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Ungaretti - grandezza e complessità di un uomo

di cristina bizzarri
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Pubblicato il 23/08/2014 00:30:03

Ungaretti e Dio di Roberto Filippetti
Vita di un uomo: questo il titolo - tanto elementare quanto impegnativo - che Ungaretti ha scelto per la propria opera omnia. Vuole dunque presentarcela - scrive Giachery - «come opera che condensa il senso della vita, come opera-vita. In una accezione perciò quasi dantesca e tutt'altro che dannunziana». Ed è il poeta a confermarcelo: «Non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta». È un'esperienza di privazione quella che egli ha alle spalle, quando l'incontriamo, ventottenne soldato sul fronte carsico, e lo vediamo deporre sulla pagina quelle folgoranti invenzioni poetiche: nasce in terra straniera, figlio di un contadino lucchese emigrato ad Alessandria d'Egitto per lo scavo del Canale di Suez; presto, all'età di due anni, perde il padre; la madre lo educa entro uno scrupoloso ricordo di quell'evento luttuoso: ogni settimana si andava «al camposanto, dove passavamo ore in preghiera che dovevo seguire, che dovevo accompagnare». Quando da adolescente abbandona la religione, percepita come rituale moralismo, pare privarsi anche del rispetto al Padre, a quell'Origine-Destino che dà senso alla vita. Ma in ciò non è tranquillo.  «Il porto sepolto» Scrivere, tra il '15 e il '16, per Ungaretti è allora dantescamente scendere a sorprendere le proprie esigenze ed evidenze originali: è una «via in giù» verso Il porto sepolto - titolo del suo primo volume di versi. È una discesa verso la sub-stantia, la verità essenziale che dimora sotto la superficie delle cose. Giù in profondità, nel cuore, l'uomo si scopre carico di domande ineludibili. Domanda di identità, di avere un volto, innanzitutto. In memoria: «Si chiamava/ Mohammed Scead/ Discendente/ di emiri di nomadi/ suicida/ perché non aveva più/ Patria». L'amico afro-libanese, compagno di studi ad Alessandria, compagno d'albergo a Parigi, qui in un giorno d'estate del '13 si toglie la vita: colui che aveva avuto un'identità, delle radici, una sorgente da cui discendeva il fiume della sua vita, giunge ora all'autodistruzione. Si è privato dell'essenziale, di quel patrimonio di tradizioni offerto alla personale verifica: la Patria. Ha tentato, ma inutilmente, di costruirsi una nuova identità con le proprie mani: «Amò la Francia/ e mutò nome/ Fu Marcel/ ma non era Francese/ e non sapeva più/ vivere/ nella tenda dei suoi/ dove si ascolta la cantilena/ del Corano/ gustando un caffé». È impossibile ricucire, una volta tagliato, il cordone ombelicale che collega l'io con la dimora abbandonata, con quel luogo in cui il gusto della materialità della vita discende dal riconoscimento di un «orizzonte»: quella visione religiosa del mondo che è alimentata dalla frequentazione quotidiana del sacro. Ungaretti, figlio d'emigrati, sta invece compiendo il cammino inverso. La lirica I fiumi - a cui il poeta ha esplicitamente affidato il compito di sintetizzare la sua prima stagione - descrive un viaggio alle radici, un iniziale ritrovamento della propria identità, attraverso i luoghi della storia di quella «gens» che l'ha generato, e attraverso le tappe della propria vita. Il Serchio - emblema della bimillenaria tradizione contadina dei suoi antenati poi il Nilo e la Senna sono ora ritrovati nell'Isonzo. Non la strada, ma il fiume simboleggia il viaggio della vita: se la strada è sempre in Ungaretti «gomitolo», «groviglio», «cammino senza conclusione», il fiume è invece via certa al destino; è apparentemente un segmento concluso tra sorgente e foce, ma sostanzialmente cerchio - ciclo dell'acqua che dalla foce torna a rigenerare continuamente la sorgente - proprio come la vita umana è in superficie parabola tagliata ai due estremi da nascita a morte, ma in profondità si rivela un cerchio che in un punto totalmente Altro, assoluto (Dio-Cielo) trova il suo luogo di ricongiungimento. L'intuizione di tale mistero è preparata nelle prime strofe de I fiumi da una disposizione