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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Periferia

di Enrico Nottoli
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Pubblicato il 10/12/2014 23:08:20

Periferia

 

Ieri sera ho litigato con mia moglie, Giada. Custodia dei figli. E’ un argomento piuttosto gettonato nell’ultimo periodo. Sono a pezzi. Speravo di cavarmela tirando su qualche multa stamani mattina, ma sembra quasi che la gente sappia che sto di merda e non voglia aiutarmi nemmeno con un divieto di sosta, o una doppia fila qualsiasi. Tanto per tirarmi su il morale.

L’acqua della Dora è grigia e straripa di lurida fanghiglia trasportata dalla corrente, mentre un paio di germani nuotano sulla superficie starnazzando allegramente. Pare che tutti si divertano molto da queste parti, è come se le rive fangose del fiume riescano ad evocare riverberi di serenità. Così le anatre starnazzano, le bambole di pezza sporche si lasciano impigliare, come detriti, fra i rami secchi che riescono ad emergere stancamente dalla poltiglia, e spensierate bande di uomini si tirano in vena massicce dosi di eroina fin dalla mattina. Una volta ci avrei fatto caso, adesso sono troppo stanco per perdere tempo con i drogati; bisogna saper dosare nel migliore dei modi le energie.  E così li lascio al loro lento declino, senza che me ne importi gran che.

Gruppi di ubriachi giocano a backgammon scommettendo birra stantia come premio, urlano. Mi avvicino, gli passo semplicemente accanto, senza dire niente, lascio fare il lavoro alla divisa, e quelli abbassano i toni. Magari avessi questo potere anche sulla mia famiglia, mia figlia ormai mi saluta a stento e da me ricava soltanto qualche euro di tanto in tanto. Io ho cercato, ho cercato di comprare il suo amore più volte, ma non funziona così. Non ha mai perdonato le mie scappatelle con Francesca, una mia collega di lavoro. Un uomo non può essere tentato a lungo senza cedere; lo diceva anche uno scrittore, non ricordo quale, forse inglese o tedesco, non so.

Sopra un muro bianco hanno lasciato una scritta viola: “Meglio asino che Baricco”, diceva, non ho la più pallida idea di chi sia questo tizio. E continuo, poche macchine circolano stamattina, ho ben poco da fare, e le cartacce per terra, le foglie per terra, le bottiglie per terra, mi appaiono come la rassegnazione del mio giorno. Che credono che io non mi sia pentito? Che dopo le scopate non ci pensassi guidando a centotrenta sulle automobili? Cosa vuole mia moglie, cosa vogliono i miei figli? Hanno ragione, ma un uomo proprio non può resistere.

L’aria è immobile, insolitamente stantia e plumbea come il cielo su Torino, e le vie scorrono nel mio lento passo senza lasciare nessuna traccia. Ristoranti cinesi, con un menù pizza fissato a quattro euro, insegne al neon spente, odore di narghilé proveniente da uno dei bar sulla sinistra, kebab e osterie rumorose. Diavolo, come ho potuto tradirli tutti?, merito di essere impiccato, magari a quel lurido lampione a fianco dei bidoni dell’indifferenziata.

Scorgo un negozio di antiquariato. Appena fuori dalla porta se ne sta un vecchio curvo a piallare e scartavetrare un sottile comodino in radica di noce.

“Buongiorno!” Gli dico. Ho avuto il bisogno di parlare e lui è l’unico che possa rispettare i miei indumenti in questo quartiere.

Il vecchio mi guarda con un occhio strizzato e storcendo la bocca e bisbiglia:

“Salve.” Tornando al suo lavoro.

La strada è lastricata con pietre rotonde e ciuffi di erba fresca riescono a sbucare fra uno e l’altro, finché il cemento non li sostituisce senza pietà. Eppure ci hanno sempre insegnato a perdonare, perché non mi hanno ancora dato la possibilità di buttare sul piatto le mie ragioni? Non ho nemmeno il diritto di avere un orecchio al quale parlare? Le vetrate di un palazzo riflettono la mia immagine. Ecco chi sono io, quell’uomo lì. Così imponente a passeggiare fra le vie della città e così debole dentro. Dovrei iniziare ad accettare dei compromessi, anche con mia moglie. Basta litigare, è giusto che lei abbia i suoi figli. Io ho sbagliato, io pago.

Adesso un pungente odore di spezie e una tempesta di colori, viola, come melanzane, arancione, come kaki, verde di zucchine, grida lontane al ribasso: “Un chilo solo un euro, venite, venite! Castagne belle grosse! Dai ragazzi, su su. Signora si faccia avanti!”. Era il consueto etnico mercato del mattino, con la sua vitalità.

Scorgo un’ape posteggiata nei parcheggi dei disabili, senza avere il bollino. Mi avvicino. Finalmente riuscirò a combinare qualcosa di questa mattinata. Una bimba pettina la sua bambola di pezza, come poteva essere quella lungo il fiume e sembra felice. Ripongo il taccuino nella tasca. E telefono:

“Sì?”

“Ciao, Giada ...”


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