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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Foglie al vento

di Dora Millaci
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Pubblicato il 13/01/2012 16:40:12

 

Quanto più sono stati emozionanti, tanto più riaffiorano prepotenti.  Basta così poco perché riemergano e ti ritrovi a rivivere momenti che credevi di aver dimenticato.

 

Era estate e avevo preso l’abitudine per andare al lavoro di attraversare Parco Lambro.  La strada non era più corta o più veloce ma ogni volta che passavo di lì, mi sembrava di rivedere momenti della mia vita. Una sorta di dejà vu. Provavo un’indescrivibile sensazione di benessere. Forse l’odore delle piante, il vociare dei bambini o magari scorgere quel vecchio signore, che pareva in quel luogo da decenni. Seduto sulla stessa panchina a leggere il Corriere della Sera che puntualmente, al mio passaggio, alzava lo sguardo e mi sorrideva da sotto quella barba incolta. A me veniva naturale contraccambiare.

Mi domandavo come avesse fatto a ridursi così e se avesse da qualche parte una famiglia. Più d’una volta mi venne la tentazione di fermarmi a parlare con lui, ma temevo una sua reazione. Avevo forse il diritto di violare la sua privacy? Il suo sguardo non era triste. I suoi occhi brillavano di una strana luce e riuscivo ad intravvedere da sotto quell’aria burbera, un’infinita dolcezza.

Quel piccolo rituale mattutino, mi faceva star bene e mi dava la carica giusta per cominciare la giornata. Soprattutto da quando la mia vita era cambiata. Ero uscita da poco da un brutto periodo. Avevo perso mio padre qualche mese prima, dopo una lunga malattia. Il mio fidanzato mi aveva lasciato, perché non aveva compreso il mio bisogno di stargli accanto fino all’ultimo. Era stato un grande insensibile egoista. Mia madre era morta quando avevo solo quattro anni a causa di un brutto incidente. Si trovava in macchina con mio padre. Lui ne uscì illeso. Adesso ero completamente sola a dover rimettere assieme i pezzi e ricominciare la mia esistenza.

Fortunatamente avevo un buon lavoro che mi piaceva e così, trascorrevo moltissimo tempo in ufficio.

La stagione calda volò come un lampo e giunse l’autunno. Nonostante tutto, non volli modificare il mio rituale ed anche nelle brutte giornate, m’incamminavo lungo i sentieri del parco.

L’anziano signore era sempre lì, con i suoi abili lisi, che si proteggeva alla meglio dal freddo e dal vento che soffiava imperioso, alzando le foglie oramai gialle cadute dagli alberi. Il cuore mi si stringeva nel petto ed il mio sorriso era tirato. Al contrario lui pareva noncurante di tutto ciò che gli accadeva attorno. Sembrava rilassato, tranquillo quando con passo spedito lo guardavo, mentre oltrepassavo la sua postazione.

Le domande sul suo conto cominciarono a farsi più insistenti nella mia mente. In modo particolare la sera, quando mi sdraiavo al caldo nel mio letto. Chi era? Aveva un riparo, dove coricarsi la notte? Perché mi era entrato così nel cuore? Forse era solo il mio bisogno d’affetto, che mi spingeva in quella direzione.

Una notte un violento temporale mi svegliò di soprassalto. Lampi, tuoni, grandine. Ricordo un bruttissimo incubo, ma non era nitido. Mi restò addosso una tale paura, che non mi riuscii più di dormire. Io che urlavo ed una voce d’uomo in lontananza che mi diceva: “Non ti preoccupare, veglierò su di te”.

La mattina seguente, ero scossa, agitata. Avevo il presentimento che mi dovesse accadere qualcosa. La giornata però si presentò limpida. In cielo nessuna nuvola ed anche il vento dei giorni passati, si era attenuato.

“Che sciocca che sono” pensai camminando lungo i sentieri del parco “E’ una così bella giornata che non mi può capitare nulla di brutto”. Detto questo, cercai con lo sguardo il viso familiare dell’anziano signore. Era lì al solito posto che mi aspettava. Questa volta però nel vedermi, si alzò e mi venne incontro.

“Ha perso questo” disse porgendomi qualcosa “Lo prenda, è suo”.

Scossi il capo “Non credo, non mi sembra…”

Serio in volto, insisté affinché prendessi l’oggetto e senza guardarlo lo misi nella tasca dell’impermeabile. Sorrisi e velocemente andai via.

Quel gesto inaspettato mi aveva turbato. A quanto pare ero ancora agitata, anche se non lo davo a vedere.

