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Distacco

di Giuseppina Rando
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Pubblicato il 09/01/2014 19:14:08

Distacco
Laria della stanza era pesante, immobile, retaggio di una notte insonne,agitata da incubi.
Allalba Cristiana lasci il letto e si diresse verso la finestra, lapr e per un po stette con lo sguardo fisso verso il cielo che man mano si colorava delle sue stesse, pi intime, profonde ferite.
La malattia di Carlo le aveva fatto scoprire il linguaggio del cielo, quello che, nel dolore e nellangoscia, le permetteva di mantenere viva nel suo cuore la fiamma della speranza, le comunicava la forza di procedere, di avanzare tra gli schianti e le macerie visibili e invisibili, ancora roventi, le dava la forza di affrontare il nuovo giorno.
And di qua e di l per la casa come una sonnambula come un automa , infine entr nella stanza di Carlo e lo svegli.
Il bambino si stropicci gli occhi ed emise incomprensibili suoni gutturali, fece qualche resistenza alla madre mentre lo trascinava in bagno e poi a tavola,ove era gi pronta la sua colazione, una tazza di latte con orzo che egli rifiut quasi capisse che cera qualcosa nellaria. La madre gli port diverse volte la tazza alle labbra, ma lui a denti serrati alz lo sguardo verso il soffitto e dette una spinta alla scodella che soltanto la mossa abile del braccio di Cristiana evit che il latte si versasse sulla tovaglia.
Un bambino di sette anni Carlo, dagli immensi occhi neri inespressivi, come di vetro, i capelli a riccioli scuri come quelli della madre. La carnagione chiara, quasi diafana; le mani in continuo movimento esprimevano il disagio e la propria estraneit al mondo circostante.
A fatica Cristiana lo vest. Lo lasci seduto su una poltrona del soggiorno. And a rifare i letti e raccogliere qua e l pezzi di riviste che il figlio aveva strappato la sera prima.
L appartamento in cui vivevano in affitto, per quanto lei si sforzasse di renderlo accogliente, lo percepiva cupo, oscuro, opprimente : si trovava al quarto piano di un vecchio stabile e quando saliva le scale, al ritorno da una stressante giornata di lavoro, i calcinacci dei muri scrostati delle scale pungevano come spine sul suo esistere che ogni giorno si trascinava una solitudine lancinante.
Langoscia e la paura della diversit , della estraneit del figlio lallontanavano tanto dal controllo razionale e dalla decifrazione emozionale, quanto da ogni strategia di cura, che pure , nei modi e nei tempi a lei possibili, procurava al figlio, sempre senza alcun risultato.
E ci la deprimeva, la scoraggiava.
Magra e fragile Cristiana era troppo debole per portare il peso che la vita le aveva riservato; ritmava i suoi giorni come quelli di un film in bianco e nero anche se nella parte pi profonda di se stessa sognava unesistenza altra, certamente a colori.
Fin di vestirsi, indoss su un vestito di maglia a fantasia una giacca di finto camoscio e un vezzoso cappellino.
Si avvicin alla poltrona dove stava seduto il bambino e, come a voler spezzare quella lastra di ghiaccio che si era creata tra loro, chiese :
Ti piace ,Carlo, il mio cappellino? Usciamo. Sei contento?
Carlo sembrava non averla sentita e continuava a guardare il soffitto, ma lespressione del suo volto divent ancora pi tesa, lo sguardo si riemp di agitazione. Cristiana cap che,invece, aveva sentito. And a prendergli il giubbotto di pelle nellarmadio che le era costato pi di una settimana di lavoro, ma a Carlo non piaceva, lui voleva sempre quella vecchia, una giacca rossa di lana che ormai gli stava stretta. Riusc ad infilargli il giubbotto nuovo tra un brontolio ed uno scossone, poi gli aggiust il collo della camicia e lo prese per mano.
Davanti alla porta cera gi pronta la valigia che Carlo guard attentamente , ma soltanto perch era nuova.
Partiamo - disse la madre - andiamo in citt ma il volto del bambino non cambi espressione, impassibile.
E tua Carlo ! E la tua valigia,dentro ci sono i tuoi vestiti, i tuoi giocattoli.
Ma lo disse con voce tremante e con tono sbagliato. Il ragazzo sembr non capire. Prendiamo lautobus, Carlo, andiamo in citt!
Non era mai stato su un autobus n era mai andato in citt.
Dopo essersi accertata di aver spento le luci e il gas varc la soglia con il figlio e la valigia. Chiuse la porta e fu subito investita da un mix di odori di cucina e di bagno, sgradevoli, detestava quel cocktail olfattivo cui si era rassegnata con dispettosa fatica.
Scendendo le scale, la valigia le sbatacchiava contro la gamba e se non si fosse sostenuta allappiccicosa e sporca ringhiera di legno, avrebbe perso lequilibrio e scivolato lungo le scale fino a raggiungere il pianerottolo sottostante. Qui cera gi ad aspettarla la signora Teresa, una anziana donna che per tanto tempo si era occupata di Carlo nelle ore in cui lei , era a lavoro; faceva da baby-sitter, ma negli ultimi mesi si era dichiarata incapace per quel difficile compito.
Ciao, mio caro,-disse rivolgendosi al ragazzino - ti ho preparato i biscotti alle mele che tanto ti piacciono! Carlo si gir verso il muro ed emise un grugnito.
Cristiana avrebbe voluto che almeno le facesse un sorriso o semplicemente prendesse i biscotti.
Grazie, Signora Teresa - disse prendendo lei il pacchetto - lei sempre tanto gentile!
Lo perdoni ! Purtroppo la malattia che avanza. Ma sono sicura che i suoi biscotti gli piaceranno tanto.
La signora Teresa ,aiutandosi col bastone , tenne aperta la porta che stava per chiudersi, e si allontan singhiozzando. Cristiana sent una fitta al cuore.
Povera Teresa ! anche lei aveva capito quanto straziante fosse la decisione che era stata costretta a prendere.
Alla fermata dellautobus le persone, che erano l in attesa, puntarono tutti contemporaneamente gli occhi sul ragazzino, incuriositi dalla sua andatura dondolante e dal continuo movimento della testa, ora in avanti ora indietro.
Come avrebbe voluto dare una sberla a quei curiosi !
Grande sollievo per lei quando vide arrivare lauto.
Con disinvoltura e ostentata indifferenza verso gli sguardi indiscreti degli astanti, aiut il piccolo a salire e, dopo averlo sistemato nel sedile vicino al finestrino, si sedette accanto, lo accarezz e gli scart una caramella.
Carlo dimostrava nervosismo, saltellava sul sedile, apriva e chiudeva il portacenere e avrebbe voluto abbassare il vetro per sporgersi. Quando lauto raggiunse una velocit costante , il piccolo si calm e,dopo aver appoggiato, la testa sul seno della madre, si addorment.

