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Burattinaio di parole

di Glauco Ballantini
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Pubblicato il 01/01/2015 21:39:22

Nonna sulla sua poltrona accanto alla finestra semichiusa, vista ormai la bella stagione che era iniziata, perché non entrasse tanta "aria" in casa; nonno alla mia destra davanti al tavolo tondo allungabile del soggiorno.
Alla televisione Gianni Minà presenta Joan Baez nel suo programma Blitz dicendo:
"Le abbiamo chiesto di cantarci una canzone italiana, le abbiamo proposto C'era un ragazzo... e la canzone di Marinella..."
La Baez sceglie quest'ultima e la canta.
Una versione particolare della canzone, alla fine della quale guardo nonno e lo vedo scosso. Mi sorprende, non credo avesse mai sentito la canzone poiché la musica leggera, specie quella dei cantautori, non gli piaceva per nulla.
Lo riguardo per trovare una conferma od una smentita:
"Mi ha commosso, ... non so perché ma mi ha commosso" mi dice asciugandosi gli occhi.
Non avevo mai visto mio nonno con le lacrime agli occhi eppure si commuoveva per una canzone, mio nonno.

Si commuoveva e sapeva coinvolgere, farsi coinvolgere e narrare. I suoi racconti della ritirata in Russia, erano la storia che ti entrava nella vita. Quando, alle medie, lessi "Centomila gavette di ghiaccio", in pratica lo conoscevo già, come il film "Italiani, brava gente", che già avevo visto con i suoi occhi.
Le storie che raccontava di quella ritirata, non erano cruente, edulcorava i fatti e te li metteva in una luce di racconto per bambini. Non erano spaventosi, come doveva essere stata quella pagina della sua vita che lo aveva visto richiamato alle armi, dopo i trenta anni con la mia mamma già nata.
Fu anche per questo che lui non si perse nell'inverno del quarantatré.
Pizzicotti, disse, e schiaffi in faccia per non addormentarsi nell'abbraccio della morte bianca, perché si era imposto di tornare a casa, da quell'inferno.
Rimase il ricordo delle isbe calde, del freddo e qualche parola di russo.

Dopo la Russia, la prigionia a Pratica di Mare, con la malaria in regalo, e la fuga nella scoscesa pineta, rincorso dai tedeschi che gli sparavano contro che ci raccontò quasi come una scena comica, con la salvezza trovata in un prunaio.
Entrato integro e uscito ferito dai rovi.

Era uscito più integro, invece, dagli anni di lavoro alla Richard-Ginori, dal dopoguerra fino agli anni settanta, con solo una piccola silicosi che uccideva invece, uno a uno, tutti i suoi colleghi ancora giovani.
Usava i dispositivi tecnologici che poteva, per proteggersi. Si metteva un fazzoletto bagnato davanti alla bocca per non respirare la polvere bianca degli isolatori che la fabbrica produceva, e poi a pranzo, nella gavetta, si lavava le mani per levarsi quella mortale porcellana che si sarebbe andata ad infilare nei polmoni per non uscirne più.

Quelle lacrime di trenta anni fa' le ricordo ancora oggi, come quella stanza avvolta nella penombra di un giorno di una estate precoce, appena oscurata dalle persiane semichiuse.
Non raccontava già più le sue storie, non ero più bambino, crescevo e lui invecchiava, ma mi regalò ancora un'emozione.

"Ed io, burattinaio di parole, perché mi perdo dietro a un primo sole,
perché mi prende quest'assurda nostalgia?" F. Guccini.


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