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🖋 Marcel ritrovato, di Giuliano Gramigna | Nuova edizione Irelfe
con una nota di Ezio Sinigaglia
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore č soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Sillabario all’incontrario

Romanzo

Ezio Sinigaglia
TerraRossa Edizioni

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 19/05/2023 16:37:00

 

I libri di Ezio Sinigaglia hanno la purezza dell’essere stati scritti prima del successo che, finalmente, l’autore sta riscuotendo. Infatti, i libri sin qui pubblicati non sono stati minimamente influenzati da riconoscimenti, articoli o recensioni, né dalle mode letterarie passeggere: è come se fossero stati scritti in un’altra dimensione e poi trasportati nella nostra d’un tratto, scevri da vezzi e gigioneggiamenti letterari contemporanei. In pratica sono nati coi tratti dei classici. In particolare, il libro di Sinigaglia su cui mi soffermo oggi è totalmente opposto a quella moda imperante, a tratti biasimevole, della cosiddetta autofiction, ovvero quel filone in cui l’autore parla di sé e della sua esistenza dando pennellate di “romanzesco” qua e là. Si dice che la gente ami conoscere le vite delle persone nei loro moti più intimi, e il poter impunemente ficcare il naso nei diari dei beneamati scrittori sia un passatempo amato dai più. Invece questo Sillabario all’incontrario, benché appaia esattamente come un diario, cui l’autore fa ricorso per risalire alle cause del proprio male, essendo stato scritto prima che la nefasta moda si diffondesse, non ne porta i minimi bacilli. L’autore parla di sé ma non in termini di biografismo autoreferenziale o autofinzionale, bensì lo fa con il respiro e il passo ampi del romanzesco.

Il pretesto di questa costruzione letteraria, come accennato, sarebbe quella di analizzare la propria vita per poter combattere il disagio del presente, un consiglio medico, dunque imprescindibile. Sinigaglia si pone al lavoro con metodo scientifico ad analizzare la propria vita, disponendone gli aspetti salienti in ordine alfabetico, però inverso, partendo dalla zeta, da qui il all’incontrario del titolo. Ma a essere all’incontrario non è solo l’ordine alfabetico, infatti, in ciascuno dei lemmi c’è un rovesciamento, la parola scelta per rappresentare una lettera dell’alfabeto viene sviluppata seguendo vie che portano il lettore a un completo capovolgimento del senso della parola scelta. Oppure dal lemma dato si approda a qualcosa che sta ai suoi antipodi, o è apparentemente inconciliabile. E in questo sta il nocciolo dell’essere, questo romanzo, opposto all’autofiction: non si cerca di approdare alla fine del libro tramite assonanze e ammiccamenti di parola in parola, qua si approda piuttosto al senso dello scritto con una vigorosa torsione del punto di vista, il lettore viene condotto in lande inattese, anche inesplorate, ma senza che si perda, senza quasi che si accorga dei cammini tortuosi o inesplorati percorsi. Questo, a mio avviso, è uno dei grandi meriti e pregi del libro, ed è anche l’indizio evidente che Sinigaglia non stia facendo diarismo ma letteratura vera e propria: sta svelando universi e mondi. Magari senza muoversi dal giardino di casa. E qui si giunge a un altro aspetto di questo libro e la sua antitesi con il presente. Negli ultimi mesi, rispetto alla scrittura di queste mie riflessioni, sembra essere stata rispolverata l’espressione “libro-mondo” per dire di romanzi che viaggiano per il globo, portano il lettore in luoghi sconosciuti, esplorati e no, con personaggi mirabolanti ed eccentrici. In realtà ci si accorge che tali libri, sotto la lente di una lettura attenta, non si smuovono dal tavolino su cui è posta la tastiera del pc dal quale sono scritti, proprio perché i mondi evocati appaiono come le facciate di cartapesta usate negli studios cinematografici. Il Sillabario invece, con l’aria semplice, e quasi rassegnata, con cui guarda in giardino, racconta di un’infanzia casalinga; o in banali luoghi di villeggiatura fa sorgere agli occhi del lettore interi mondi, universi cui tutti appartengono ma che sono in realtà inesplorati. Perché, forse, il Sillabario è popolato da quegli uomini – mostruosi? – che sono come i famosi giganti immersi negli anni: è la memoria a fare da trama su cui si regge la narrazione. Ma non la memoria che mette i ricordi in fila, bensì la memoria capace di risorgere dal passato portando con sé l’uomo che l’autore è stato via via nel corso delle epoche che ne hanno contraddistinto la vita. E siccome il paragone con l’opera proustiana (di cui Ezio è raffinatissimo conoscitore) appare nel suo nitore, mi sento di lanciare il parallelo proprio con la Recherche che per alcune delle sue parti, ad esempio Combray, potrebbe avere punti in comune con l’opera di Ezio. Infatti, che cosa rappresenta l’intelaiatura del primo capitolo della Recherche se non proprio una sorta di collezione di fatti, di elementi che hanno poi caratterizzato la vita del narratore e che sono in filigrana l’esistenza dell’autore? E qui sorge spontaneamente, benché clandestinamente, la domanda: quanto c’è di Sinigaglia-uomo nel Sillabario e quanto del Sinigaglia-romanziere, quanto riecheggia, dalla Z alla A, l’uomo e quanto lo scrittore? Io direi che entrambi vi risuonano creando l’armonia unica e (non “celestiale”, rischierebbe di mettere in ombra la sottile ironia che tinge le pagine) affascinante che permea le pagine. In fondo il bambino alle prese con i primi amori della villeggiatura appare umanissimo, mentre lo scrittore che osserva Service posare il vassoio, è un puro personaggio romanzesco, eppure entrambi convivono nello stesso uomo. Ecco la doverosa citazione, servita su di un vassoio da petit déjeuner: dalla cintola in su, un vero Farinata: non mosse collo, né piegò sua costa: il vassoio e il torace, il palmo e l’avambraccio si mantennero su piani perfettamente ortogonali, e il mio petit déjeuner atterrò dolcemente sul cerchio di marmo come se vi si fosse calato in ascensore: dalla cintola in giù, tutt’altra musica  [pag. 181] –e qui come non pensare ad Aram di Fifty-fifty che osserva i corpi flessuosi dei suoi soldati? La forza e l’incanto del Sillabario: dalla Z alla A l’uomo e il romanziere si fondono in un dialogo unico – di cui i lettori possono avvertire il brusio, sentirne le note, assaporarne il piacere – che conserva proprio la nota sfuggente che non si colloca tra realtà e finzione ma tra il saper leggere la realtà con occhi nuovi (cit.) e il renderla universale e inesplorata. E su questi punti si nota la distanza tra la scrittura apparentemente diaristica di Sinigaglia e la vituperata autofiction; tra l’opera mondo di cartapesta e la capacità di far nascere mondi reali e di compiere viaggi straordinari semplicemente mettendo in un ordine inatteso il cancello di casa, il vialetto e la portafinestra.

