altro che un medium del suo annientamento, la via crucis verso l’assoluto nulla. Dio si è frammentato nella molteplicità del divenire, e l’esistenza umana si rivela essere il processo della sua decomposizione universale. Se per la tradizione giudaico-cristiana la creazione è creatio ex nihilo, Mainländer capovolge la questione con lo speculare sillogismo della creatio ad nihilum.

 

Mainländer anticipa la morte di Dio di Nietzsche con un enunciato divenuto ormai simbolo della sua metafisica: “Dio è morto e la sua morte fu la vita del mondo”. Nonostante ciò, le differenze con Nietzsche sono radicali. Mentre per quest’ultimo la morte di Dio rappresenta più una metafora storica e antropologica – la dissoluzione della morale occidentale e la conseguente trasvalutazione dei valori –, per Mainländer è invece una verità ontologica. Come evidenzia Fabio Ciraci, il nichilismo di Mainländer è paragonabile a quel nichilismo passivo di cui parlerà lo stesso Nietzsche; dunque un nichilismo contrapposto alla visione attiva e vitalistica del filosofo di Röcken. Oltre a ciò, l’etica della Filosofia della Redenzione si occupa di gestire l’uomo nell’esistenza terrena fino a raggiungere la pace nel nulla assoluto. Nietzsche con il suo superuomo celebra la vita e la terra.

 

Diversamente da Schopenhauer, per il quale la noluntas è una scelta etica e ascetica, Philipp Mainländer concepisce non tanto un atto di negazione astratta, quanto piuttosto un processo di redenzione che trova il suo culmine con la presa di coscienza della superiorità assoluta del non-essere sull’essere. In accordo con il maestro, Mainländer riconosce la volontà come cosa in sé, origine della sofferenza; ma egli auspica il raggiungimento del nulla, che è il vero redentore del mondo che scioglie ciascuna creatura dalle catene dell’esistenza e del dolore. La volontà, tuttavia, non è più identificabile con il Wille zum Leben schopenhaueriano poiché esso non ha lo scopo di perpetuarsi all’infinito. Al contrario, la volontà è Wille zum Tode, ossia la volontà di morte. La  volontà di vita è qui un ulteriore velo di maya oltre il quale si cela il vero compimento del destino fisico-ontologico dell’universo, ovvero la volontà di morte. Se la vita è volontà, allora la redenzione sarà l’annichilimento della volontà; il mondo è invece un ostacolo da rimuovere nel cammino verso il Nichtsein.                                                      

Per accelerare il movimento del mondo verso il nulla, Mainländer individua quattro virtù morali, alcune delle quali ricordano quelle tracciate dal suo maestro in Die welt als wille und vorstellung. La prima virtù è il patriottismo, la seconda la giustizia, la terza la compassione e infine la castità.   Quest’ultima, secondo il filosofo, è la più importante in virtù del fatto che, astenendosi dalla riproduzione, l’uomo evita che la propria volontà si perpetri. Il pessimismo radicale, così come l’antinatalismo di fondo, lo si evince anzitutto dalla visione dello stato ideale e del suicidio.

Mainländer non ha mai nascosto la sua simpatia verso il socialismo, nondimeno tale visione politica coincide con il suo sistema filosofico radicalmente pessimistico, se non il più pessimistico in assoluto come ricorda Theodor Lessing. Lo Stato Ideale di tipo socialista-utopico mainlanderliano si configura come una fase di passaggio.                             

Difatti, quando gli uomini saranno sazi dei bisogni materiali e della questione sociale che tante disuguaglianze produce ancora oggi, saranno altresì pronti per la redenzione finale della morte. La sazietà dei desideri sarà uno stimolo a non avere più alcun tipo di desiderio nei confronti dell’esistenza. Peraltro, lo stato socialista qui delineato risente della lezione di Fichte. Un simile stato può essere definito tanto socialista quanto nazionalista, ma bisogna sempre tener presente della fase momentanea che rappresenta, tant’è che nulla può opporsi all’ineluttabilità della dissoluzione cosmica. Pertanto, “Al movimento dell’umanità verso lo Stato ideale seguirà quindi l’altro, quello dall’essere al non essere, o, con altre parole: il movimento dell’umanità è soprattutto il movimento dall’essere al non-essere (Ph. D. Erl., p.215)”.                     

Il socialismo nazionale di Mainländer è incompatibile con la dimensione universalistica della metafisica schopenhaueriana, giacché quest’ultima si libera dal fardello del nazionalismo, considerato anzi come un prodotto dell’egoismo umano. La differenza con il maestro è alquanto significativa, ma la più significativa concerne il suicidio. Il nazionalismo sociale di Mainländer non può essere compatibile con l’etica della compassione schopenhaueriana, la quale si eleva di per sé al di sopra dei conflitti degli stati nazionali poiché estende sé stessa, come in un unico abbraccio metafisico, a tutti gli esseri umani in grado di percepire il dolore.

La visione politica del filosofo è parte integrante della sua prospettiva metafisica: ogni istituzione, come lo Stato, è vista come una tappa del movimento entropico generale verso il Nichtsein (nulla assoluto).               

Secondo quanto sostiene Mainländer, il suicidio non è un errore (come in Schopenhauer), ma una professione di fede pratica. È l'atto con cui l'individuo, illuminato dalla conoscenza delle cose in sé, decide di uscire volontariamente dalla vita per entrare nella dolce notte dell’eterno. Il suicida in sostanza anticipa il fine ultimo dell'universo, che dall’unità primigenia di Dio conduce alla quiete del nulla assoluto (nihil negativum).

 

 

Bibliografia:                                                                                         

Fabio Ciracì: Mainländerliana, Editore Pensa Multimedia, Lecce, 2025.           

Fabio Ciraci: Verso l’assoluto nulla. La Filosofia della redenzione di Philipp Mainländer, Editore Pensa Multimedia, Lecce, 2006.  


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