La giornata volò. Al lavoro c’era sempre tanto da fare. Al contrario dei miei colleghi, non avendo impegni, molte volte restavo oltre l’orario e fu così anche quella sera. Quando guardai l’orologio, erano quasi le venti. A quell’ora nel palazzo non c’era più nessuno, se non i custodi. L’ufficio si trovava al dodicesimo piano ed anche se io non amavo i luoghi al chiuso, ero costretta a prendere l’ascensore.

Le porte scorrevoli si schiusero con uno strano cigolio. Premetti il tasto per scendere e la cabina si mosse. Gli occhi erano incollati sul display con la numerazione dei piani. Avevo uno strano presentimento. L’ultimo numero che vidi fu l’ottavo. La luce si spense. Avevo la sensazione di continuare a scendere, ma forse non era così. Mi stava prendendo il panico. Dovevo riuscire a trovare il campanello d’allarme, ma come potevo fare al buio? Non avevo accendini con me poiché non fumavo. Mi schiacciai verso la parete opposta l’entrata ansimando. Mi mancava l’aria. Da quanto tempo ero lì dentro? Mi sembrava un’eternità. Misi una mano in tasca per prendere un fazzoletto e fu allora, che mi accorsi di avere qualcosa che mi avrebbe aiutato: una piccola torcia.

L’accesi e finalmente potei trovare e premere il tasto per chiedere aiuto. 

“Per fortuna aveva questa luce” esclamò il custode facendomi uscire dall’ascensore.

Una volta all’esterno mi fermai a guardare quell’oggetto che mi aveva salvato.

“Adesso la può spegnere” continuò l’uomo “E’ curioso però che una signora come lei, abbia con sé un gingillo da bimbe. Dove l’ha preso?”

Alzai lo sguardo. Avevo le lacrime agli occhi e con voce tremolante risposi: “Me l’ha dato mio nonno”.

Dicendo quella frase rividi tutta la scena come in un vecchio film.

La lite furibonda che lui ebbe con mio padre accusandolo di aver ucciso mia madre nell’incidente. Quest’ultimo che gli urlava di sparire dalla nostra vita e di non farsi più vedere.

Io bimba che gli correvo incontro buttandogli le braccia al collo e lui che mi stringeva amorevolmente.

“Nonno, non te ne andare. Mi dimenticherai!”

“Non succederà mai piccola mia. Veglierò sempre su di te”.

“Prendila nonno” e gli diedi la mia piccola torcia a forma di paperetta.

Il grosso portone si chiuse alle sue spalle lasciando la casa nel silenzio. Lo stesso silenzio che ora aleggiava nell’androne del palazzo. Il mio cuore era in tumulto. Ora capivo tutto. In quel parco mio nonno mi ci portava sempre a giocare. Come quella bimba gli corsi incontro.

Ero convita che l’avrei trovato lì, su quella panchina ad aspettarmi.

I viali deserti erano illuminati da lampioni. Riecheggiavano solo i miei passi sulla ghiaia. In lontananza vidi una figura e mi assalì, un’euforia incontrollabile. Le palpitazioni erano così forte che le sentivo riecheggiare in testa. Il respiro era decisamente accelerato e cominciai ad allungare il passo.

In pochi minuti giunsi di fronte a quell’uomo: non era mio nonno, ma un manutentore del parco.

“Mi scusi, conosce il signore che è seduto sempre su questa panchina?” domandai speranzosa.

Il tipo alzò le spalle e sgarbatamente rispose:” che ne so. Ho preso servizio questa sera. Chieda al mio collega laggiù. Sono mesi che lavora qui”.

Corsi dall’altro uomo e riproposi la domanda.

“Sì, certo che lo conosco” rispose secco senza aggiungere altro.

“vede, questa mattina mia ha dato un oggetto e vorrei restituirglielo” continuai col cuore in gola” Mi sa dire dove lo posso trovare?”

Si fermò di colpo e guardandomi come se fossi fuori di senno esclamò: “ Signorina, credo che lei si stia sbagliando. Non penso proprio che questa mattina lei abbia parlato con quel tipo, tanto meno che lui le abbia consegnato qualcosa”.

“Perché mai?”

“Perché è morto la scorsa notte, durante il temporale. Ho chiamato io stesso l’ambulanza”.

Mi mancò il respiro. Sotto i miei piedi si era aperta una voragine ed io ci stavo finendo dentro. Com’era possibile? Di colpo mi tornò in mente l’incubo della notte precedente. Forse avevo realmente vissuto qualcosa.

Smisi di parlare e mi allontanai, mentre i miei occhi si riempivano di lacrime. Udivo la voce del manutentore. Mi stava chiedendo qualcosa. Non risposi. Oramai era lontano…

Un improvviso vento si era levato ed io a lui mi abbandonai lasciandomi trasportare, proprio come le foglie gialle cadute dagli alberi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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