Anche Cristiana chiuse gli occhi e col pensiero rievoc i momenti pi tragici degli ultimi sette anni della sua pur breve esistenza.
Rivide Carlo appena nato: un batuffolo rosa in perpetuo moto: fin dai primi giorni di vita non faceva sonni tranquilli e si contorceva ad ogni minimo rumore. Quando lei si rese conto che qualcosa non andava, preg il padre di portare il figlio dal pediatra.
Le analisi e gli accertamenti furono lunghi e accurati, ma la diagnosi tardava ad arrivare.
Quando finalmente il medico convoc i genitori nel suo studio, parl a lungo di una grave lesione cerebrale congenita che, difficilmente sarebbe guarita e la terapia sarebbe stata molto costosa e lunga. Prospett anche la possibilit di un soggiorno negli Stati Uniti dAmerica per un consulto con gli specialisti del settore.
Dopo quel colloquio, il padre si disinteress del figlio e lo consider un estraneo,un essere che non gli apparteneva. Iniziarono le liti e la vita di Cristiana divenne un inferno: laccusa pi infamante, essere lei la responsabile della malattia di Carlo.
Cos, senza altra spiegazione, luomo che laveva fatto sognare and via.
Si erano uniti giovanissimi e contro il volere dei genitori di lei.
A quel tempo Cristiana aveva soltanto sedici anni e un solo desiderio : andare via di casa, lasciare la vita monotona di quel paesino dellisola, vivere al nord, ove credeva di realizzare tutti i sogni colorati delladolescenza.
Si pent quasi subito di essere andata cos lontana dalla sua terra, dal suo mare e ancor pi si afflisse quando i genitori, molto sensibili ,in seguito alla fuga dellunica figlia, a poco a poco si consumarono e si spensero nel giro di qualche anno. Ma pi di tutto si pent della sua scelta, quando lunione con luomo amato fall e fu da lui abbandonata.
Rest in quella casa nella speranza che lui tornasse.
Per pagare laffitto e poter sopravvivere assieme al figlio e procurargli le medicine indispensabili, and a servizio come domestica ad ore presso le famiglie del luogo.
Impensabile sarebbe stato un suo ritorno al paese natio.
Come in visione le apparve il cielo sempre azzurro del suo paese , la casa a pochi passi dal mare, confusa tra quelle degli altri pescatori, rivide la grande barca con cui ogni sera il padre con i suoi uomini, andava a pescare e ritornava, allalba, carica di pesci, rievoc i dolci momenti in cui pap voleva insegnarle a cavalcare le onde, ma lei, paurosa, non impar mai .
Al rischio dellonda alta preferiva stare sdraiata sulla terrazza, al sole, accarezzata dal profumo del bucato al vento.
Struggenti ricordi !
I sogni, nati tra i colori cangianti del mare e il calore del sole, sono finiti sotto laggressione della muta e grigia nebbia di quella maledetta citt nordica, dove le stagioni si sono precipitosamente addensate e affondate nel silenzio.
O, se tutto potesse sparire ad un soffio e riapparire il pap e la mamma !

