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I maledetti

di Giuseppina Rando
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Pubblicato il 26/02/2014 05:59:16

I maledetti

 

 

In fuga i maledetti  sotto la pioggia . Gambe nere, lucide grondanti di sangue  verso l’ignoto.

Permanente esilio cantilenante crepuscoli e fantasmi su chitarre accordate al pianto brontolante del cielo, al vento di parole vane.

Per   un lembo di terra affrontano la minaccia, sfidano la morte.

 Mani fredde scansano sassi,  braccia proiettili, nel caos estraneo.

 

Nel gelo il sangue batte alle tempie. Soffocano. Aprono la bocca in una smorfia di dolore nell’ aria gelata che brucia fino ai polmoni.  Nuovo veleno scorre nelle vene col   sangue.  Negli occhi cresce il terrore . Altra notte. Altra notte. Altra notte.

 Altre pietre per un pugno di buio. Solo nero, non altro.

 Nel tempo le pietre. Nelle pietre il tempo.

 

 Crollano ormai le baracche. Il sangue si è raggrumato giù per la gamba del ragazzo nero sporca di fango.  Pioggia nella frattura del corpo . Negli occhi polvere nera.

 Ansimano tra gente che nessuno conosce e ricorderà.

 A spirale il filo del niente come varco al delitto dell’inferno tra la riva del buio e l’ultima aurora.

 

All’orizzonte ogni cosa lontana da ogni suo tempo da ogni colore. Da un cosmo straniero le idee sorridono. Nella piana  corpi giganti stesi sul selciato.  Uomini colpiti a morte.

 La benda di neve sugli  occhi lenisce la collera dei maledetti vivi.

  In fuga inversa   visioni  di molteplici speranze.

 

Aspettano che il mondo si rovesci in un colpo solo.

 Si nutrono volontariamente di menzogne alla mensa dei lupi. Ma le parole non tornano a sera: s’infrangono con le onde sugli scogli.

 Nulla è più indifeso delle piaghe che si scavano lentamente attorno alla parole, attorno ai giorni.

 

In fuga i maledetti  verso altri fuochi accesi a caso nel buio  tra la notte e il mondo .

Nelle strade della città straniera ombre , esseri umani  in cerca di nuovi alloggi di cartone  schermati dai cumuli di  rifiuti.

Dietro l’angolo la trappola del silenzio.

 Quasi fosse legge partorita dal connubio tra architettura  e apartheid.

 

Al di là del fiume c’è chi grida :” La casa deve essere fatta. Sarà fatta, ma non c’è posto per tutti.”

 


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