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I ragazzi di via dell’Olmo

di Glauco Ballantini
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Pubblicato il 21/10/2014 15:16:06

Li conoscevo bene, loro, i ragazzi di via dell’Olmo, che arrivarono un giorno ad allietare la piccola via.

Non a tutti, s’intende.

Perché a qualcuno la confusione dei ragazzi dava noia più della fabbrica della Pirelli che, con i capannoni alla fine della strada, produceva gomme, tubi e pneumatici.

Davano noia, i ragazzi, specie a chi abitava nella piccola viuzza privata e sterrata, che nasceva nel mezzo alla via asfaltata che declinava dal viale Alfieri fino al viale Carducci.

 

Arrivarono in pochi, nel ’70, in qualche maniera da fuori, visto che non abitavano lì che le zie di tre di loro.

Nel tempo, si unirono a quei tre anche qualcuno che invece abitava nella strada, e a un certo punto erano una banda di una decina.

 

I primi pomeriggi li passavano a giocare ai supereroi, quelli della Marvel.

Si divertivano a interpretare le avventure che leggevano sui giornalini, le trasformazioni e le lotte, vicino al grande cancello che si trovava a metà della piccola strada sterrata, e che portava all’ingresso dell’ex villa trasformata, tra le due guerre, in appartamenti.

Il cancello della villa, poi, si prestava anche a essere usato come porta di calcio, anche perché, a differenza delle saracinesche, il rumore che faceva il pallone, quando lo colpiva, era un rumore sordo, che non infastidiva, né i vicini né i proprietari anziani che, circondati dal parco, neanche sentivano.

 

Nel ’72 fu l’anno delle Olimpiadi di Monaco e, i ragazzi della via, idearono le loro.

Al tempo, una marca di formaggini, dava in omaggio delle riproduzioni delle medaglie, così i ragazzi le misero insieme per premiare le specialità che riuscirono a mettere in piedi.

Due tipi di corse; quella breve, nella parte asfaltata e leggermente in discesa della via, e quella lunga che prevedeva la circumnavigazione dell’isolato triangolare.

Le gare in bici erano a tempo, usando lo stesso isolato, oppure per la gara lunga, il giro che comprendeva l’aggiramento dell’intero complesso ospedaliero per poi tornare nella via dalla parte opposta da quella dalla quale erano partiti. Quasi una tappa del giro d’Italia. Ognuno con la sua bici,  c’erano grazielle, bici con la canna e le mitiche bici da cross, antesignane delle mountain bike, ma molto più pesanti.

I lanci erano fatti nella strada sterrata con “sasso standard”, nella polvere che, della fine estate del 1972, a settembre chiudeva, da sempre, le vacanze estive.

 

Durante l’inverno i ragazzi si videro subito meno, nel pomeriggio. Cominciarono a stare sulle poche scale delle palazzine della via. Le preferite erano le scale del Soldaini, nella parte senza sfondo della via.

C’erano diversi ragazzi, ora, nella via dell’Olmo e alcuni di qualche anno più piccoli, che abitavano nella stradina, per cui le mamme gli concedevano di uscire senza superare le colonne di ercole della strada sterrata. Così le scale non potevano che essere quelle, con l’aria un po’ scocciata dei proprietari.

L’inverno fa buio presto e dopo le cinque erano tutti a casa per fare merenda.

A un certo punto si misero a frequentare casa di uno di loro che aveva il giardino, poi, nei giorni di pioggia, nei quali non rinunciavano a uscire, il sottoscala della parte della villa adibita ad appartamenti, anche se il puzzo di piscio non allettava e bisognava stare in piedi tra le biciclette appoggiate l’una sull’altra. Era solo per fare due chiacchiere.

 

Con la buona stagione, si torna a riempire i pomeriggi interi. Cambiò il posto, e fu la volta delle scale di casa di uno dei ragazzi.

Davanti casa due belle saracinesche libere, una di fronte all’altra.

Una di esse si apriva su un misterioso garage trasformato in un mini club privato.

A dire il vero non frequentato durante il giorno, ma evidentemente attivo nella notte. Si riusciva a intuire qualcosa di misterioso con i colori prevalenti di nero e rosso e strani simboli che s’intuivano quando qualcuno entrava per portarci qualcosa.

 

Le saracinesche, usate come porte, cominciavano, però, a disturbare in modo particolare Teresa, che abitava di fronte alla stradina sterrata, in un terra tetto molto terra e meno tetto, visto che si entrava in casa scendendo un gradino.

Una casa umida e sempre a rischio allagamento quando la via si trasformava, in caso di piogge violente, in un torrente in piena, a causa della pendenza e del fatto che sul viale alfieri si formava un piccolo lago che aveva come sfogo la via dell’Olmo. Lei provvedeva ponendo delle paratie che non so quanto efficaci.

Aggiungete che il marito qualche volta la menava anche ed ecco il perché dell’incazzatura perenne che sfogava urlandoli dietro.

 

Era una persona da seguire, un anno che si misero a rifare uno sceneggiato che andava per la maggiore: “Qui squadra mobile”.

I ragazzi di via dell’Olmo seguivano le persone, trasmettendo con dei walkie-talkie, ma più spesso a piedi o in bici, dandosi il cambio. Il tutto portava al nulla, ovviamente, ma nel frattempo passavano le mattine che non potevano andare al mare.

 

Ci fu poi un anno in cui scoprirono i segreti della cerbottana, e allora le giornate passavano in lunghe guerre a cannoli di carta. Cerbottane lunghe, multi colpi e normali.

Il gioco preferito era l’assedio, che facevano a casa di uno dei ragazzi. Lui aveva un piccolo garage di suo padre e allora alcuni assediavano quelli disposti dentro per mattinate intere, avendo per riparo le auto parcheggiate lungo la via, e alle spalle il muro dei capannoni della fabbrica dove qualche urlo e litigata degli operari, rompeva il fittizio assedio.

 

Dopo qualche anno, cominciarono a diradarsi le presenze nella via, nuove amicizie alle scuole medie fecero si che la via tornasse a svuotarsi com’era in passato e a tornare nella calma che l’aveva sempre contraddistinta.

Oggi una sbarra chiude l’ingresso della strada privata, ormai asfaltata, diventata un semplice parcheggio dove se qualcuno passa gli viene chiesto chi sia e dove vada.

 

Che fine hanno fatto i ragazzi? Di qualcuno si sa qualcosa, di altri nulla, ormai.

 

Chissà se un giorno ne tornerà almeno uno da queste parti.

Magari qualcuno, quando lo vedrà aggirarsi nella stradina, senz’altro li chiederà:

“Scusi lei dove va? “Lo sa che è una strada privata?”

“Vado via subito, volevo solo vedere com’è cambiata.”

 

Io spero solo di riconoscerlo, perché anch’io lo ero.

 

Un ragazzo di via dell’Olmo.


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