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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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I misteri della vita

di Dora Millaci
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Pubblicato il 02/11/2011 10:31:46

La vita è strana e ci riserva tante sorprese. Alcune belle, altre brutte, ma tutte ugualmente importanti.

 

Avevo imparato a memoria ogni oggetto della mia stanza d’ospedale. In pratica ero cresciuta lì dentro. Conoscevo infermieri, inservienti e medici del reparto e loro, conoscevano me.

Ogni mattina allo stesso orario passava un frate missionario per portarmi un po’ di conforto. Così diceva lui. Io però non essendo credente, facevo solo finta di ascoltare i suoi sermoni.

Come potevo pensare che esistesse un Essere di luce e d’amore, poiché a soli cinque anni mi ero ammalata di una forma grave di leucemia.

“Non c’è giustizia” gli dicevo “Perché proprio a me? Che cosa avevo fatto di male?”

“Sei fortunata” osava dirmi “Molte persone non sopravvivono, mentre tu sei qui che puoi godere del sole del mattino”.

“Quale sole, quale vita!” rispondevo furiosa “Sono spesso attaccata ad una flebo. Le ragazze della mia età invece, sono fuori a divertirsi”.

Qualsiasi cosa mi avrebbe detto quell’uomo, non poteva cambiare la mia drammatica situazione. Ero arrabbiata con il mondo intero. Non volevo, non potevo accettare. Ero scontrosa, introversa, intrattabile e per questo mio comportamento, non avevo amici. Questo non doveva essere il mio destino. Piuttosto che continuare a vivere in questa maniera, avrei preferito morire.

Nonostante lo trattassi male e gli rispondessi sgarbatamente, tutte le mattine si presentava alla mia porta. Era dolce, pacato e riuscivo a scorgere un sorriso sotto la lunga barba.

Le settimane passavano e mi accorsi con stupore che attendevo la sua visita giornaliera.

Non avevo cambiato le mie idee, eppure lo cercavo. Tendevo l’orecchio per sentire il rumore dei sandali nel corridoio e mi sistemavo nel letto nella speranza che entrasse da me. Forse la serenità con la quale mi parlava, era riuscita a far breccia nel muro che avevo innalzato.

Mi domandavo come avrei fatto il giorno cui sarei uscita da lì. Sapevo già che mi sarebbe mancato.

Dopo diversi mesi, una mattina il medico mi chiamò d’urgenza. Era arrivato il risultato delle nuove analisi. Mi precipitai in ospedale col cuore in gola. Temevo qualcosa di orribile. Invece con mia grande sorpresa, mi annunciò che finalmente stavo rispondendo alle cure. Non mi sembrava vero. In quel momento, percepii quel piccolo spiraglio di luce, di cui il paziente frate mi aveva spesso parlato. Volevo comunicargli la bella notizia e lo cercai.

“Mi dispiace molto” rispose un frate anziano “Fra’ Robert è partito. Come da sua richiesta fatta molti mesi fa, è andato missionario in Africa”.

A quell’annuncio, rimasi molto male. “Perché non mi aveva detto niente?”.

L’unico amico che avevo, era partito. Sì, perché in fondo lo consideravo tale.

Per quanto stessi meglio, dovevo ancora continuare con le flebo e così dopo altri tre mesi, ero di nuovo ricoverata. Mi aggiravo tra i corridoi delle corsie che conoscevo come le mie tasche, quando notai un viso a me noto steso in un letto. Mi si gelò il sangue. Mi accostai a lui incredula.

“Fra’ Robert che cosa le è accaduto?”

L’uomo sorrise come sempre, prendendomi la mano e con la tranquillità che lo contraddistingueva, rispose: ”Non mi sono sentito molto bene e così son dovuto tornare. Non ti preoccupare per me”.

Era visibilmente dimagrito e si vedeva che soffriva, anche se cercava di nasconderlo. Gli sedetti accanto e cominciai a parlargli. Le uniche parole che mi vennero in mente però, erano quelle che lui aveva detto a me nelle sue orazioni.

Ascoltandomi non credevo alle mie orecchie. Eppure sapevo, che quelle frasi sarebbero servite e lo avrebbero aiutato a superare il dolore.

Quando lo lasciai, volli sapere di più sulle sue condizioni.

“E’ molto grave?” domandai al medico curante.

L’uomo sospirò scuotendo il capo “Non c’è nulla da fare. Ha contratto un virus letale. Gli restano solo poche settimane”.

Una parte di me avrebbe voluto urlare, arrabbiarsi nuovamente contro tutto e tutti, eppure sentivo quella quiete interiore giunta misteriosamente, che non mi lasciava scampo. Dovevo accettare.

Lo andavo a trovare tutti i giorni. Era incredibile la dignità con la quale portava avanti la malattia, pur sapendo che la fine era prossima, continuando inoltre a dare coraggio a me.

Dalle analisi che facevo ogni giorno, miglioravo in una maniera che i dottori reputavano straordinaria se non addirittura miracolosa, mentre il mio amico, si spegneva sempre di più.

Non riuscivo a comprendere che cosa stesse accadendo. Una cosa era certa, una spiegazione doveva esserci, anche se io non ero in grado di darla. Tutto era cominciato dal momento in cui avevo aperto il mio cuore.

 

E’ trascorso un anno dalla mia ultima flebo, sono guarita eppure anche oggi ho un appuntamento in ospedale. C’è una ragazza testarda e capricciosa che mi assomiglia molto, o meglio mi ricorda quella che ero. Mentre le parlo seduta accanto al suo letto, mi sembra di sentire i sandali di fra’ Robert nel corridoio che si avvicinano. E’ solo un attimo, una sensazione che mi scalda il petto, eppure mi basta per sapere che quello che sto facendo è giusto. Con gli occhi lucidi continuo. Lui l’ha fatto per me ed ha cambiato la mia vita.



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