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Il male è nelle cose

Romanzo

Maurizio Cucchi
Mondadori

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 20/04/2010 12:00:00

Il male è certamente nelle cose, ed è forse da lì che lo attingiamo, ma pare più un alibi, una scusa per non dire che il male lo nutriamo noi stessi, lo creiamo distillando i nostri pensieri, titillando la parte di noi che si ritiene capace di giudicare gli altri, di ravvisare in quella che noi riteniamo meschinità una offesa al nostro intelletto. In questo romanzo, quasi diario in quanto scandito dai giorni che scorrono e danno il loro nome ai capitoli, la vicenda appare snodarsi dal 28 maggio al 5 luglio, un mese e mezzo sufficienti al lettore per conoscere il protagonista Pietro ed assistere al “male” farsi spazio in quella che sembra una vita quasi scialba, e darle una sorta di spina dorsale, una forza nuova che sospinge il protagonista ad uscire da un torpore che lo avvolge, e movimentare i legami in cui si sentiva un po’ imbrigliato, un po’ rassicurato, per tentare di trovare una nuova via. E questa via sembra passare attraverso l’odio e il male, verso chi appare miserabile, meschino, o comunque capace di urtare la sensibilità di Pietro che si ritrova, un po’ suo malgrado, a dover colpire la pochezza degli altri sino all’apoteosi finale in cui la vera pochezza sarà punita. Il libro procede con austera leggiadria disegnando un quadro in cui, su di uno sfondo di calma e normalità apparenti, si traccia un profilo che rasenta la mostruosità, quella stessa latente in molti animi dei cui risvegli sono spesso piene le cronache dei quotidiani. Cucchi riesce, con mano felice, a puntare i riflettori proprio su questa sorta di male oscuro che giace nell’animo e che quando non trova una solida fermezza viene alla luce con tutta la sua nefasta virulenza. Il breve romanzo è narrato con grande eleganza mista ad una sottile ironia sempre presente fra le righe, talvolta si mescola ad una virile malinconia, talaltra ad un amaro sarcasmo, ma senza indulgere al sentimentalismo a cui, anzi, l’autore sostituisce un lucido disincanto, narrato con parole di un lirismo semplice, quasi popolare, ma sempre assolutamente cólto e di un livello raro. La narrazione è densa di rimandi letterari e forse Cucchi si diverte ad intrecciare il racconto con l’avvertenza che il troppo leggere, il vivere nei libri, può essere fuorviante per l’animo; con monito che fu proustiano, il leggere non deve sostituirsi al vivere appieno la propria vita, altrimenti si insinua nelle menti, come in quella di Pietro, il male che è nelle cose, ma è la nostra mente che lo distilla e ve lo insuffla, così facendo permettiamo che da noi si espanda verso chi ci circonda, rendendoci miopi se non addirittura ciechi, come il romanzo sembrerebbe in fior di metafora suggerire. La lettura di questo lavoro di Cucchi è molto piacevole, egli da bravo poeta usa e piega le parole a suo piacimento creando una atmosfera quasi unica. Senza ricorrere a metodi prettamente poetici, l’autore costruisce un affresco reale e perfettamente delineato, dove i dialoghi sono autentiche aperture su di un pensiero forte e lucidissimo e le descrizioni costruiscono un mondo reale, preciso e pulsante, ma su tutto aleggia quella patina di romanzesco, che rende un libro solido e fascinoso. Cucchi si dimostra fine psicologo ed abile narratore, ed al termine del libro il lettore rimane con numerosi spunti di riflessione e un dubbio – forse. Chi leggerà il libro mi dovrà dire cosa pensa quando vede un criceto!

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