contemplativa - necessaria passività di fronte al dato della realtà -: pacificante stupore di chi alza gli occhi sul cielo («e guardo/ il passaggio quieto/ delle nuvole sulla luna»); refrigerante immersione catartica nell'acqua dell'Isonzo. La correlata attività umana è allora umile accoglienza dell'Altro, «inchinarsi dinnanzi all'infinitamente grande» (Dostoevskij) e «ricevere»: - e come un beduino/ mi sono chinato a ricevere/ il sole». Si tratta - commenta Carlo Ossola - «di un cerimoniale d'ingresso nel tempio dell'assoluto che prosegue con i modi della liturgia araba». «Sono una creatura» È nell'intuizione di quel Tu che si inaugura una nuova conoscenza dell'Io, «scoperta» dirà Ungaretti «della condizione umana nella sua essenza»: «Questo è l'Isonzo/ e qui meglio/ mi sono riconosciuto/ una docile fibra/ dell'universo». A riconoscimento della propria indole più vera, la dipendenza. Se «il senso religioso coincide con quel senso di originale, totale dipendenza, che è l'evidenza più grande e suggestiva per l'uomo di tutti i tempi» (Luigi Giussani), tale è il contenuto dell'autocoscienza del poeta che, pochi giorni prima aveva scritto Sono una creatura e, in Destino, si era definito «fibra creata». Quel Tu è però senza faccia, dunque la nuova consapevolezza di sé è ancora precaria: «il mio supplizio/ è quando/ non mi credo/ in armonia/ Ma quelle occulte/ mani/ che m'intridono/ mi regalano/ la rara/ felicità»: se il supplizio ,è l'esito di una percezione disarmonica dell'io, la felicità è esperienza di rari attimi in cui il poeta riconosce di non farsi da sé, scopre il dono («Mi regalano») di essere plasmato da Altro. Il fil rouge della lirica è il dimostrativo «questo» che riconduce all'hic et nunc tutti i dispersi frammenti spazio-temporali; solo una volta compare l'antitetico «quelle», per connotare l'abissale lontananza di quelle arcane «mani» senza volto: «sono» annota il poeta «le mani eterne che foggiano assidue il destino di ogni essere vivente»; sono le mani di un Dio che non può essere ancora nominato (conosciuto) ma è già intuito come scaturigine del proprio istante presente. In tale apertura sul mistero sta il vertice della ragione. Ciò inesorabilmente evolve in esplicita domanda. Fra i rari punti interrogativi, cinque in tutto, che si incontrano nel libro L'allegria, due esprimono l'urgenza di un senso per il dolore e per la precarietà della vita (Destino e Fratelli), due si affacciano su Dio. In Risvegli, alla fine di una strofa pacatamente contemplativa, l'appagamento naturalistico si sgretola nell'impatto con una evidenza: il poeta, rammentandosi «di qualche amico/morto» (forse Mohammed Scead) è costretto a paragonarsi con la realtà del limite ultimo della vita, ed a porsi improvvisa la domanda: «Ma Dio cos'è?». Dello stesso giorno un'altra, brevissima lirica, Dannazione: «Chiuso fra cose mortali/ (anche il cielo stellato finirà)/ perché bramo Dio?». L'io registra il naturale destino di morte della propria imprigionata esistenza: è circondato da una realtà peritura, sia che si guardi attorno, sia che alzi gli occhi verso il firmamento. Ma quest'uomo - il livello della natura in cui anche il «cielo stellato» prende coscienza della propria precarietà - non si chiude disperatamente nel negativo; sente invece urgere dentro prepotente la domanda di Dio. Il limite cosmico rimanda all'infinito, l'inconsistenza del reale, analogicamente, grida il bisogno di un Centro in cui tutto consista. L'analogia, fondamentale cifra stilistica ungarettiana, più in profondità cela una visione del mondo: tutto rimanda anà, oltre sé, più su. Perché c'è nell'uomo un quid, quel qualcosa che Pirandello negli stessi anni chiamava un «superfluo», qualcosa che scorre al di sopra, cioè più su. La meta di tale tensione non è ancora una Presenza, è «un Dio metafisico il cui pensiero può lenire l'angoscia di trovarsi tra cose dannate all'imperfezione e al peccato», come scrive Pasolini, che poi conclude «nell'Allegria un Dio ignoto («Dio cos'è?») aspetta il poeta silenziosamente». Questo libro è sigillato da Pr

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