Piccola estate di Alberto Pellegatta è una raccolta poetica che si muove tra memoria, quotidianità e una malinconia sottile, quasi sospesa nel tempo. Il titolo stesso suggerisce una stagione che non è solo climatica, ma anche emotiva: un’estate che non esplode in calore e luce, ma si distende in frammenti di vita, ricordi e riflessioni che sembrano sfuggire a ogni linearità. Pellegatta ci guida attraverso un paesaggio interiore in cui il passato e il presente si intrecciano, e dove il linguaggio diventa uno strumento per esplorare l’assurdità del vivere, la fragilità dei rapporti umani e la ricerca di senso in un mondo che sembra sfuggire a ogni categorizzazione.
La poesia di Pellegatta è profondamente dialogica: il poeta si rivolge spesso a un “tu” che è insieme compagno, madre, amico o forse sé stesso. Questo “tu” diventa un pretesto per indagare l’assurdità delle relazioni, la loro precarietà e la loro bellezza fugace. Un esempio significativo è la poesia in prosa che avvia così «Incontravo Giovanni Raboni accompagnando mia madre da Peck. […]» (p. 13), dove il passato riaffiora in modo quasi tangibile, ma sempre sfuggente. Il poeta ricorda Raboni, la madre, e un caffè bevuto in via Spadari, dove ora immagina di vederli seduti insieme, come se il tempo potesse essere sospeso in un attimo di condivisione. La malinconia non è mai urlata, ma filtrata attraverso dettagli minimi: un tram, una fermata, un caffè che diventa un rituale di memoria.
Un altro tema centrale è quello dell’ironia e del disincanto. Pellegatta non si sottrae a un umorismo amaro, che serve a smascherare l’assurdità delle convenzioni sociali e delle aspettative. In “Fonetica del sentimento” (p. 8), scrive: «Se non chiudi la E si sente tutto / ma non si vede niente. / Dovrebbe esserci un punto. // […]», giocando con il suono e il senso, e suggerendo che la poesia, come la vita, è fatta di cose che si percepiscono ma non si riescono a fissare. Oppure, in «[…] // Non sei ancora mia mamma / ma già adoro i tuoi cerchietti.» (p. 9), dove l’affetto si mescola a una tenerezza quasi infantile, ma mai banale.
La natura e l’artificio si fondono in un paesaggio ibrido, dove alberi, animali e stagioni si mescolano a oggetti quotidiani come telecamere, automobili e supermercati. In “La giurisdizione amorosa” (p. 17), Pellegatta scrive: «[…] // Sei così bello, le dita nei capelli, / e io così dolorante, che anche questa poesia / è attraversata dai tuoi cani […]», dove l’immagine dei cani che attraversano la poesia diventa metafora di un amore che è insieme concreto e sfuggente. La poesia diventa così un luogo in cui il reale e il surreale si confondono, e dove il linguaggio è usato per creare immagini che oscillano tra il tangibile e l’inafferrabile.
Il linguaggio di Pellegatta è sperimentale, ma mai fine a sé stesso. Il poeta gioca con la sintassi, spezza i versi, usa gerghi e citazioni colte (da Georg Büchner a Teofilo Folengo), creando un ritmo che sembra uscire da un sogno; la frammentazione del testo evoca la disgregazione del pensiero. Nella sezione “Verbo notturno” (p. 39), Pellegatta inserisce una citazione di Büchner – «Nel discorso spesso s’interrompeva, un’angoscia indescrivibile l’assaliva, aveva perso la fine della frase […]» – per sottolineare come il linguaggio stesso possa diventare un campo di battaglia tra emozione e razionalità. Il poeta sembra suggerire che le parole, proprio come i pensieri, possano sgretolarsi sotto il peso di ciò che non si riesce a dire, lasciando spazio a un silenzio carico di significato.
Piccola estate è una raccolta che resiste alla classificazione: non è solo poesia lirica, né solo sperimentale. È un diario emotivo in cui Pellegatta ci invita a guardare il mondo con occhi disincantati, ma non privi di tenerezza. Le sue poesie sono come “piccole estati” – brevi, intense e cariche di un calore che sa di nostalgia e di domande senza risposta. Il poeta scrive: «Ho sempre voluto essere pietra, uno scoglio, la roccia su cui si grattano i cervi, un sassolino che puoi metterti in tasca, […]» (p. 36), esprimendo il desiderio di una solidità che contrasta con la fluidità della vita e delle emozioni.
In conclusione, Piccola estate è una raccolta che colpisce per la sua originalità linguistica, la profondità emotiva e l’equilibrio tra ironia e malinconia. Pellegatta offre una voce contemporanea e autentica, capace di parlare a chi cerca una poesia che non offre risposte, ma apre squarci su un’esistenza fatta di frammenti, assenze e domande sospese. È una lettura che invita a soffermarsi, a rileggere, e a lasciarsi attraversare dalle immagini e dalle emozioni che emergono pagina dopo pagina.