Un sussulto di Carlo ed i suoi brontolii la riportarono al presente; riusc a calmarlo canticchiandogli sottovoce la filastrocca preferita..

Lautobus a poco a poco rallent : erano gi giunti in citt.

Dalla fermata dellauto alla Associazione Oasi del Bambin Ges il tratto da percorrere fu breve. LOasi era un centro- a carattere scientifico- al servizio dei soggetti con ritardo mentale per lo studio delle cause delle malattie cerebrali e dellindividualizzazione dei mezzi di prevenzione, cura e riabilitazione.
Una struttura consigliata gi da tempo dal pediatra ma che lei, irrazionalmente, aveva sempre rifiutato.
Allaccettazione Carlo fu attratto dalle lampade del soffitto che emanavano una luce bianca, ed incominci a dondolare il corpo e la testa.
Cristiana dovette firmare delle carte.
Arriv intanto uninfermiera, alta e snella, e rivolgendosi loro, disse: Vieni, Carlo. Venga signora a vedere dove abiter questo bel bimbo.
Tornarono nell ingresso ed aspettarono lascensore, entrarono e linfermiera pigi il numero tre. Alluscita li invest un forte odore di disinfettante. Attraversarono un corridoio e linfermiera apr con la chiave una porta doppia che aveva una rete davanti ai vetri. Entrarono in un altro immenso corridoio lungo il quale erano allineati diversi lettini bianchi. Non cera nessun altro e niente faceva pensare che l vivessero dei bambini tranne un piccolo clown colorato appeso ad una parete.
Questo il tuo letto,Carlo disse linfermiera. Cristiana vi appoggi la valigia.
Con voce metallizzata linfermiera spieg:Preferiamo lasciar passare almeno sei mesi prima che i nuovi pazienti ricevano visite dai familiari. Cos si abituano pi in fretta, mi spiego? Adesso, se vuole, pu salutarlo.
Una spina le attravers il cuore .
Con la mano tremante lentamente gli accarezz la testolina .
Tesoro! disse, ma lui con la bocca aperta guardava le luci del soffitto. Gli diede un bacio: Ciao, Carlo, ci vedremo stasera.
Era il saluto giornaliero, prima di andare a lavoro.
Usc dal reparto con linfermiera e ripercorse il corridoio. Mentre quella apriva la porta con la chiave sent un grido terribile, ma linfermiera le diede un colpetto sulla spalla e la spinse delicatamente fuori.
Singhiozzando scese tutte le scale a piedi e diverse volte si dovette fermare. Nellultima rampa non vide un gradino e ruzzol per un tratto. Si rialz stordita.
Usc finalmente nella strada e prov un certo sollievo nel respirare aria naturale.
Riprese lo stesso autobus per ritornare a casa.
Si lasciava alle spalle duri anni di amarezze, di rinunce, di umiliazioni, di solitudine.
Prov uno strano trasalimento contemplando la prospettiva di una vita diversa, senza Carlo.
Che cosa lattendeva adesso? Il dolore del pensare o forse il film senza racconto di una verit ? o lattesa spasmodica di una vita altra, magari a colori ? e poi sarebbe arrivata ?
Scese dallauto tutta sgualcita nellabito e nei pensieri.
Cammin lentamente nella strada, incontr qualcuno che la salut. Non rispose. Forse non sent. Alz lo sguardo verso il quarto piano del vecchio stabile: dalla finestra del suo appartamento filtrava una pallida lama di luce, come se lei, uscendo, avesse dimenticato di spegnere la lampada.
Rifece le lunghe scale, arriv al quarto piano, la chiave entr rapida nella toppa. Apr la porta e vide nel corridoio le vecchie scarpe di Carlo, a terra, e su una sedia ,lultimo album illustrato che aveva comprato per lui, qualche foglio strappato qua e l.
Senza rendersene conto disse ad alta voce: Carlo, tesoro ,che hai fatto?
Lafferr la vertigine del vuoto dentro e fuori di s : in lontananza il rombo di un tuono, alle sue spalle il tintinnio dei vetri della finestra per il vento che improvvisamente si era levato, forte.
In quel paese il vento segnava sempre il passaggio delle stagioni.
Guard lora e si lasci cadere sulla poltrona. Cercava di capire , di vedere chiaro nellintrigo dei suoi pensieri. Alla fine soltanto una cosa comprese perfettamente : da quel momento in poi, nel film, in bianco e nero, della sua vita, sarebbe rimasto soltanto il nero.








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