Giunto sin qua non posso esimermi dal menzionare lo stile unico ed elegantissimo della scrittura, le descrizioni hanno l’incanto di un uovo Fabergé, in poche parole appaiono cesellati elementi affascinanti e inattesi. Le frasi racchiudono collezioni inestimabili descritte con la semplicità di chi è abituato a convivere con i capolavori e li conosce bene: non ne fa sfoggio ma sa come descriverle, la scrittura non si ammanta di parole desuete o costruzioni ardite, ma accompagna il lettore. Nel Sillabario non si può non notare l’uso, quasi esagerato, dei doppi punti, usati come insegnano le grammatiche per ottenere diverse funzioni sintattiche e testuali, come quelle dichiarativa, presentativa; infatti si susseguono per presentare sviluppi e intrecci dei vari elementi, ma vediamone un esempio: si faceva tardi: così capitò più di una volta che qualche amico assistesse, mio malgrado, al fulmineo scatenarsi della crisi: un attimo prima stavo benone, chiacchieravo e ridevo e sgranocchiavo noccioline, e un attimo dopo il dolore mi trasformava sotto i loro occhi in Mr Hyde: un attimo… [pag. 86]; e questo è il caso di una crisi che nella mia mente rimanda a un improvviso attacco di asma che metteva in ambasce una povera governante, ma sono associazioni libere. Tra l’altro accanto alla superfetazione del doppio punto assistiamo a una rarefazione del punto fermo e delle maiuscole, tutto questo conferisce ai periodi una continuità e una fluidità notevoli, nella musicalità romanzesca si rivela la libera associazione dei pensieri, il flusso di coscienza che si dispiega e rivela.

Dunque: questo libro nato dalla malattia. Non è certo il primo. Al contrario non sarebbe fuori luogo affermare che il romanzo, ben più di ogni altro genere letterario, trae spesso origine dal germe di una patologia dell’autore e ne costituisce il (temporaneo, effimero) piano terapeutico [pag. 5]. Così Sinigaglia nella Prefazione dell’autore presenta il Sillabario e in effetti dalla lettura si ha – più che la ricerca di un’origine di un ipotetico male o di un rimedio a esso – la sensazione di come vari semi abbiano attecchito nell’autore e siano cresciuti rigogliosi. Fatti anche minimi, osservazioni distratte o disilluse hanno mostrato a Sinigaglia orizzonti magari insospettati, non mali, non sintomi ma possibilità altre all’interno di una vita. L’andamento sinuoso e il costante capovolgimento potrebbero richiamare alla mente quel metodo freudiano di interpretazione dei sogni che, ben lungi dall’essere diagnosi o rimedio, è un disvelamento di un reale talvolta inaccessibile. Nel Sillabario all’incontrario si parla dei lemmi come di indizi da libro giallo ma, a mio avviso, si tratta maggiormente di indizi per depistare l’ipotetico assassino che minaccia l’autore. Il medico indica l’indagine per smascherare il colpevole del malessere. Però mi sembra di capire che il malessere sia un po’ come il celebre bal de tête in cui l’autore si re-incontra con le maschere che ha via via vestito durante gli anni e che sia solo un punto per un nuovo inizio.

 


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